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La conversione di Fini

Il presidente della Camera critica la sua stessa legge sui clandestini, frena Bossi al punto da irritarlo, contesta il reato d’immigrazione e predica accoglienza, integrazione e laicità alla guida della sinistra del Pdl

Roberto Maroni e la Lega fanno buon viso a cattivo gioco, hanno ottenuto che il governo ponesse la fiducia sul ddl sicurezza (almeno pare), ma hanno subìto lo stralcio della norma sui così detti presidi spia e da due giorni patiscono la pressione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale, come confermano al Foglio fonti a lui vicine, “è contrarissimo anche all’introduzione del reato d’immigrazione clandestina”. Una norma, questa, nel frattempo però individuata dalla propaganda leghista (la Padania di ieri) come la nuova bandiera elettorale da spendere alle europee-amministrative di giugno. Così nel centrodestra è in corso una trattativa dagli esiti imprevedibili, con la Lega – dicono – pronta a minacciare il provvedimento sulle intercettazioni carissimo al premier Silvio Berlusconi. Anche per questo il voto finale del pacchetto sicurezza è slittato alla settimana prossima, come pure la fiducia sarà posta solo martedì (e non oggi come richiesto da Maroni). Ufficialmente c’è concordia. Il finiano Italo Bocchino – lo stesso che mercoledì esultava per la vittoria “della linea Fini” contro Maroni (altra ragione d’irritazione nella Lega) – ieri parlava soltanto della “solidità d’intenti” della maggioranza.

In realtà il clima è teso, i padani sono rabbuiati e Umberto Bossi, celiando ma anche no, lo ha ammesso quando ai cronisti in Transatlantico ha detto che sul ddl sicurezza “non vedo problemi, ma io sono miope…”. L’oggetto delle ire è Fini, il nuovo Fini “convertito” che si esercita con successo nella funzione quasi quirinalizia di indicare al governo la via costituzionalmente corretta finendo con il rovesciare persino le proprie idee del passato.
Il presidente della Camera non ha solo ottenuto lo stralcio della contestata norma sui così detti “presidi spia”, perché sua è stata anche la vittoria sull’altro provvedimento leghista che avrebbe autorizzato i medici a denunciare i clandestini qualora questi si fossero recati negli ospedali per farsi curare. Pressioni indirette sulla maggioranza, coronate da un successo politico, che si accompagnano alle critiche che la terza carica dello stato fa adesso trapelare attorno all’introduzione del reato di immigrazione clandestina e alle perplessità già avanzate su alcuni aspetti di quella legge anti immigrazione, la Bossi-Fini, che pure porta il suo nome. E chissà che altre modifiche al ddl sicurezza non intervengano tra oggi e giovedì prossimo.

Battaglie politiche e culturali, queste di Fini, per l’integrazione e la revisione di concetti finora portanti nel centrodestra (“rigore sì ma senza eccessi”, spiega Ignazio La Russa) che si accompagnano a una contesa “per la laicità del Pdl”. E si profilano nuove fughe in avanti. Un altro finiano puro come Fabio Granata al Foglio spiega che adesso “attorno al presidente della Camera si è condensato tutto il Pdl ‘progressista’. Insomma la ‘sinistra’ di questo partito lo segue benché lui – aggiunge – in realtà non ci tenga poi molto né a rimarcare le vecchie categorie di destra e sinistra né a trovarsi circondato da una specie di corrente”. Piuttosto Fini sembra un “uomo nuovo” perché finalmente libero dal peso della leadership. Eppure i suoi eterogenei sostenitori, al cui interno si contano anche ex radicali come Benedetto Della Vedova, alla Camera stanno preparando emendamenti fuori linea sul fine vita e raccontano che a breve partirà un’“offensiva” a favore dei diritti delle coppie di fatto.

Così sembra di assistere a una rigenerazione complessiva del personaggio Gianfranco Fini, quasi una sorta di conversione evangelica del simbolo securitario della destra (parola peraltro ormai in disuso nell’entourage del presidente) che oggi, anche attraverso la fondazione Farefuturo, attorniato da ex radicali ed “ex fascisti di sinistra”, predica una politica che trova ispirazione, come ha scritto ieri Farefuturo, “nei principi dell’integrazione, dell’accoglienza e della solidarietà”. Princìpi che Fini ha esposto con chiarezza, per la prima volta, l’anno scorso in quello che a lungo è stato il pensatoio di An: “Il forum delle idee”. Posizioni in polemica non soltanto con Bossi, ma persino con parte dell’ex Forza Italia, dove con imbarazzo ogni scarto finiano è giustificato con questa formula: “E’ il presidente della Camera e onora il proprio ruolo istituzionale”. Mentre a microfoni spenti: “Fini trama e tesse, chissà che cosa si crede di ottenere”.

Anche Pier Ferdinando Casini, sullo scranno più alto di Montecitorio, faceva la fronda, eppure i retroscena descrivevano sempre caliginose “manovre politiche”, mentre oggi su Fini le intrerpretazioni sono varie. Tattica politica o conversione sincera? Chissà. A molti osservatori il presidente della Camera, libero dal proprio partito, adesso sembra capace di dire quello che pensa veramente: Fini porta tutto se stesso sul proscenio, capovolgendo le proprie convinzioni storiche e persino vincendo – novità – le battaglie che ingaggia. Tanto che la lunga stagione delle sconfitte (ultima quella referendaria), che sembrava averlo consumato al punto da esporlo al sottile dileggio, al bar e no, del colonnellume semi ammutinato, pare terminata.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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