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No agenda Monti, ecco il Pd

Il braccio destro di Bersani, Fassina, elenca dieci comandamenti per governare l’Italia e ci dice che non è più il tempo dei tecnocrati: i mercati in tormenta si dominano con una rivoluzione politica

Roma. “Guarda: sinceramente, ormai, credo proprio di no”. La nostra chiacchierata con Stefano Fassina inizia con un sorriso sul più gustoso dei retroscena di questa movimentata fase della nostra vita politica. Fassina, che pochi mesi fa aveva ammesso di non considerare un tabù la possibilità di andare alle urne il prossimo autunno, riconosce che la finestra per il voto a ottobre, “che davvero era una possibilità”, si è definitivamente chiusa (“non c’è più lo spazio e non ci sono più le condizioni e prima bisognava fare la legge elettorale”) e che anche per questa ragione da oggi in poi il Pd, di fronte a un percorso maggiormente definito da qui al 2013, ha la possibilità di fare alcuni passi in avanti nel circoscrivere con chiarezza il suo profilo di governo.

Fassina, che da tempo si è distinto per essere uno dei più severi fustigatori del governo Monti e che anche in questa intervista ricorda che “nel 2013 il Pd non dovrà prestare il fianco alle scellerataggini dell’Europa delle destre e dei tecnocrati” e che “nella prossima legislatura non ci può essere più spazio per un tecnico alla guida del governo”, negli ultimi giorni ha scelto di mettere a fuoco i principali punti dell’agenda economica del Partito democratico e ha abbozzato un proprio “contro memorandum” da presentare a settembre al Pd e naturalmente al governo. Un “contro memorandum” – così chiamato in contrapposizione ai nuovi compiti a casa che le tecnocrazie europee minaccerebbero di assegnarci qualora il nostro governo dovesse richiedere il sostegno del fondo salva stati – in cui Fassina ha fissato i “dieci comandamenti” dell’agenda economica del Pd, e in cui il responsabile Economia di Bersani ha disegnato quella che sarà la traccia, economica, della prossima campagna elettorale del Partito democratico. Il contro memorandum è diviso in dieci punti, cinque dedicati all’Europa e cinque dedicati all’Italia, e in un certo senso – dice Fassina – “questi sono i compiti a casa che promettiamo di fare qualora dovessimo andare al governo”. Il memorandum fassiniano parte da alcune premesse che il responsabile Economia Pd ritiene necessarie per capire da dove nasce lo spirito con cui il Partito democratico si proporrà nei prossimi mesi come una vera alternativa anche al governo Monti.

“Io lo dico senza spirito polemico ma è importante in questa fase fare chiarezza e dire le cose come stanno. Partiamo da un dato di fatto. Questo governo si è insediato per combattere lo spread e rilanciare la crescita, ma oggi lo spread è ancora alto e la crescita del pil è peggiore di quanto Monti avesse preventivato. Certo: se ci fosse stato Berlusconi lo spread oggi sarebbe più alto e la crescita sarebbe probabilmente peggiore, ma piuttosto che fare paragoni con il passato bisogna capire con urgenza per quale ragione la strada imboccata non è quella giusta per farci fare un salto nel futuro. Perché? Semplice. Lo spread alto dipende dal fatto che siamo da tempo su una rotta insostenibile e il fatto che il percorso imboccato non sia quello corretto credo sia un dato difficilmente contestabile. Vedete: io non sono esattamente un liberista, ma nonostante ciò non ho difficoltà a riconoscere che è un po’ da ipocriti osservare i mercati con due pesi e due misure, e con due lenti di ingrandimento diverse: come se le indicazioni che ci offrono i risparmiatori fossero buone solo quando fa comodo a noi. Voglio dire che, in tempi di spread molto alti e downgrading quotidiani, sono ridicole quelle persone che oggi considerano ‘sproporzionato’ lo spread e definiscono ‘cattive’ le agenzie di rating quando fino a pochi mesi fa quelle stesse persone consideravano lo spread il Vangelo e le agenzie di rating la parola del Signore. Lasciamo stare le agenzie di rating, che pure sono la quintessenza del paradigma neoliberista del mercato che si autoregola. Guardiamo invece agli investitori e per esempio ai fondi pensione che invece devono salvaguardare le risorse dei lavoratori o più semplicemente i loro investimenti. Ecco – continua Fassina, che nelle scorse settimane è stato a Londra a colloquio con i responsabili di alcuni fondi di investimento – la verità è che i mercati nel momento in cui scelgono se fidarsi o meno di un paese adottano un criterio di valutazione che più semplice non si può: la crescita. Se il paese cresce, i mercati si fidano. Se il paese non cresce, i mercati fanno ‘no’ con la testa”.

