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Falce, carroccio e martello

In Emilia Romagna sta nascendo una nuova Lega nord. E’ una Lega fatta da leghisti, da padani ma soprattutto da comunisti e per preparare la sua discesa a sud del Po ora è pronta a conquistare persino il paese di Don Camillo e Peppone

Se arrivasse in questi giorni a Brescello, il Don Camillo di Giovanni Guareschi si ritroverebbe di fronte a un onorevole Peppone che avrebbe, sì, gli stessi baffi, lo stesso sguardo, lo stesso accento, gli stessi occhi, la stessa incredibile passione per la politica, ma che invece del vecchio fazzoletto rosso, stretto al collo come fosse una cravatta, avrebbe qualcosa di diverso. Avrebbe un fazzoletto verde. Un fazzoletto verde leghista. In molte città dell’Emilia Romagna, sta succedendo qualcosa di strano: succede che il rosso si sta trasformando in verde, succede che i vecchi comunisti si stanno trasformando in militanti leghisti, succede che c’è il partito più antico della seconda Repubblica che in quel triangolo che mette insieme Reggio, Parma e Bologna sta ritoccando una parte del suo profilo politico, e lo sta facendo anche per preparare la sua discesa nel resto d’Italia. L’esplosione della Lega nelle città rosse dell’Emilia e della Romagna ha raggiunto risultati che non si possono più spiegare solo con il boom ottenuto dal centrodestra nelle ultime elezioni. C’è qualcosa di più, qui. C’è una Lega diversa che sta nascendo da queste parti. E’ una Lega che ha deciso di rafforzare ancora di più il suo lato sinistro, è una Lega che entra nelle fabbriche, è una Lega che mette piede nelle cooperative, è una Lega che strappa alla sinistra i voti degli operai, è una Lega che seduce i contadini, è una Lega che conquista gli artigiani, è una Lega che ormai convince i grandi e piccoli commercianti: ed è la stessa Lega che sta vedendo aumentare di anno in anno i suoi voti in molti comuni rossi che si trovano a sud della Padania. Da queste parti, il partito di Bossi viaggia attorno a cifre ormai vicine al 20 per cento: e se in alcune città in provincia di Modena la Lega ha persino superato il Pd (a Fiumalbo è arrivata al 29,44 per cento) è però tutta l’avanzata leghista a essere sempre più sorprendente. Negli ultimi due anni, la Lega ha visto crescere i suoi voti del settantacinque per cento in Emilia e del centotrentacinque in Romagna; a Bologna ha raddoppiato i propri consensi, a Modena è arrivata al nove per cento, a Piacenza al 14, mentre a Reggio all’otto. Proprio qui – proprio nella città delle cooperative, nella città del Pci, nella città che fu anche di Berlinguer e di Togliatti – c’è però una Lega che sta tentando di presentarsi come l’ultima evoluzione possibile del Partito comunista, che sta stringendo accordi importanti con la coalizione di governo e che grazie al voto delle ultime politiche si ritrova ora con la possibilità di presentare i propri sindaci in alcune città da sempre colorate di rosso. Città come Guastalla, come Boretto, come Toano, come Vettoviano, come Villa Vinozzo e, naturalmente, come Brescello. Nel paese che fu di Don Camillo e Peppone, inoltre, il partito di Bossi ha intenzione di presentare una lista civica un po’ particolare. Una lista con un simbolo rosso, con una falce, con un martello. Una lista con due parole scritte in maiuscolo una mattina di sedici anni fa. Una lista fatta solo da comunisti padani.

