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Controversia su Martini

Storia di una grande vocazione, di un pastore riluttante, di una figura mediatica osannata dai beautiful people, e di un cardinale tormentato che votò Ratzinger

L’Aloisianum, la gloriosa casa dei Gesuiti a Gallarate, centro di studi filosofici e non biblici, è stata la sua ultima dimora. Ché a Gerusalemme, che aveva scelto per sé e per tornare ai suoi studi – più di Roma e meglio di Roma: Gerusalemme come l’altra Roma – e dove aveva trascorso sei anni dopo essersi ritirato, aveva dovuto rinunciare. In attesa di tornarci per sempre, nella valle di Josafat. In uno dei suoi ultimi libri aveva citato per una volta non la Bibbia, ma un proverbio indiano: “Dapprima impariamo, poi insegniamo, poi ci ritiriamo e impariamo a tacere. E nella quarta fase, l’uomo impara a mendicare”. La mendicanza della malattia, certo, il Parkinson. E la mendicanza umana della preghiera: “Un tempo avevo sogni sulla chiesa… Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare con la chiesa”. Ma non è affatto vero che abbia mai smesso di parlare, e di sognare la sua chiesa. Anzi Carlo Maria Martini non ha mai voluto farsi sentire così tanto come nei suoi ultimi anni. Da quando nel 2006 l’Espresso pubblicò il suo dialogo con Ignazio Marino, in cui chiedeva alla chiesa “il superamento di quel rifiuto di ogni forma di fecondazione artificiale”, per superare il “doloroso divario tra la prassi ammessa comunemente dalla gente e anche sancita dalle leggi e l’atteggiamento almeno teorico di molti credenti”. Oppure da quando nel 2008 aveva pubblicato le sue “Conversazioni notturne a Gerusalemme” col gesuita tedesco Georg Sporschill, dedicate al “rischio della fede”.

Qualcuno si era limitato a liquidarle con un “Gesù non è cattolico”. In realtà erano una summa teologica di tutte le zone grigie, i chiaroscuri, i detti e non detti del pensiero Martiniano. Che qui diventavano espliciti, ad esempio sulla bioetica: “Dopo l’Humanae Vitae, i vescovi austriaci e tedeschi, e molti altri vescovi, hanno seguito, con le loro dichiarazioni di preoccupazione, un orientamento che oggi potremmo portare avanti. Quasi quarant’anni di distanza (un periodo lungo quanto il passaggio di Israele nel deserto) potrebbero consentirci una nuova visione”.

Entrato nei gesuiti a diciassette anni, nel 1944 (ma la scelta avvenne ancora prima: “Ho compiuto allora la decisione della mia vocazione. Ho dei ricordi, tra i dieci e i dodici anni: una scelta assoluta, già chiarissima”, riporta Marco Garzonio nel saggio biografico del Meridiano che Mondadori ha dedicato al cardinale, “Martini - Le ragioni del credere”), l’arcivescovo emerito di Milano e cardinale Carlo Maria Martini ha attraversato nella chiesa e nella Compagnia di Gesù quasi sette decenni, molti da protagonista, molti con l’immagine del bastian contrario, dell’antipapa, dell’ante-papa, come preferì definirsi lui. E in questa lunga vita c’è ovviamente di tutto. Ma non il contrario di tutto.

Figlio di un ingegnere edile di Orbassano, ordinata e religiosa borghesia piemontese, talentuoso studente di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico, la Harvard dei gesuiti a Roma, il 29 settembre 1969, a soli quarant’anni,  ne venne nominato rettore.
E’ il capitolo meno conosciuto della sua vita, eppure cruciale, perché poi, in fin dei conti, tutte le vicende e gli scontri notevoli nella chiesa dell’ultimo mezzo secolo partono da lì, da Roma e in gran parte dai gesuiti, dalla primavera conciliare e dalla lotta tra conservatori e nuovi teologi che si consuma negli anni Sessanta nell’apparente quiete sonnacchiosa di una Roma ancora antropologicamente papalina. Martini c’era. Il quarantenne gesuita divenne rettore del Biblico giusto nell’anno in cui il suo glorioso ordine, sotto i più forsennati venti della contestazione e la garibaldina profetica guida di Padre Pedro Arrupe stava per tracollare definitivamente (“un basco ci ha fondato, un basco ci chiuderà”).