Fassina, che nelle sue analisi non fa mistero di ispirarsi in modo sostanziale alla dottrina krugmaniana-keynesiana (“l’austerità va praticata nelle fasi di espansione, non in quelle di crisi”), individua proprio nella crescita il fallimento del governo Monti, e forse l’unico attribuibile in prima persona al presidente del Consiglio. La crescita, sì: concetto a cui Fassina lega, in un certo modo, anche il futuro dell’Euro. “Fate un esperimento – dice Fassina – prendete i dati del Fondo monetario dal 2008 a oggi, osservate il debito pubblico di tutti i paesi che stanno seguendo i programmi di austerità imposti dalle tecnocrazie europee e vi accorgerete che non c’è un solo paese che segue questi programmi che può vantarsi di aver ridotto il debito pubblico e di aver fatto rifiorire il prodotto interno lordo, e le previsioni per il 2013 sono di ulteriore peggioramento.
A mio modo di vedere, i più grandi responsabili di questo disastro sono tanto i grandi sostenitori dell’agenda Merkel quanto tutti gli autorevoli commentatori e politici che per esempio un anno fa, di fronte al primo ‘memorandum’ della Banca centrale europea, non hanno capito che le politiche recessive oltre che far sprofondare le economie del nostro paese rischiano di far esplodere l’euro. Ecco: è per questo che io – la pensano così anche i colleghi della Spd tedesca e del Ps francese – insisto tanto sul punto che per salvare l’euro bisogna cambiare rotta rispetto all’agenda Merkel, con la sua spirale di austerità autodistruttiva, e costruire insieme alle forze progressiste europee un’agenda per lo sviluppo sostenibile. E’ questa l’unica chance che abbiamo di salvare la nostra moneta unica e la qualità delle nostre democrazie: cambiare governo; e il discorso naturalmente vale sia a livello europeo sia a livello italiano”.

La premessa di Fassina, e i suoi ragionamenti sulla crisi dell’Euro e le ragioni della non crescita del nostro paese, rientrano nel filone di pensiero di quegli osservatori (non solo keynesiani a dire il vero) che considerano l’aumento dei rendimenti sui titoli di stato legato principalmente a un fattore comune di matrice marcatamente politica, e non di liquidità dei singoli paesi. In questo senso, Fassina e i suoi compagni di viaggio (compreso il segretario del Pd) non credono che Monti sia un problema in quanto tale ma piuttosto lo considerano, più che altro, come “un ostacolo” da superare per poter restituire al paese un governo legittimato a osare in Europa anche più di quanto un presidente del Consiglio tecnico abbia la possibilità di fare.
“Non parlerei di errori di Monti – dice Fassina, che riconosce al presidente del Consiglio il merito di aver ridato credibilità all’Italia in Europa – ma parlerei piuttosto di una impossibilità ‘tecnica’ che ha questo governo di risolvere fino in fondo i problemi del paese”. I problemi del paese, già. Ma allora, senza girarci attorno, che cosa farebbe il Pd se oggi fosse al governo? Fassina prende fiato ed espone quali sono, in materia economica, i dieci comandamenti del Pd.