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Era il gennaio del 1990
e tutto cominciò lì: quel giorno Mauro Manfredini ritagliò con le forbici la falce e il martello da un volantino di carta, prese una moneta da 50 lire, la poggiò sul tavolo della stanza da pranzo, ci passò attorno la punta della matita, disegnò un cerchio grande come un simbolo elettorale, poi ci pensò un attimo e scelse proprio quelle due parole: comunisti padani. Il giorno dopo, Mauro – che aveva quarant’anni e che militava nel Partito comunista da quando di anni ne aveva quindici – uscì dalla sua casa a sette chilometri da Reggio nell’Emilia: comprò una busta, ci mise dentro il foglio con quelle parole scritte in maiuscolo e le inviò con la posta celere a Milano, a Umberto Bossi. Era un venerdì. Il lunedì successivo Mauro sentì squillare il telefono. “Salve – disse una voce femminile che rispondeva da Milano – Umberto ha detto che domani mattina tu devi venire qui”. Erano i mesi in cui Bossi stava trasformando la sua Lega in un partito che di lì a poco avrebbe portato in Parlamento venticinque senatori e cinquantacinque deputati, e che alle elezioni politiche di quell’anno avrebbe raggiunto l’otto per cento dei consensi nazionali. In quei giorni, Bossi aveva chiesto a Roberto Maroni di organizzare una lista con tutti i movimenti che avrebbero fatto parte dell’atto costitutivo della Lega: c’era la Liga Veneta, la Lega Lombarda, il Piemont Autonomista, l’Uniun Ligure, l’Alleanza Toscana, la Lega Toscana, il Movimento per la Toscana e la Lega Emiliano-Romagnola. Mancava solo qualcuno che presentasse una lista di “chiara appartenenza di sinistra”, come ripeteva con una certa insistenza Bossi a Maroni. Mancava, dunque, solo una lista con una falce e un martello colorati di verde. Una lista che, a quasi vent’anni di distanza, oggi è tornata a esistere di nuovo, ed è diventata forse uno dei modi migliori per capire come – da piccolo affluente che era – la Lega si sta trasformando in un fiume pronto a rompere i suoi argini anche al di là del Po. Anche sotto la pianura, anche sotto la Padania; e naturalmente già dalle prossime elezioni amministrative. E’ proprio qui, nel cuore periferico dell’Emilia, che la Lega ha costruito il suo più importante laboratorio di politica nazionale, ed è proprio qui, a due passi da Reggio, dove sta nascendo l’anima più di sinistra della Lega nord. “Il nostro partito – spiega al Foglio il presidente federale della Lega, Angelo Alessandri – ha in effetti intenzione di andare al di là dei confini del nord, ha intenzione di radicarsi in Umbria, in Toscana, in Emilia Romagna, in Calabria, in Puglia, in Campania e persino in Sicilia, e ha intenzione di farlo mostrando anche il suo vero volto di sinistra. Le ultime politiche hanno dimostrato che la Lega è un partito con ambizioni nazionali, che non può che ascoltare quegli elettori che, in queste ore, a Bari, a Foggia, a Trapani, a Frosinone, a Napoli, a Salerno, a Palermo e ad Agrigento, ci stanno chiedendo di offrire qualcosa di più che un semplice comitato elettorale. Nei prossimi mesi potremmo pensare di modificare lo statuto, di aprire alcune sezioni della Lega al sud e, perché no, di far nascere da queste parti liste elettorali autonome già dalle prossime elezioni europee”.