Discepolo del grande cardinale e gesuita tedesco Augustin Bea, direttore del Biblico, patrono del nuovo metodo storico-critico e avversario della nouvelle théologie di cui erano esponenti Jean Daniélou e Henri de Lubac (che invece molto affascinava un talentuoso teologo tedesco, coetaneo di Martini, Joseph Ratzinger) e che sosteneva un’esegesi spirituale separata dal senso storico-letterale.

Al Biblico si compivano gli studi più spericolati del nuovo metodo, era sotto il fuoco dei conservatori: “Ci accusavano di leggere la Bibbia come degli increduli”, ricordò molti anni dopo Martini (del resto era stato Pio XII con l’enciclica Divino Afflante Spiritu ad aprire la strada alla nuova esegesi). Martini seppe tenere una barra mediana e riformista. Finché fu Paolo VI a “ridare l’onore al Biblico”, riconoscerà molti anni dopo Martini. E fu Montini a chiamarlo, fra gli ultimi atti del pontificato, nel 1978, alla guida della Pontificia Università Gregoriana. E fu lì che lo conobbe, traendone ottima impressione, Karol Wojtyla. Comunque sia nata, tra gli esiti misteriosi di quella scelta c’è il dato di fatto che Giovanni Paolo II si costruì da solo, per così dire, il proprio alter ego nella gerarchia, un antipapa perfetto, a uso soprattutto dei media e del sempre più frustrato cattolicesimo progressista. Ha funzionato per trent’anni, tra contrapposizioni vere e presunte e richieste “profetiche” di indire un Concilio Vaticano III.

Quando Giovanni Paolo II, con una mossa la cui sorpresa, per molti, non è cessata neppure oggi, lo scelse come nuovo arcivescovo di Milano, Martini tra le sue qualità “non poteva annoverare il governo di una parrocchia”, come scrive Garzonio. Giovane studioso a Roma, il suo unico contatto con la pastorale era stato un privatissimo apostolato, ma propiziato dalla Comunità di Sant’Egidio, nel carcere minorile di Casal del Marmo e nelle borgate di Primavalle”.

Per Garzonio ovviamente la cosa non rileva: “Ma la novità martiniana era stata quella di aver costruito una formazione scientifico-culturale e religiosa complessa”. Collaboratore e suo massimo biografo, Garzonio ancora lo scorso anno aveva provato con tenacia a mobilitare una sua piccola lobby del Corriere della Sera per propiziare un successore di Dionigi Tettamanzi che si collocasse nel solco martiniano.

La scelta di mandare un gesuita piemontese e fine biblista a guidare la diocesi più vasta del mondo, e cruciale per la chiesa italiana, e proprio all’inizio di un pontificato che aveva già iniziato a scuotere tutto dalle fondamenta è, comunque la si voglia leggere, uno dei passaggi chiave per la chiesa (e il suo rapporto con il mondo laico) degli ultimi decenni. Probabile, come ritengono molti informati, che per il Papa polacco Martini fosse semplicemente un gesuita d’ordine, un uomo di studi, fuori dalle pesanti logiche di schieramento della chiesa italiana. Secondo alcuni, nella coloritura “ante-papale” e progressista che il suo episcopato assunse quasi da subito avrebbero giocato fattori esterni, come l’influenza  fondamentale del segretario, quasi un segretario di stato, monsignor Erminio De Scalzi, o il rapporto con la intellighenzia cattolica ambrosiana, di matrice dossettiana-maritainiana e molto aperta a sinistra. Nella sua biografia di Martini, intitolata con trasparente forzatura antonomastica “Il Cardinale”, uscita qualche anno fa per Mondadori, Garzonio infila un aneddoto dossettiano tanto perfetto da sembrare costruito. Salendo verso Milano, il nuovo cardinale fece sosta a Monteveglio, sull’Appennino. Non trovò Dossetti nel suo eremo, a meditare sui destini progressivi della chiesa e dell’Italia: era partito per la Palestina (il luogo dell’anima, per entrambi). Gli aveva però lasciato un biglietto: “Le raccomando che da lei Milano senta solo vangelo, nient’altro che vangelo”.

