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Il tempio dell’armonia

Visita guidata (da un teologo) al Duomo di Milano, dove la bellezza della verità risplende per tutti

Qualche giorno fa, mercoledì 19 novembre, ho partecipato a un evento organizzato dall’assessore alla Cultura di Milano, Massimiliano Finazzer Flory, per celebrare il completamento dei lavori di restauro della facciata del Duomo, finalmente tornata a offrirsi in tutta la sua maestosità. Prima di me erano intervenuti l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini, il presidente della Veneranda Fabbrica del Duomo, Angelo Caloia, e il noto filosofo Stefano Zecchi, titolare della cattedra di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano. La serata prevedeva anche poesie di Alda Merini e di David Maria Turoldo, e una formidabile performance musicale del maestro Matteo Fedeli su uno Stradivari del 1681. Qui di seguito riporto il mio contributo alla serata, sperando che possa interessare anche i lettori del Foglio, milanesi e non.

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Desidero iniziare questo mio intervento ringraziando tutti gli uomini del passato che ci hanno consegnato il Duomo, sia gli uomini illustri i cui nomi sono scritti nei libri, sia i più numerosi uomini non illustri i cui nomi nessuno sa e che non sono scritti nei libri, se non nel Libro della Vita che è nelle mani di Dio (cfr. Tommaso d’Aquino, Quaestiones disputatae de veritate, q. 7, “De libro vitae”). Tra questi ultimi, è probabile che non siano pochi quelli che, per costruire il Duomo, hanno perso la vita. Gli incidenti mortali sul lavoro, specialmente nell’edilizia, avvengono anche oggi, figuriamoci allora, a partire da quel 1386 quando iniziò la costruzione. Non c’è solo il milite ignoto, c’è anche il manovale ignoto, e a me sembra giusto, in questa sera celebrativa, ricordarlo.
A proposito di celebrazioni, io mi chiedo quale monumento degno di essere celebrato con la musica e la poesia noi lasceremo alle generazioni future. Tra qualche secolo ci sarà una serata nella quale i nostri discendenti si riuniranno per celebrare un edificio costruito dalla nostra epoca?
I secoli alle nostre spalle hanno potuto produrre le loro cattedrali perché avevano una visione del mondo condivisa. Le pietre e i marmi del Duomo davano voce al sentire di un intero popolo. Tutti sanno che non erano assenti contrasti, dissidi, dispute, condanne, veleni, intrighi, roghi, scismi, e molte più guerre di oggi. Ma ciononostante è possibile affermare che il sottofondo ideale era unitario: nessuno metteva in discussione il primato dell’essere sul nulla, della verità sull’assenza di verità, del bene sul male, del bello sul brutto. Nessuno metteva in discussione l’esistenza di una sfera dell’essere, permanente ed eterna, e per questo normativa rispetto a noi che non siamo né permanenti né eterni: nessuno metteva in discussione Dio. Oggi vi sono ontologie senza essere, epistemologie senza verità, etiche senza bene, estetiche senza bellezza, persino teologie senza anima e senza Dio. Mi è capitato tra le mani di recente un contributo intitolato “Il brutto salverà il mondo” (cf. Michel Pochet, “Il brutto salverà il mondo. Dialoghi di vaganti sui binari dell’arte moderna”, in “L’immagine del divino”, Mondadori 2005), evidente parodia delle parole che Dostoevskij fa pronunciare al principe Myskin, secondo cui “la bellezza salverà il mondo”. Non ho letto l’articolo e non intendo criticarlo, so però che difficilmente a qualcuno del passato che ci ha consegnato il Duomo sarebbe mai venuta in mente un’affermazione del genere.
La lezione del passato alla base del nostro Duomo è che la bellezza non è indipendente dalla verità. Ne è piuttosto una scaturigine, una conseguenza, un risultato. La verità è tale da generare necessariamente bellezza. Non c’è bellezza senza verità, e non c’è verità senza bellezza. Oggi leghiamo la bellezza alla soggettività, il passato invece la legava allo splendore e alla luce dell’essere. Per Aristotele il bello è dato dall’ordine e dalla proporzionalità (i quali trovano nell’uomo il criterio: una cosa è bella se può essere contemplata nel suo insieme con un colpo d’occhio). Per Tommaso d’Aquino un oggetto bello deve avere tre proprietà intrinseche: claritas (che sia intelligibile), integritas (completo rispetto all’idea che vuole esprimere), proportio (armonia). Per Hegel, “la bellezza è soltanto un genere determinato di estrinsecazione e rappresentazione del vero”.
Ai nostri giorni si ripete “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”; la tradizione che ci ha consegnato il Duomo diceva, al contrario, che una cosa piace solo perché prima, in sé, è bella. La bellezza non è un’invenzione del soggetto, ma una proprietà intrinseca dell’oggetto. E’ bello ciò che in sé è bello, e che proprio per questo, poi, piace.

