I respingimenti delle barche del traffico di immigrati indietro, verso le coste di partenza in Libia, stanno provocando alcuni cortocircuiti logici. Uno riguarda le Nazioni Unite e Tripoli. La Libia, quel regime africano degli orrori descritto dai giornali nelle cui fauci il governo non esiterebbe a rigettare gli immigrati clandestini, ha presieduto dal 2003 e per tre anni la Commissione dell’Onu per i diritti umani. Oggi fanno parte della Commissione altri campioni dei diritti dell’uomo: Cuba, Cina e Arabia Saudita.
A questo punto bisogna mettersi d’accordo: o la denuncia dell’Onu è autorevole, competente e imparziale, ma allora la Libia, membro guida, non è – non dovrebbe poter essere – questo inferno sulla terra descritto sui giornali; oppure la Libia è veramente un inferno per gli immigrati, ma allora l’Onu non è credibile e i giornali italiani possono risparmiarsi i titoli allarmati sulla denuncia delle Nazioni Unite.
Il secondo paradosso riguarda la capacità di deterrenza. I respingimenti possono svuotare i centri di detenzione libici. E’ già successo in passato, sulle coste vicine del Marocco. Gli sbarchi in Italia nel 2004 sono stati 14 mila e nel 2005 23 mila, un aumento del 90 per cento. Che cosa è successo nel 2005? Che la Spagna ha adottato politiche assai più drastiche delle nostre contro l’immigrazione clandestina, poi sfociate negli scontri di Ceuta e Melilla che sono costati la vita a cinque migranti colpiti dai soldati spagnoli – con proiettili di gomma e anche con veri colpi di fucile – mentre tentavano di scavalcare il reticolato alto sei metri che impedisce l’accesso all’enclave spagnola in Marocco. L’esercito del premier socialista José Luis Zapatero ha così dirottato parte della pressione migratoria dal Marocco alla Libia, e quindi dalla Spagna all’Italia.
La linea italiana dell’accoglienza sempre e in ogni caso attira – attirava – come una calamita i migranti verso la Libia, da dove la rotta è più breve verso l’Italia. I respingimenti, al contrario, eliminano la Libia dalla lista dei paesi ponte del traffico di uomini. La nuova politica del governo italiano è cominciata da meno di una settimana, e già ci sono i primi effetti: il generale Hammad Issa, capo della polizia investigativa di Tripoli, ieri diceva nelle interviste a Stampa e Corriere della Sera che il flusso di immigrati sta già provando a tracciare nuovi percorsi, “una parte ripiegherà verso la Tunisia, l’altra, quella più consistente, proverà a entrare attraverso l’Egitto fino alla Grecia”.
C’è una terza questione. I respingimenti sono già routine consolidata a terra, ai valichi degli aeroporti e a bordo delle navi, per esempio sui mercantili, che attraccano nei porti. Nel 2000 sono stati respinti alle nostre frontiere – per mancanza dei requisiti, come documenti validi, visto d’ingresso, documentazione idonea a comprovare scopo del soggiorno e disponibilità di adeguati mezzi di sussitenza – 42 mila migranti.
La regola generale è: chi non ha i requisiti viene respinto. Con una sola eccezione: le barche tutte e scandalosamente sovraccariche di migranti lasciate in mezzo al mare.
Indovinate qual è diventato il mezzo preferito dai trafficanti di uomini. Il calcolo è semplice: è più redditizio e offre anche più garanzie abbandonare alla deriva i propri clienti su un vecchio barcone in prossimità della costa che accompagnare gli stessi clienti via terra.
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