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Riformi chi può

Vertice Pdl-Lega su premierato e bicameralismo: "Questa volta col Pd non si tratta in ordine sparso"

Silvio Berlusconi ha delegato tutto ai suoi fidi e per adesso – dicono – non ha intenzione di metterci la testa, preso com’è con l’emergenza in Abruzzo, i preparativi per il G8 e la crisi economica. Ma le riforme istituzionali sono all’ordine del giorno nell’agenda del centrodestra e oggi si terrà un primo (e interlocutorio) vertice tra i capi dei gruppi parlamentari del Pdl e della Lega. Difatti quando ieri il segretario del Pd, Dario Franceschini, intervistato dall’Unità, si è appellato provocatoriamente al premier affinché “dica chiaramente che non proverà più a cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza”, il capo dell’opposizione ha posto l’accento su un tema più che mai vivo. Tanto da provocare la reazione immediata, e circostanziata, di Maurizio Gasparri (“la seconda parte della Carta va cambiata – ha detto il capo dei senatori del Pdl – rispettare la Costituzione non significa immobilismo”). D’altra parte Gasparri è uno dei registi insieme con Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Italo Bocchino, del “patto costituente” che il Pdl intende siglare con Umberto Bossi.

Il partito di Berlusconi vuole ottenere due cose: rafforzare i poteri del premier attribuendo al presidente del Consiglio la facoltà di sciogliere le camere e, contemporaneamente, incardinare una riforma del sistema parlamentare che superi e semplifichi l’attuale bicameralismo perfetto. L’incontro di oggi con la Lega – saranno presenti i padani Roberto Cota e Federico Bricolo – è soltanto il primo passo di una lunga mediazione che nell’ottica berlusconiana deve prendere le mosse dal “fallimento” del progetto leghista di Senato federale. Se infatti tra i due alleati di governo c’è sostanziale consonanza di idee intorno al rafforzamento dei poteri del premier (“che non sia presidenzialismo però”, dicono i leghisti), è sulla riforma del sistema parlamentare che le cose si complicano. I due partiti hanno infatti visioni divergenti: la Lega punta ad assicurare la propria sopravvivenza politica immaginando una riforma che marchi l’impronta territoriale della rappresentanza parlamentare, mentre i berlusconiani sembrano scettici nei confronti di questa ipotesi e sarebbero più inclini, semmai, a rafforzare il ruolo della Conferenza stato-regioni per compensare la richiesta di devoluzione che arriva dalla Lega.

In questa dialettica tutta interna alla maggioranza, il dialogo con l’opposizione e l’eventuale coinvolgimento del Pd rimangono sullo sfondo. Prima viene l’accordo, non facile, nel centrodestra e solo dopo si offrirà il risultato della trattativa all’opposizione. Ma con due riserve: ovvero il Pdl non intende affidare i rapporti diplomatici col Pd alla Lega, com’è stato fatto per il federalismo, ma vuole gestirli personalmente; né ha intenzione di perseguire la strada del dialogo a tutti i costi. Come dice Gasparri: “E’ ovvio che il centrodestra cercherà il confronto con le minoranze su temi di interesse comune. Ma scambiare il confronto con un di diritto di veto sarebbe un errore”.

Quale linea finirà con l’imporsi? Vincerà la Lega o il Pdl? Molto dipenderà dal risultato delle prossime elezioni europee e amministrative di giugno. Questa data è infatti considerata “lo spartiacque” della legislatura, quantomeno nei rapporti tra i due principali alleati di governo. Benché meno rappresentativa in termini assoluti, la Lega mantiene una determinante forza contrattuale nei confronti di Berlusconi. I risultati delle prossime elezioni, specie le amministrative al Nord, saranno il metro con il quale si regoleranno i nuovi rapporti di forza dopo che il Pdl ha, suo malgrado, perso l’occasione di ridimensionare subito le pretese padane attraverso la minaccia del referendum elettorale. Per stessa ammissione del gruppo dirigente berlusconiano, “dalla trattativa sul referendum si poteva ottenere di più”: un patto di potere con Bossi intorno al governo di Veneto e Lombardia, dove si vota nel 2010, ma anche “molto, moltissimo – dicono – in tema di riforme istituzionali”.

Interventi su cui grava un’altra incognita della legislatura, anche questa subordinata al “sì” del partiro nordista: la riforma della Giustizia. Il Guardasigilli, Angelino Alfano, è riuscito agilmente nelle modifiche al processo civile, ma si è impantanato sulle intercettazioni (complice stavolta Gianfranco Fini, più che Bossi) e sta tentando un accordo sull’ordinamento giudiziario che la Lega mantiene però tatticamente sospeso. Più si complica la trattativa sulla Giustizia più si allontana l’accordo sulle riforme istituzionali. Dal punto di vista strategico, Berlusconi cerca adesso di chiudere lo scambio Giustizia per federalismo – importante ricordare che sul lodo Alfano grava ancora l’ipotesi di bocciatura da parte della Consulta – prima di aprire una trattativa sulle riforme costituzionali che necessariamente dovrà contenere un’adeguata contropartita per la Lega. Tanto più se, come pare, adesso a giugno il Pdl non dovesse “sfondare” come invece prevedono alcuni ottimistici sondaggi. Si attestasse intorno al 40 per cento nazionale, ma non travolgesse la linea del Piave nel Nord-ovest, il Pdl si troverebbe comunque, nonostante il notevole risultato complessivo, a dover ridiscutere i termini del patto di coalizione a vantaggio dei padani. Per questo – sembrerà strano, ma non lo è – il desiderio inconfessabile dei dirigenti del Pdl è che da qui alle elezioni si confermi la tendenza positiva che dà il Pd di Franceschini in recupero sulla Lega e su Antonio Di Pietro. La concorrenza diretta che il Pd del Nord fa ai padani è più che ben vista dai berlusconiani che vogliono evitare di trovarsi dopo giugno con l’alleato pronto a passare all’incasso per trionfo elettorale ottenuto.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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