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La sede da cui la Lega nord prepara la sua discesa nel resto dell’Italia ha tre stanze, un corridoio, due computer, tre scrivanie, quattro poster verdi attaccati al muro, una bacheca di sughero foderata con fogli di giornale e un tavolino di legno su cui sono poggiati dieci piccoli colorati di verde: “Alla Campania sacchi di soldi, all’Emilia sacchi di rifiuti. Paga e taci somaro emiliano”. “Ulivo e delirio: campi nomadi per tutti”. “Il voto agli extracomunitari? No! No al voto di scambio”. Pochi metri al di là di quella strada statale che taglia in due il cuore di Reggio c’è un vecchio aeroporto militare. Un aeroporto, quello di Campovolo, dove fino a poco tempo fa il Partito comunista organizzava quella che da tutti veniva considerata la festa più importante dell’Unità, e dove sia Palmiro Togliatti sia Enrico Berlinguer arrivavano ogni estate per parlare al cuore rosso dell’Emilia Romagna. Qui, nell’estate di trent’anni fa, fu proprio Berlinguer a dire questa era la regione più avanzata d’Italia, “perché la più rossa e la più comunista”. Di fronte all’immenso prato di Campovolo oggi invece c’è la più importante sede della Lega nord a sud del Po. Il padrone di casa è un ragazzo di 39 anni, con i capelli rossi, gli occhi azzurri, la maglietta verde, un paio di vecchi anfibi neri. Un ragazzo che fino a quindici anni fa lavorava al di là della strada statale, che sventolava ogni anno bandiere con la falce e martello, che vendeva salsicce e patatine, che distribuiva spillette rosse, che con i suoi compagni ogni estate gestiva tre stand della festa dell’Unità, e che ancor prima che leghista si considera ancora oggi semplicemente un vecchio comunista. Perché è vero, ci sarà sempre qualcuno come Walter Veltroni che continuerà a dire che al nord i partiti come il Pd saranno destinati a inghiottire un giorno o l’altro l’elettorato della Lega, qualcuno che sarà convinto che da queste parti il maggior partito dell’opposizione rivestirà sempre più il ruolo di vero concorrente dei movimenti leghisti. Ma basta fare due passi qui, e basta passeggiare tra le strade di Parma, di Reggio e di Brescello per capire che la realtà è molto diversa, e che in quelle strade, in quelle piazze e in quelle città dell’Emilia e della Romagna gli stessi uomini, gli stessi politici e gli stessi militanti che fino a poco tempo fa sventolavano falci e martelli stampati su bandiere rosse si ritrovano oggi seduti sotto un palco ad applaudire Umberto Bossi. I comunisti padani, però, non sono solo una suggestiva e folkroristica provocazione politica. Sono tutt’altro. Sono l’ultima evoluzione dell’ideologia del leghismo di lotta e di governo, sono quella fetta di partito formata da militanti che hanno scelto, sì, di condividere l’esperienza di governo con i partiti di destra, ma che dall’altra parte si considerano ancora più comunisti dei nuovi comunisti; si considerano più a sinistra dei partiti di sinistra e – anche per questo – credono che le prossime elezioni saranno decisive per conquistare quelle città dove fino a poco tempo fa c’era un unico colore ammesso; e non era il verde, era il rosso. Il primo ad avere quell’idea con cui la Lega nord proverà ora a rafforzare il suo profilo sinistro – un profilo che i dirigenti leghisti sono pronti ad offrire anche in molte altre regioni rosse del centro Italia, dove la Lega ha aperto da poche settimane le sue nuove sezioni (Umbria, Marche, Abruzzo, Toscana e persino Lazio) – è stato proprio Mauro Manfredini: sessantasette anni, due baffoni grossi così, primo e unico leghista eletto nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna e convinto da sempre che Umberto Bossi sia l’unico vero erede di Enrico Berlinguer. “Noi che veniamo dalla sinistra – racconta Mauro – abbiamo bisogno di persone combattive, di gente che sappia come caricarci e che sappia fare bene il capo. Berlinguer, per esempio, era uno che poteva essere avvicinato, uno di quei leader che quando andavi ai suoi comizi potevi parlargli, potevi toccarlo, potevi davvero condividere qualcosa con lui. Oggi invece questo non è più possibile, e non solo non è più possibile sapere che idee di sinistra hanno i politici di sinistra, ma è persino difficile incontrarli per strada questi dirigenti che si considerano eredi del vecchio Partito comunista. Ecco – continua Manfredini – Berlinguer somigliava molto a Bossi. Era una brava persona come lui. Aveva le idee giuste come lui. Sapeva comandare come lui. Era un capo come lui, e aveva la stessa idea del rapporto che in un paese ci deve essere tra gli eletti e gli elettori: e proprio come Berlinguer Bossi sa leggere con una grande efficacia non soltanto il territorio ma anche i desideri della gente”.