“Primo punto: dobbiamo renderci conto che l’austerità depressiva delle tecnocrazie e delle destre europee non funziona. Cosa significa concretamente? Significa rivoluzionare l’Europa, chiedere di fare noi una vera unione fiscale nel continente, fare in modo che le leggi di bilancio di ciascun paese vengano autorizzate dal Consiglio Europeo prima di essere approvate e prevedere poi dei meccanismi di sanzione – penso per esempio a un aumento dell’Iva automatico o a un taglio della spesa corrente – per tutti quei paesi che non rispettano gli impegni. A questo, anche per rassicurare i mercati e gli investitori sul fatto che l’Europa ha una sua vera cabina di controllo che certifica i bilanci dei paesi, andrebbe poi aggiunta l’attribuzione della licenza bancaria al Salva stati: licenza che lascerebbe in pace la Bce e darebbe la possibilità di far agire il fondo nell’acquisto dei titoli di stato sul mercato primario; proprio come accade in America con la Fed, in Inghilterra con BoE e in Giappone con la BoJ”.

Secondo punto: Eurobond e Project Bond. “Fossimo oggi al governo, chiederemmo senza giri di parole un serio programma di Project Bond per provare a mettere insieme dal punto di vista pratico le tesi di Keynes sulla domanda effettiva, ovvero la necessità di rompere il circolo vizioso tra recessione e austerità, e le teorie di Schumpeter sulla distruzione creatrice e gli investimenti innovativi e stimolare così un programma di investimenti con i controfiocchi. E chi dovrebbe emettere questi Project Bond? La soluzione è quella di affidare alla Bei, alla Banca europea degli investimenti, la possibilità di emettere Bond e di mettere a regime la sperimentazione avviata”.

Terzo punto, l’unione bancaria. “E’ un punto fondamentale: occorre un sistema di garanzia europea dei depositi, un fondo europeo di risoluzione per i fallimenti bancari e una forte centralizzazione della vigilanza bancaria a livello europeo. Senza questo sistema rimarremo sempre un sistema federale monco dal punto di vista bancario e daremo sempre l’impressione ai mercati di essere convinti sotto sotto che il progetto dell’euro è un progetto non proprio irreversibile”.
Quarto punto: un meccanismo di ristrutturazione dei debiti pubblici. “Si tratta di un passaggio importante per evitare che l’Europa si ritrovi a dover fare i conti con casi surreali come quello della Grecia, ovvero paesi che ristrutturano debito in condizioni di improvvisazione economica e politica. A mio avviso, la migliore proposta in circolazione su questo punto è quella pubblicata nel manifesto Inet (manifesto dell’Institute for New Economic Thinking, think tank di George Soros il cui testo fu pubblicato il 26 luglio nel Foglio, ndr) ed è una proposta che prevede la salvaguardia del capitale e l’allungamento delle scadenze e riduzione del costo del debito. Se mi presti cento ti ridò cento ma con tassi di interesse più bassi e scadenze posticipate”.
Quinto punto: contrasto ai paradisi fiscali. “Il giorno in cui saremo al governo, oltre a questi quattro punti, combatteremo per promuovere un coordinamento delle misure di tassazione in tutta l’Europa per evitare lo scandalo sociale del dumping fiscale. Non dico che tutti i paesi devono essere tassati allo stesso modo, dico che dare aiuti a paesi come per esempio l’Irlanda senza che in quei paesi vengano equiparate le aliquote d’imposta sui profitti al livello comunitario vuol dire chiedere agli altri paesi dell’Unione di sostenere una forma di concorrenza sleale: e per un partito progressista come il nostro capite che questo principio è inaccettabile”.

