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La prima guerra di Obama

Cambio di passo in Pakistan, raffica di raid americani. E' la strategia di Bush per Mr O.

Quando il primo giorno d’agosto 2007 il candidato democratico Barack Obama parlò finalmente di politica estera fece un discorso molto duro sul Pakistan e i commentatori pensarono tutti: “Dice così perché vuole dimostrare di poter reggere il confronto con il suo avversario più temibile, Hillary Clinton, ferratissima sulle questioni estere, ma deve evitare di pronunciare le parole Iraq e Iran, per non spiazzare la sua base: quindi, Pakistan”. Il senatore nero aveva detto: “Se sarò eletto nel novembre 2008, attaccherò gli obiettivi appartenenti ad al Qaida dentro il Pakistan, con o senza l’approvazione del governo pachistano”.

Ora che è presidente eletto, Obama, ancora a Chicago in Illinois assieme al suo staff, sa che il Pakistan sta diventando la sua prima guerra. Pakistan ovviamente inteso come territorio fisico dello scontro con l’islamismo radicale e antioccidentale, infestato dai nemici, e non come nazione governata da un’amministrazione alleata. Il primo consigliere di Obama su queste cose è Bruce Riedel, analista della Cia fino al 2006 e già consulente di Bill Clinton. Nel 1998 preparò un dossier per il presidente spiegando che il paese doveva essere considerato e trattato come “l’area più pericolosa del mondo”. Islamabad guarda a Riedel con antipatia, perché lo considera troppo “filoindiano” sulle questioni sudasiatiche. Lui dice che l’Amministrazione Obama si concentrerà “molto più su Afghanistan e Pakistan di quanto ha fatto l’Amministrazione Bush e di quanto avrebbe fatto John McCain se avesse vinto le elezioni, perché è quello il fronte centrale della guerra contro al Qaida”.

In realtà, gli sforzi americani si sono già spostati sull’Asia del sud. A luglio l’Amministrazione di George W. Bush ha cambiato strategia per combattere gli estremisti fin dentro i loro covi sicuri delle Fata (Federally administrated tribal areas). Si tratta delle province tribali del Pakistan, al confine con l’Afghanistan e fuori dal controllo del governo. Il cambio di strategia è stato certamente preso d’accordo con la leadership pachistana, in un incontro segreto sulla portaerei Uss Abraham Lincoln in navigazione nel mezzo dell’Oceano indiano; ma pure oggi che la notizia è trapelata – con grave imbarazzo per la parte pachistana – Islamabad per salvare la faccia continua a protestare con sdegno “le violazioni da parte americana della propria sovranità territoriale”. Barack Obama ha già dato segno di voler continuare in blocco proprio questa strategia, confermando al loro posto i due uomini chiave: il segretario alla Difesa Robert Gates, un pragmatico che conosce bene l’area fin dai tempi del suo servizio nella Cia, e il generale David H. Petraeus, stratega del miglioramento “oltre ogni più rosea previsione” – sono parole di Obama – in Iraq.

In che cosa consiste questo cambio di passo in Pakistan? George W. Bush con i suoi ha concordato tre modifiche importanti rispetto al passato. Le regole di ingaggio sono diverse: ora gli americani possono intervenire in territorio pachistano anche con squadre a terra e non più soltanto con attacchi dall’aria. E’ già successo, a settembre. Anche se sono raid veloci compiuti da reparti speciali, si tratta di azioni appena un gradino sotto all’intervento militare. Tanto più che – secondo informazioni non confermate dal Pentagono – gli americani hanno appena aperto una base con trecento uomini, mezzi blindati ed elicotteri in Pakistan, in una zona montagnosa proprio vicino alle aree tribali. Il secondo cambiamento riguarda la frequenza degli attacchi, che si è fatta frenetica, quasi quotidiana. Amir Mir, giornalista del quotidiano pachistano The News, è entrato in possesso di un rapporto ministeriale sui raid americani. Nel 2006 e nel 2007 furono dieci in tutto. Nei primi dieci mesi del 2008 sono stati 32. Di questi, almeno sedici in settembre e ottobre. A novembre gli americani hanno colpito il 7, il 14, il 19, il 21 e ieri. La maggioranza dei raid colpisce militanti stranieri che abitano le Fata per la condizione di meravigliosa impunità di cui hanno goduto negli anni scorsi. Il 19 ottobre i Predator senza pilota hanno ucciso Abdullah Azzam al Saudi. Come indica il nom de guerre, era un comandante saudita di livello medio-alto di al Qaida, con l’incarico specifico di tenere le relazioni con i talebani afghani. C’è anche il terzo cambiamento: gli attacchi americani non sono più confinati alle sette province tribali delle Fata, come in passato. L’accordo tra gentlemen in vigore con i pachistani fino a luglio – colpiamo noi dove voi non arrivate – è stato lasciato cadere: ora anche le aree sotto il pieno controllo del governo, se contengono bersagli importanti, sono considerate obiettivi. Come aveva detto Obama nell’agosto 2007.
Non è detto che dall’altra parte del fronte, dalla parte degli estremisti collusi con i servizi segreti pachistani, non abbiano anche loro cambiato passo. Secondo gli analisti, l’attacco a Mumbai ha tutte le caratteristiche in stile spetsnaz (le unità speciali sovietiche infiltrate in occidente durante la Guerra fredda) di un’operazione militare già pianificata in caso di guerra tra India e Pakistan per colpire le città dietro le linee nemiche. Mappe, rotte, obiettivi, sequenze d’attacco: tutto era già pronto da tempo, e poi è stato passato ai volontari islamisti.

di Daniele Raineri

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