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Per quanto forse può sembrare bizzarro
, l’accostamento tra Berlinguer e il leader della Lega è un accostamento che non è mai dispiaciuto neppure a Umberto Bossi: nel marzo del 2004 fu lo stesso Bossi a raccontare all’allora direttore della Padania, Gigi Moncalvo, che “quanto a numero di comizi ho già battuto, e ampiamente, uno come Enrico Berlinguer, e questa è una cosa che mi inorgoglisce perché il rapporto con la mia gente è come la benzina, anche se la fatica si sente e diventa sempre più difficile recuperare…”. Ma il termometro migliore per capire il senso dell’avanzata dei comunisti padani nel cuore dell’Emilia è sicuramente il caso di Reggio. Perché Reggio è la città delle coop, è la città di Unipol, è la città che adottò per mesi il segretario Togliatti, è la città che dal 1859 a oggi non ha mai avuto sindaci che non fossero di centro o di sinistra, ed è la stessa città che ora, nella prossima primavera, potrebbe essere conquistata dalla Lega. A Reggio non ci sarà una lista dei comunisti padani, ma il candidato sindaco per il centrodestra sarà un leghista che con i comunisti padani c’è cresciuto: un leghista di 40 anni che si chiama Angelo Alessandri, che due anni fa è stato eletto presidente federale della Lega e che oggi confessa di avere in mano sondaggi che in questa città danno al suo partito qualcosa come il 51 per cento dei consensi. Alessandri – che è stata la prima persona con cui Manfredini ha parlato la mattina in cui consegnò a Bossi il logo della sua lista con la falce, il carroccio e il martello – oggi ha scelto come suo braccio destro in Emilia Romagna un ragazzo di trentasei anni, che si chiama Enrico Lusetti, che è capogruppo dell’opposizione alla provincia di Reggio, e che come Alessandri, come Manfredini si considera comunista prima ancora che padano. “Significa questo comunista padano. Significa – dice Lusetti – essere sì leghisti, ma soprattutto comunisti. Noi siamo davvero più a sinistra della sinistra, noi davvero nei consigli regionali, comunali e provinciali votiamo mozioni che non avrebbero il coraggio di votare neppure i colleghi del Pd. Certo, è possibile che la Lega possa sembrare fuori posto tra Berlusconi, Fini e tutti gli altri, ed è evidente che ogni leghista sogni di avere il 51 per cento di voti tutti per sé per governare in santa pace senza dover dare conto a nessuno. Solo che questo oggi non è possibile, e i leghisti – anche quelli di sinistra come noi – fanno questo ragionamento: bisogna andare con chi ci permette di realizzare gli obiettivi. Bisogna portare a casa i risultati per la nostra gente, bisogna capire chi ti dà la possibilità di fare tutto cio; ed è per questo che oggi siamo alleati con il centrodestra”. Oggi. Perché Lusetti, così come gran parte della nuova generazione di leghisti dell’Emilia Romagna, dice che se un giorno la sinistra arrivasse al governo da parte della Lega ci sarebbe tutto l’interesse per provare a mettersi insieme: “Oggi noi leghisti non ci crediamo, non crediamo sia possibile farlo perché c’abbiamo già provato, abbiamo già visto che le persone che da sinistra hanno governato il paese si sono dimostrate assolutamente inaffidabili, ma sappiamo che comunque lì c’è qualcuno che riesce a rappresentare meglio di altri l’anima più a sinistra della Lega. Qualcuno che, soprattutto per noi comunisti padani, oggi è l’unico vero politico che sarebbe in grado di mettere insieme il rosso e il verde, e che saprebbe come cancellare l’immagine di quella sinistra che va in giro con i maglioni di cachemire, e che si fa fotografare sulle barche a vela e che in altre parole saprebbe mettere insieme una falce, un carroccio e un martello”. Semplicemente, dicono i comunisti padani, qualcuno come Pier Luigi Bersani.

di Claudio Cerasa

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