Il vescovo ambrosiano trapiantato a Bologna Giacomo Biffi, al netto di una qualche umanissima sensibilità personale alla vicenda, anni fa ha scritto quel che mai nessuno aveva osato esprimere così esplicitamente: con la nomina di Martini a Milano “è arrivata alla sua conclusione, dopo quasi novant’anni, l’epoca che nella chiesa ambrosiana era iniziata nel 1891 con la venuta del beato cardinale Andrea Carlo Ferrari. Un’epoca tra le più luminose e feconde per il calore e la certezza della fede, per la concretezza delle iniziative e delle opere, per la capacità di rispondere alle interpellanze dei tempi non con cedimenti e mimetismi ma attingendo al patrimonio inalienabile della verità… Sempre con l’ispirazione e lo slancio attinti alla grande tradizione di san Carlo Borromeo e al ricchissimo, sereno e rasserenante magistero di sant’Ambrogio”. Non suonò come un’approvazione della lunga guida martiniana della chiesa di Milano.

Nel suo lunghissimo episcopato, e in misura quasi maggiore negli anni successivi, Carlo Maria Martini ha goduto, tolta una solida piccola schiera di critici e oppositori, di grande credito da parte dei fedeli e del mondo laico, di grande ammirazione da parte dell’establishment culturale, di grande stampa. Il problema di qualsiasi abbozzo di bilancio è verificare che uso abbia fatto, il cardinale, di tutto questo ben di Dio.

L’ascetico Martini, il sobrio intellettuale, è stato un cardinale molto mediatico. “Il lembo del mantello”, la lettera famosa pastorale del 1991 si concludeva parafrasando san Francesco e inneggiando a “sorella televisione” e “fratello giornale”. Quella testarda, o forse un po’ ottusa, apertura fiduciosa, o piuttosto questa disponibilità arrendevole ai media, senza mai farsi venire un dubbio francofortese sul ruolo dei media, senza mai rileggersi il Sillabo, senza mai interrogarsi sui danni che un sistema di pensiero pervasivo possono produrre sulla “formazione della retta coscienza cristiana” sono significativi. Anche Wojtyla non aveva paura dei media, anzi li dominava con la forza del gesto e della parola. Ma quando c’era da scagliarsi contro i loro contenuti, lo faceva eccome. Invece, come scrive Ferruccio Parazzoli nel citato Meridiano Mondadori, “Martini non esorta: si informa, dialoga”, scrive. E’ il riassunto più banale, ma a suo modo perfetto, del rapporto tra Martini e “la cultura”. Con tutti i limiti.

Martini ha frequentato e coltivato a lungo la zona grigia della coscienza, quella che, negli ultimi anni, ne aveva fatto un nume tutelare della conventicola di liberi pensatori dell’Università Vita e Salute del San Raffaele. Tanto più quando, a inizio 2007, già malato, sul Sole 24 Ore con un articolo titolato “Io, Welby e la morte” era entrato a gamba tesa, sebbene con babbucce felpate, in uno dei contenziosi più gravi che la chiesa cattolica italiana avesse in corso. La messa per Welby l’avrebbe celebrata, sul sottile confine della coscienza bisogna saper discernere. Sono questi atteggiamenti – oltre va da sé la cultura e la postura professorale, da misurato accademico più che da uomo di chiesa – che gli hanno sempre garantito un’audience plaudente tra i laici. Tanto più, ogni volta che le sue parole potevano essere usate come contraltare alle posizioni ufficiali della gerarchia wojtyliana-ruiniana-ratzingeriana. Le forzature mediatiche, e un ben dissimulato compiacimento di fronte a esse, fanno del resto data dai tempi della Cattedra dei non credenti, la serie di conferenze aperte al mondo culturale ateo o agnostico che per lunghi anni fu il fiore all’occhiello del “dialogo” della diocesi ambrosiana.
A Milano arrivò il 10 febbraio 1980. Una delle prime incombenze pubbliche, solo tre mesi dopo, furono i i funerali di Walter Tobagi. Uno dei primi gesti pubblici fu accogliere in curia le armi dei brigatisti che avevano deciso di arrendersi a lui, e non allo stato, per chiudere la loro guerra. Un gesto politico. Sarebbe piaciuto a Dossetti. Divenne un punto di riferimento ideale stabile in una certa parte di città che cercava disperatamente un punto di fuga, negli anni difficili degli scontri e delle grandi ristrutturazioni industriali, da una vita politica che aveva già iniziato a gripparsi. E questo per quel che riguarda la Città degli uomini.