Fassina riordina le idee e arriva alle cinque misure di politica economica che il Pd dovrebbe mettere in cantiere se in questo momento fosse il partito di governo. Cinque idee, tra le quali il responsabile Economia del Pd inserisce anche la sua proposta di patrimoniale “a bassa intensità”. Al primo punto, Fassina prevede “un intervento del governo finalizzato al superamento del bicameralismo perfetto e a una rivoluzione del Titolo Quinto della Costituzione che restituisca ai governi la possibilità di legiferare davvero in materia di politica industriale ed energetica, cosa che oggi – sostiene Fassina – con questo federalismo pasticciato che ci ritroviamo non è possibile”. Al secondo punto del Memorandum, Fassina sostiene sia necessario “riorganizzare le pubbliche amministrazioni e smetterla con le ‘finte’ spending review e i tagli orizzontali fatti in maniera grossolana”. “La nostra idea – dice il responsabile Economia Pd – è che per generare risparmi bisogna azzerare tutte, e dico tutte, le risorse alle pubbliche amministrazioni e rivedere le erogazioni di denaro caso per caso: potenziando da qualche parte, tagliando da qualche altra parte, sapendo naturalmente che alcune persone devono rimanere a casa, purtroppo, ma seguendo comunque un principio di riallocazione deciso secondo priorità politiche e non da poteri terzi, diciamo”. Al terzo punto, Fassina parla di una “rigenerazione industriale” e di un progetto di salvaguardia dei gioielli di stato. Secondo Fassina, “è necessario valorizzare e proteggere le grandi aziende pubbliche come Enel, Eni, Poste, Fincantieri e Finmeccanica ed evitare che i pezzi pregiati del settore industriale del nostro paese siano messi sul mercato: serve una ‘potente’ operazione di riqualificazione e di rilancio, che chiameremo progetto Industria e Servizi 2020  da portare a termine con il sostegno della Cassa depositi e prestiti. Questo significa anche rinazionalizzare le banche? Assolutamente no: il sistema bancario italiano è solido e non mi sembra che, al contrario di quanto avvenuto in Spagna, in Germania e in Inghilterra – ricorda Fassina con una punta di orgoglio nazionalistico – sia necessario muoversi in quella direzione”.

Quarto punto, il fisco. “Non ci stiamo a presentarci sulla scena come il partito delle tasse, e siamo certi che saremo competitivi anche rispetto al Pdl su questo punto. Noi, piuttosto, saremo il partito della redistribuzione del carico fiscale e del lavoro e della lotta all’evasione. E se oggi fossimo al governo faremmo due cose: ridurremmo il carico fiscale sul lavoro e sull’impresa, ovvero Irpef, Ires e Irap; e metteremmo in campo un’imposta patrimoniale ordinaria progressiva, e non una “una tantum”, a partire da una soglia di 1,2 milioni di patrimonio, i cui proventi verrebbero utilizzati proprio per ridurre Irpef, redditi da lavoro e redditi di impresa”.

Infine, ultimo punto: il Welfare e il rilancio e la riqualificazione della scuola pubblica. Fassina smentisce che il Pd una volta al governo farebbe come fatto dal neo presidente francese François Hollande, che nei primi cento giorni di governo ha rivisto in modo radicale il sistema pensionistico del paese riportando l’età pensionabile a 60 anni dai 62 che erano. Ma detto questo il responsabile Economia del Pd ammette che quella riforma, una volta al governo, andrebbe rivista. “La riforma delle pensioni va aggiustata innanzitutto per risolvere il problema degli esodati e per introdurre degli spazi di flessibilità sul pensionamento, in particolare per i lavoratori e lavoratrici impegnati in attività usuranti. In più va raccordata con l’intervento di ridimensionamento degli ammortizzatori sociali per i lavoratori sessantenni”.
Dieci dovevano essere e dieci sono. “Ecco – conclude Fassina – questi sono i nostri dieci comandamenti e i compiti a casa che promettiamo di fare. E’ la nostra agenda, e crediamo francamente che sia meglio di qualsiasi commissariamento, di qualsiasi memorandum e di qualsiasi poco comprensibile invocazione dell’agenda Monti’”.

di Claudio Cerasa   –   @claudiocerasa

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