Roma. Dovesse mai succedere – e la crudeltà poetica di aprile spingersi così fino all’inverosimile – sarebbe mille volte peggio di quando vinsero gli andreottiani d’assalto dello Squalo. Se i barbari alemanniani, che spingono alle porte della città che fu modello prima vantato e poi rimosso, dovessero espugnare il Campidoglio, altro che Bologna (ché lì si trattava solo di un macellaio centrista), altro che Cav. a Palazzo Chigi (tanto da lì va e viene), altro che monnezza napoletana. Una catastrofe: due sindaci candidati premier ed entrambi sconfitti, uno ricandidato alla guida della città e liquidato… Che poi lo smacco più grosso non sarebbe neanche la sconfitta, ma la figura stessa del vincitore: con un casiniano ruiniano ci si poteva stare, persino con l’innocuo forzista Tajani il dolore non sarebbe durato in eterno, ma buttati giù dalla Rupe Tarpea Democratica da un moretto post fascista che vaga con la celtica al collo, e che appunto accanto a una celtica i nemici lo hanno messo sghignazzante su ogni muro di Roma, ecco, questo è il più mesto tramonto – anzi, altro che tramonto: rovina di tenebre, sprofondo da Vesuvio politico, cataclisma da correre a nascondersi per trent’anni – fa in tempo ad arrivare alla pensione persino l’eroina Marianna Madia. Tra i sostenitori di Rutelli c’è preoccupazione, ma più ancora una sorta di attonito stupore: possibile che possa accadere questo? “Pare un incubo”, si lascia andare un assessore regionale. “Fino a un paio di settimane fa, tutto questo chi l’avrebbe mai pensato”. Manco Alemanno, a dire la verità, che stava beato in attesa di un discreto travaso ministeriale. E tutti quei manifesti senza firma, quel grido insieme di allarme democratico e d’incredula paura: “Salva Roma”. Pure l’appello di Ingrao, affisso su ogni angolo della capitale, che chissà quanti voti potrà spostare l’antico capo comunista… E magari l’inutilità dell’appello degli architetti (democratici, sicuramente) per Rutelli. E persino Totti a petto nudo – capitano e democratico – dal letto d’ospedale. E la moglie di Petroselli, il mitico sindaco comunista, che si stringe a Francesco e confida: “Spero che Luigi da lassù ti dia una mano”.
Sarà stato mica tutto inutile, anche chiudere la campagna elettorale a Tor Pignattara, con tante belle piazze in centro? I sostenitori di Rutelli, i rutelliani sparsi nell’Urbe tutta – tanto per convinzione quanto per convenienza – in queste ore hanno facce un po’ stranite, nei meglio salotti democratici, che una lunga stagione di tre lustri ha viziato e quasi istituzionalizzato, e che sciaguratamente hanno già perso Bertinotti, c’è un rimbombante batticuore. Quella celtica che manco Alemanno vorrebbe ostentare – e dannato sia il momento in cui accettò di mostrare l’incarnato alla Bignardi – ma che certo Aleamanno non rinnega, ha il potere di turbare sonni e di sfregiare desideri. Così la gloria del modello Roma, che fino a pochi mesi fa procedeva sui giornali e nel comune sentire a colori allegri e sognanti, come certe tele pop, sgrana verso il bianco e nero. Dovesse alla fine vincere Rutelli, sfangarla sul filo di lana, comunque una stagione si chiude, tutto un leva e metti – che ha avuto gli ultimi fuochi nella Festa del cinema – va in archivio. Quando le urne sono ancora chiuse, e ognuno ancora spera e ancora fa scongiuri, si avverte già come un dissolvimento di fondo, una costruzione dell’immaginario cittadino che prende la fragilità della cartapesta. Si rimettono i piedi per terra, i lampioni all’opera, i tram sulle rotaie, gli sbandati nelle mani della forza pubblica, la monnezza nelle mani dei monnezzari, la sagra smisurata e ormai sgarbata dell’Estate romana ricondotta a dimensioni umane, le notti magari riconsacrate al sonno. Se ogni piazza era prima occupata – una fissazione, questa delle piazze, persino Rutelli da sindaco annunciò il progetto “cento piazze”: e che cavolo di megalomania, comincia da una, no? Veltroniani e rutelliani, nella lotta oggi affratellati, sospirano intorno a quel punto che ormai pare dividere i due candidati, “siamo in recupero, ma è talmente sottile la differenza…”, e nell’attesa (ormai di attesa si tratta, il resto è tutto compiuto) qualcuno con la memoria prova a ricapitolare questi anni vissuti – anche meritoriamente – sempre gloriosamente. Ed è proprio qui – tra glorie architettoniche e culturali e giornalistiche ormai appannate – che corre il filo del rimpianto e della disillusione. La grande stagione rutelliana, per esempio, del Giubileo, che in Vaticano dal Papa all’ultimo scriba di Curia seppero apprezzare, tanto che un filo di Sindaco boys, tra i Papa boys, sembrò d’intravedere nella notte immensa di Tor Vergata. Si poteva mai stare a pensare che, di tanta folla e tanto ardore, restassero solo le tristi polemiche sul registro delle unioni civili? E sottopassi di qua e parcheggi sotterranei di là – tutti pellegrini e tutti turisti. Fu il vero trionfo rutelliano, quello che doveva consacrarlo leader dei tardodicì della Margherita e poi andò come andò. Ma se svanisce il mito del motorino e quello del buonismo, una domanda nell’aria carica di paura vola: e ora, Sharon Stone cosa dirà? Perché la gloria papalina e la gloria hollywoodiana di pari passo hanno edificato quella rutelliana e quella veltroniana, in una girandola di papi e Di Caprio, di vescovi e di Clint Eastwood. E quando Sharon venne a Roma, ha rievocato Rutelli, ne lodò lo sguardo incorrotto, e quando Clooney ha incontrato Veltroni lo ha sostenuto. Sullo sfondo si sfarinano le epopee degli Auditorium, dell’Ara Pacis, di piazza Vittorio risanata – con annessa epica dell’Orchestra di… – dell’Ambra Jovinelli e del sicuro dolore che in caso di vittoria di Alemanno colpirebbe la Dandini e Giobbe Covatta e la comicità democratica tutta, teatranti e attori e città del cinema – che poi la gente, da qualche tempo, ha cominciato a contestare il dilagare di troupe che fanno er cinema sotto casa rompendo le scatole. E tutta la stagione borgnesca della cultura virerà, chissà, verso più classici risultati, e il museo Maxxi e le nuvole di Fuksas e le musiche di Piovani, per non dire di tutti quei funerali di eccellenti su in Campidoglio – cosa più cara a Veltroni che a Rutelli – a cominciare dalle mastodontiche esequie di Sordi, così giustamente Monicelli era preoccupato di finire esposto pure lui. Se verrà la temuta marea nera, figurarsi la dissoluzione, tra tramonto e alba, della Notte Bianca di ispirazione veltroniana – che l’intenzione rutelliana arditamente voleva replicare e moltiplicare. Anche questo mondo immaginato o costruito è in gioco: con Francesco iniziò, con Francesco potrebbe tutto finire. Pure Walter.
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