Per quel che riguarda la Città di Dio, i nodi che spesso si è provato a tagliare con l’accetta sono in realtà sottili. Il teologo Bruno Forte ritiene che il pensiero teologico di Martini abbia per riferimento principale quello di un altro grande gesuita, Karl Rahner. Già questo, basterebbe a segnare quanta distanza, quanto stacco con la tradizione teologica e pastorale precedente, l’arrivo in Cattedra del dotto biblista gesuita abbia prodotto. Dell’influsso del nuovo vento teologico e pastorale hanno risentito i sacerdoti, hanno risentito le parrocchie, hanno risentito i seminari. Se c’è una cosa che gli è stata rimproverata, e non solo da conservatori delusi, è ad esempio di aver trasformato il rapporto personale e di direzione spirituale con i suoi sacerdoti in un rapporto più formale, al limite del burocratico, da professore a discepolo al più. Di non aver insomma allevato un tipo umano, il tipo umano del prete ambrosiano, ma di aver contribuito alla fabbricazione del cliché del prete anodino e ammodino, colto, che parla per parabole e citazioni bibliche, solitamente senza farsi capire dai suoi parrocchiani. Di aver trasformato le catechesi del vescovo, la guida dei fedeli condotta in prima persona, in una sorta di sistema formativo fatto di lectio bibliche. Una delle sue prime iniziative, nel novembre 1980, fu non a caso l’introduzione nella diocesi della Scuola della Parola. L’ammodernamento delle antiche “missioni” e del catechismo, l’estensione alla massa dei fedeli di quel mondo di raffinatezze esegetiche finora sconosciute e che veniva da lontano, dagli anni del Biblico e della lotta per la riforma modernizzatrice, i nemici dicevano protestante, della chiesa.

A Milano incrociò giocoforza anche le due anime più inconciliabili e vivaci della chiesa italiana di quei decenni. Milano era la madre dell’Azione cattolica che aveva fatto la sua scelta religiosa, del cattolicesimo maritainiano e progressista che aveva casa nell’Università Cattolica di Lazzati e radici in un divorzio ormai consumato dalla politica. Milano era stata anche la culla, e ormai qualcosa di più, del movimento di don Luigi Giussani che a cavallo degli anni del Concilio, e in perfetta controtendenza con gli indirizzi di molta chiesa italiana, aveva provato a riproporre, e proprio sulla scorta della più autentica tradizione ambrosiana, il cristianesimo come esperienza praticabile, poco incline alla mediazione, molto incline alla politica, per nulla affascinata dalle sfumature del linguaggio, dai chiaroscuri della lingua martiniana. Il rapporto con Cl non fu sempre idilliaco. Il tumultuoso movimento ha sempre lamentato di trovare poco spazio, soprattutto nella sua zona d’azione privilegiata, il campo educativo e della pastorale giovanile, in cui lo scontro di impostazioni tra le varie componenti ecclesiali era esplosivo. Martini, forse più che equilibrato, ha cercato sempre di essere equidistante, qualche volta al limite dell’assenza. 

