Canberra. In un anno la quotazione in Borsa di News Corporation, l’impero delle comunicazioni fondato e posseduto da Rupert Murdoch, ha perso due terzi del proprio valore. Tutto il settore sta andando male, ma News Corp. ha fatto peggio anche rispetto ai propri diretti concorrenti, Time Warner e Viacom.
L’anno scorso Murdoch, con una clamorosa acquisizione, ha preso il controllo del Wall Street Journal, una delle redazioni più rigorose e professionali del mondo, che lui considerava la gemma mancante alla propria corona. Ora i suoi critici sostengono che il momento era quello sbagliato, appena prima della grande crisi che sta gelando i mercati e tagliando i profitti. Murdoch ha sborsato cinque miliardi di dollari per un’impresa che rende 100 milioni di dollari ogni anno. Se le cose continuassero a questo ritmo, sarebbero necessari cinquant’anni per ammortizzare la spesa. Ma le cose non andranno a questo ritmo, perché stanno marciando verso il peggio. E’ una tendenza generale: la diminuzione dei lettori e il crollo delle entrate pubblicitarie (negli Stati Uniti ogni trimestre i giornali perdono il 15 per cento di inserzioni) stanno costringendo molti quotidiani a ridimensionare le redazioni e a ridurre formato, tiratura e diffusione. Il New York Times, la testata più famosa degli Stati Uniti, a fine gennaio ha messo in vendita la sede grattacielo inaugurata due anni fa, per fare cassa. Le sue entrate pubblicitarie sono un disastro: meno venti per cento soltanto lo scorso novembre. Per gli altri è anche peggio. “Anche i nostri risultati riflettono la situazione generale – dice Murdoch agli azionisti – ma questa volta la svolta negativa è più grave, e probabilmente durerà più a lungo di quanto avessimo previsto”.
Anche all’interno di News Corporation, che comprende Fox News e Youtube, il segmento quotidiani è il più debole oggi e il più vulnerabile nelle proiezioni a medio termine: l’anno scorso ha perso il 25 per cento dei ricavi, contro il meno 11 per cento del resto della compagnia.
Quando le cose andavano meglio, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, gli investitori e gli analisti finanziari erano più disposti a passare sopra all’amore per la carta stampata del settantenne Murdoch. Ora che le cose vanno male, sono molto meno teneri. David Joyce, analista della Miller Tabak & Company, dice al New York Times: “Dagli investitori sento che vorrebbero che la compagnia si occupasse di qualsiasi cosa. Tranne che di giornali. Sono più disposti a perdonare quando sono di buonumore, ma oggi le speranze di ripresa nel business dei quotidiani sono molto scarse. Eppure è una cosa che lui sente nel sangue, è così che News Corporation è partita cinquant’anni fa”.
Murdoch ha iniziato in redazione la sua carriera di magnate dei media, in Australia. Suo padre, uno scozzese sanguigno corrispondente di guerra con il contingente australiano in Europa durante la Prima guerra mondiale, lo aveva avviato alla professione di giornalista prima di morire. Lui si dimostrò subito più bravo a gestire e moltiplicare i soldi – che in un quotidiano non guasta – che a scrivere, cominciando la serie di acquisizioni e investimenti spregiudicati, i primi tutti nel campo dei quotidiani, che hanno fondato il suo impero.
Oggi “Murdoch, barone vecchio stile dei media e Mogul del Ventunesimo secolo dei media – scrive il New York Times – deve fronteggiare una realtà deprimente: il suo amore per la carta stampata , un amore che dura da una vita, è diventato una zavorra per le sorti della sua News Corporation”. Alcuni analisti sostengono che la compagnia dovrebbe separare il suo settore dei giornali quotidiani dagli altri settori, tv, cinema e Internet. In pratica, dovrebbe creare una bad company che non trascini anche gli altri verso il basso.
Chi difende Murdoch sostiene che il valore dei giornali non è soltanto economico. Per anni il gran padrone ha tollerato perdite di decine di milioni di dollari dal New York Post, in cambio del potere politico garantito dall’essere proprietario del giornale newyorchese tra le altre cose sponsor dell’elezione di Rudy Giuliani a sindaco. E il Wall Street Journal, la gemma costosissima, ha risultati di mercato sicuramente migliori degli altri quotidiani. E’ riuscito a mantenere la sua circolazione sopra ai due milioni di lettori, contando anche gli abbonati via Internet, mentre tutti i concorrenti calavano ineluttabilmente.
Anche per quanto riguarda i profitti, non è detta l’ultima parola. Come è nel suo stile diretto, Murdoch vuole smentire i suoi critici facendo affari. Non è questione di nostalgia senile che interferisce con la sua capacità di prendere decisioni. Il settore può resistere: “Noi sopravviveremo e i nostri rivali più deboli moriranno – ha detto da poco, in un’intervista al quotidiano britannico Independent – non c’è mai stato un appetito per le notizie così grande come oggi e io ho una grande fede nei giornali. Questa crisi è la peggiore per News Corporation nei suoi cinquant’anni. A ogni recessione i profeti di sventura hanno detto che tutto è perduto. Ma a ogni recessione, grave o leggera, abbiamo resistito al panico e siamo sempre emersi più forti di prima”. Murdoch prevede un rigoroso taglio dei costi: “La compagnia non tollera il grasso”.
Murdoch pensa che la crisi darà la sveglia anche ai giornalisti. Altrimenti, “rischiano l’estinzione”. Questo è quello che ha sostenuto due mesi fa: “C’è stato un tempo in cui una manciata di direttori poteva decidere che cosa faceva notizia e che cosa no. Quei direttori si comportavano come semidei. Oggi stanno perdendo il loro potere. Internet, per esempio, fornisce l’accesso a migliaia di notizie che i direttori non conoscono. Io lo vedo così il rapporto tra i grandi media ufficiali e Internet: non sono i giornali che stanno diventando obsoleti, sono soltanto alcuni direttori, reporter e proprietari che stanno dimenticando l’asset più prezioso per un giornale: il legame con i propri lettori”.
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