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Venerdì il congresso del Pdl - Parla Sergio Romano

Il partito azienda è mutato, ma il Cav. è rimasto il suo impresario unico

Il 6 marzo 1994, morta la Prima Repubblica, con un articolo sulla Stampa di Torino, Sergio Romano analizzava la nuova Repubblica che stava prendendo forma tra le rovine della vecchia coniando per la nascente Forza Italia e il suo dominus Silvio Berlusconi una definizione destinata a considerevole fortuna anche negli anni successivi: quella di “partito azienda”. Venerdì, sedici anni dopo, il Cav. terrà a battesimo la sua nuova creatura, il Pdl. E sembra quasi naturale chiedere al professor Romano cosa resta, oggi, di quella singolare categoria politologica. “Ne resta molto – spiega al Foglio - E’ vero che il partito di Berlusconi in questi sedici anni si è notevolmente modificato e non è secondario che nel Pdl arrivi anche Gianfranco Fini con le sue truppe. Eppure – aggiunge – questa nascente creatura ha ancora una delle caratteristiche precipue del partito azienda del 1994: infatti ‘è’ di Berlusconi”. Cioè? “E’ ancora, almeno in parte, un partito azienda e lo dico senza malizia: ha un proprio padrone e un proprio impresario. Berlusconi non solo possiede il partito dal punto di vista economico, poiché certamente ha fatto fronte alle esigenze di spesa della macchina organizzativa. Ma soprattutto – spiega il professore – ‘è’ di Berlusconi il consenso che si solidifica intorno al Pdl, come suo ed esclusivo è il rapporto con il popolo che vi si identifica”.

Insomma non cambia nulla o quasi? “Intendiamoci, molto è già cambiato. Quando usai la definizione di partito azienda mi riferivo anche all’uso opportuno che Berlusconi nel 1994 fece degli ingredienti di cui disponeva allora, ovvero la Fininvest. In FI chiamò i suoi venditori pubblicitari, gli esperti di spettacolo, i grandi comunicatori, i sondaggisti. Tutte figure che provenivano dalla sua azienda e che si sono poi rivelate fondamentali nella particolarissima esperienza politica che ne è seguita e che ha determinato uno scarto decisivo nella storia della partitocrazia italiana. Ma FI si è poi evoluta. Col tempo molti di quegli uomini sono andati via e altri, di altra provenienza, li hanno sostituiti. Quello che resta è il Berlusconi impresario”. Formula vincente non si cambia. “E’ un’impostazione redditizia dal punto di vista del consenso e questi ultimi anni lo dimostrano”.

C’è anche chi riconosce nella struttura berlusconiana un modello da seguire. Maliziosamente si è detto che Walter Veltroni abbia inteso un po’ attingere al modello carismatico di Berlusconi per il proprio Pd. “Ma certo. Quando scrissi per la prima volta di partito azienda fui colpito dal modo in cui il fenomeno era inquadrato dalla sinistra. C’era, e c’è stato a lungo, un che di derisorio. Lo consideravano un fenomeno transitorio, populista. E invece il partito azienda, il partito dell’impresario, è diventato un modello da imitare. Anche fuori d’Italia”. E chi sono gli emuli del Cav? “Alcuni giorni fa Vargas Llosa ha definito Berlusconi un ‘caudillo democratico’. Una definizione tutt’altro che dispregiativa e che mi ha fatto molto riflettere. Tant’è che, pur avendo storie personali molto diverse, credo che Sarkozy si ispiri a Berlusconi, così come Tony Blair gli ha assomigliato”. Sono leader molto diversi. “Sì ma, come dei veri imprenditori-padroni, hanno tutti annullato il limite tra ciò che è privato e ciò che è pubblico. Per Berlusconi, premier-amministratore delegato, non c’è differenza tra la villa di Arcore e Palazzo Chigi. E lo stesso vale per Sarkozy che appena eletto è andato in barca con Vincent Bolloré e ha gestito pubblicamente le sue nozze con Carla Bruni”.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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