Nell’affresco tendenzioso che ne fa Garzonio in 400 pagine di biografia, Martini sembra avere avuto due soli nemici a Milano, don Giussani e Giovanni Testori. Il che ovviamente non è. Anche se proprio al grande critico e artista si deve la demolizione più esplicita a un cristianesimo giudicato troppo acquiescente e troppo muto, quando in una intervista molto polemica definì Martini “cardinale camomilla”, rimproverandogli di “tradire la fede”, e di arrendersi “ai figli della rivolta dell’illuminismo contro la religione”. In realtà, il rapporto tra Martini e Giussani, oltre che rispettoso e di reciproca stima, fu meno conflittuale di come spesso è rappresentato. Fu del resto Martini a presiedere la piccola cerimonia di conferimento del titolo di monsignore a Giussani, nella cappella delle Cappellette, la storica sede di fianco a Santa Maria Maggiore, a Roma. E la nuova edizione del “Senso religioso” reca la dedica “al mio Vescovo”. A Milano è stato forse più che altro, forse pure malgré lui, il garante di quella chiesa combriccolare, autoriferita, intellettualizzante, schifata del potere e della presenza pubblica.

Cosa ha rappresentato Martini per la chiesa universale? La stima mondiale, il lavoro per la commissione teologica sull’ecumenismo, l’insigne biblismo, il culto gerosolimitano, sono le caratteristiche che lo hanno fatto amare ai protestanti. Del resto, la sua posizione nell’arco costituzionale della gerarchia cattolica è sempre stata sfumata: “Non è mai stato un progressista alla Edward Schillebeeckx o alla Hans Küng – aveva detto di lui tempo fa Massimo Introvigne, che lo conosce fin dai tempi di Torino –. Martini, a differenza di altri, non pensa che l’etica cattolica sia sbagliata. Non pensa che la morale cattolica debba essere demolita. Semplicemente egli vede innanzi a sé la deriva secolarista che rifiuta e rigetta la morale cattolica. E allora ritiene che adattare la morale in cui anch’egli crede fermamente alla morale secolare possa aiutare la chiesa”.

Era piaciuta e non piaciuta la sua omelia di Sant’Ambrogio del 2001, dopo l’11 settembre, con quel titolo che evitava nell’elencazione la presa di posizione: “Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace”. Lui, che pure aveva dedicato l’omelia di sant’Ambrogio del 1990 all’islam, anche meno acquiescente di quel che si penserebbe, e in anticipo su molti vescovi d’Italia e d’Europa. L’11 settembre finì in una “apocalisse in senso etimologico”, un “alzare il velo” sul male in vista di una “conversione”. Anche sulla bruciante questione del decennio, l’atteggiamento di Martini è sempre stato la ricerca della zona grigia, del bilanciamento, del filo del confine: “Dobbiamo impedire l’ipotesi drammatica di uno scontro fra civiltà”, bilanciato da un “non si deve togliere legittimità al diritto di difesa dal terrorismo e alla necessità di spegnerne i focolai”. La massima pulizia formale nel giudizio di condanna e la ricerca insistita, a tratti faticosa (era lo stile dell’uomo), di una metafisica terzietà. Utile comunque ad apparire, forse anche al di là delle intenzioni, come il naturale alter ego ogni volta che da Roma arrivavano segnali più espliciti. E più esplicite si erano fatte, con gli anni, le sue prese di posizione, fino a dare l’impressione di essere coscientemente diventato una sorta di “voce collettiva” di un dissenso episcopale che non si arrischiava a esporsi.

Eppure, lui che personalmente coniò per sé la definizione di “ante-Papa”, “un precursore e preparatore per il Santo Padre”, un saggio che da pari a pari detta la linea al Papa, aveva detto di recente, nei momenti più duri della contestazione anti ratzingeriana, che invece la chiesa di Benedetto XVI, “non è mai stata così fiorente come essa è ora”, e che “può esibire una serie di Papi di altissimo livello”, e che “la chiesa si presenta oggi unita e compatta, come forse non lo fu mai nella sua storia”.
Da biblista, ha dedicato recensioni puntutamente critiche ai volumi del “Gesù di Nazaret” di Joseph Ratzinger. Benedetto XVI, che lo ha spesso spesso elogiato pubblicamente, non dimentica che, da punto di riferimento dell’ala progressista nel Conclave del 2005, fu il gesuita a far convergere sul suo nome i cardinali progressisti.

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di Maurizio Crippa

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