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Riparte la grande marcia jihadista

Stiamo perdendo il Pakistan e rischiamo di riperdere l’Iraq

Secondo alcuni analisti militari americani, il Pakistan è una nazione che si sta dissolvendo al rallentatore. Come in tutte le dissolvenze, però, al momento finale ci sarebbe un’accelerazione. Tutti i puntelli che ancora resistevano in piedi ormai vanno giù, e i pochi sostegni rimasti non riescono a reggere da soli tutto il peso. Sarà vero anche questa volta, per la nazione più importante del Sud Asia, con i suoi 160 milioni di abitanti e l’arsenale atomico? Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, dice che “il governo pachistano sta abdicando a favore di talebani ed estremisti”. Gli allarmisti sono scossi dalle notizie che giungono dai distretti di Mansehra e di Haripur: arrivano i talebani dalle aree tribali del nordovest, con le loro colonne di furgoni aperti e irti di mitragliatrici, anzi già comandano e ormai hanno il controllo delle due aree che confinano con la periferia della capitale federale Islamabad e della sua città-satellite, Rawalpindi, guarnigione dei soldati e dei generali dell’esercito.

I giornalisti locali spiano l’avanzata dei guerriglieri e misurano in chilometri l’impotenza del governo e dei militari con la distanza che ancora manca dal palazzo del presidente Asif Ali Zardari: sono a duecento, a centocinquanta, a cento, a un’ora soltanto di autostrada. I giornalisti stranieri hanno invece creato la nuova categoria dei talebani pachistani, per distinguerli da quelli afghani, dai combattenti storici agli ordini del Mullah Omar, e si ostinano a fare i precisi. Senza però considerare che la nazione pashtun e talebana è un’entità sola e indivisibile, appoggiata dai capricci della geopolitica come fosse una tovaglia sopra il confine tra Pakistan e Afghanistan: i clan non hanno mai riconosciuto la frontiera, al di qua ammazzano indifferentemente poliziotti pachistani e al di là ammazzano i soldati della Nato e quelli del governo di Kabul. Gli americani, che sono tipi pratici, hanno afferrato che si tratta di un problema unico e hanno adottato una nuova sigla che contiene tutto: è la questione Afpak, Afghanistan e Pakistan. Il fronte Afpak non si misura in chilometri, perché l’avvicinarsi degli estremisti è soltanto un sintomo, più o meno virulento. La causa e radice di tutti i mali è questa: una parte della regione vive come se l’11 settembre 2001 non fosse mai accaduto, non ha mai attraversato quella linea storica.

Ci sono settori dell’establishment militare pachistano che per anni hanno coltivato i talebani come la loro risorsa più preziosa, e ancora non cambiano idea. Per loro il Grande Nemico resta l’India, il subcontinente che li minaccia da sudest con la smisuratezza e la preponderanza geografica. Tutto il resto, e quindi i problemi di integrazione dell’occidente con la sollevazione islamica e sunnita ispirata a Osama bin Laden, gli attentati, la guerra in Iraq, la sicurezza nazionale nei paesi dell’occidente, non li riguarda. Per questo hanno volutamente tenuto le loro aree tribali di confine in stato artificioso di arretratezza, senza strade e senza scuole, perché fossero serbatoi sempre pieni di manodopera per il jihad, senza esitazioni. Per questo hanno appoggiato e appoggiano i talebani, perché si sentono linea sottile contro le divisioni di carriarmati indiani e considerano l’Afghanistan soltanto secondo il concetto di “profondità strategica”, l’area dove rifugiarsi e da dove organizzare il contrattacco in caso di invasione hindu. Al punto, nel novembre del 1999, di pensare di consegnare parte delle loro armi atomiche ai talebani, come riserva. Per questo hanno sempre fatto da balia ai guerriglieri, fino a guidare per conto loro il traffico aereo sopra l’Afghanistan, compito troppo complesso per gli estremisti e metafora azzeccata di che cosa succedeva laggiù negli anni Novanta.

Oggi la parte di Pakistan che non riconosce l’11 settembre lotta contro la parte, esigua in verità, e debole perché esposta, che ha accettato di combattere a fianco degli americani. Il capo dei buoni – fino a quando non lo si scoprirà al telefono con il mullah Omar – è il comandante delle forze armate, il generale Ashfaq Kayani. Ogni giorno si sente al telefono con il suo omologo americano, Mike Mullen, e la scorsa estate si è visto in gran segreto – ma nemmeno troppo – con gli americani sopra la portaerei Uss Lincoln, in mezzo all’Oceano indiano, per decidere una strategia comune contro i terroristi. Ma Kayani non ha il controllo completo e pieno dei suoi sottoposti, e soprattutto dei suoi ex colleghi dell’intelligence militare.

L’avanzata militare dei talebani dentro il Pakistan ripete lo stesso messaggio della presa del potere sciita dell’ayatollah Khomeini in Iran nel 1979. E’ questo: fate attenzione, la nostra rivoluzione è davanti, non dietro di voi. L’ordine dei talebani o dei pasdaran non è un rigurgito di passato da ricacciare indietro. Se non state attenti, è un pezzo di futuro, da schivare. Chiedere agli abitanti dei distretti pachistani appena caduti, che fino a poche ore fa conducevano una vita normale. Ieri, intanto, in Iraq, al Qaida ha ricomicniato a colpire in grande stile. Con due attentati, uno a Baghdad e l’altro nella provincia violentissima di Diyala, ha ucciso quasi cento persone. Stiamo perdendo il Pakistan e si rischia di riperdere l’Iraq. Due sfide toste per la nuova Amministrazione Obama.

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