Ci possiamo chiedere perché non sia più così, per quale motivo si sia persa la possibilità per l’occidente di una visione del mondo, e quindi di un’etica e di un’estetica, condivise. Qualcuno dice che la responsabilità è dell’umanità moderna e della sua ragione emancipata che ha spostato il centro di gravità dall’essere oggettivo alla sfera della soggettività (tesi dei cattolici conservatori). Qualcun altro dice che la responsabilità è anche della religione istituzionale, che è stata incapace di leggere l’evoluzione spirituale dell’umanità e si è chiusa in se stessa generando una religione sempre più incapace di interpretare il sentire degli uomini d’oggi (tesi dei cattolici progressisti). Per qualcun altro invece non c’è nessuna responsabilità, anzi è un bene che l’armonia di un tempo si sia frantumata perché non era altro che falsità e perché non esiste un bello che sappia essere tale per tutti (tesi di una buona parte dei non credenti). E chissà quante altre opinioni ci sono.
Ma al di là delle dispute sul passato, io penso che ognuno debba chiedere a se stesso se l’armonia concettuale ed esistenziale di un tempo (cioè la base ideale che ha reso possibile il Duomo) sia un valore oppure no. Io sono convinto di sì.
Sono però altresì convinto che per ritrovarla non c’è nessuna possibilità di attuare una qualche restaurazione, tornando indietro negando la modernità. Se l’epoca antica e medievale viveva all’insegna del primato dell’Oggetto, e se l’epoca moderna si è sviluppata negando tale primato nel nome dei diritti del Soggetto, un’armonia futura non potrà nascere negando la soggettività e restaurando il primato del vero oggettivo in nome del principio di autorità. La chiesa, accettando il principio della libertà religiosa, ha di fatto reso impossibile una restaurazione nel nome del principio di autorità. Il principio capitale della vita sociale, anche per la chiesa, è ora la libertà di coscienza. E se lo è nel rapporto con Dio (da qui la libertà religiosa), a maggior ragione lo deve essere su ogni altro ambito.

L’unica via quindi è percorrere fino in fondo il desiderio di libertà e di giustizia che ha animato l’epoca moderna portandola alla trasgressione della tradizione. Io sono convinto che, pur in mezzo a numerose unilateralità ed errori, la prospettiva complessiva che animava l’epoca moderna fosse positiva, fosse animata da un superiore senso di giustizia. Questo vale anche per la religione e l’ateismo: spesso dietro alcune negazioni atee vi era un sincero amore per il bene e per la giustizia, ed era nel nome della giustizia e dell’amore dell’uomo che si rifiutava Dio, o per lo meno la sua immagine tradizionale.
Si tratta di percorrere fino in fondo questa via di autenticità facendovi scaturire una nuova concezione di verità, e da qui una rinnovata capacità di generare armonia, e quindi bellezza. Non dico una nuova verità, perché la verità è una, una sola, universale; dico una nuova concezione di verità, un nuovo rapporto degli uomini con la verità di sempre. Non si può tornare indietro, nulla nella storia e nella natura torna indietro, la logica nella quale siamo inseriti si dice come movimento, processo, crescita, evoluzione.
Nessuno sa che cosa sarà il Duomo tra cento anni, e che cosa saranno le nostre chiese, così numerose in Italia, e mediamente anche così belle. Saranno musei? Grandi magazzini? Discoteche? Moschee? Oppure torneranno a essere piene come un tempo, ancora in grado di rappresentare il simbolo concreto della nostra unione spirituale? Nessuno lo sa.
Io faccio il tifo per la seconda prospettiva, ma sono convinto che si potrà realizzare solo a patto di un responsabile e radicale ripensamento di che cosa significa essere cristiani. Voglio citare alcune parole dall’ultimo libro del cardinal Martini: “La Chiesa ha sempre bisogno di riforme. La forza riformatrice deve venire dal suo interno. Non solo il singolo, ma anche la comunità e la chiesa locale possono fare esercizi spirituali, rivedere il proprio percorso, individuare che cosa sia riuscito e quali siano stati gli errori”. E poco dopo: “In fondo si tratta di questo: chi insegna la fede ai nostri giovani? Chi mostra loro una via per la pace, chi rende serena la loro vita, chi li rende forti affinché si battano per la giustizia?” (“Conversazioni notturne a Gerusalemme”, pag. 110 e 114).

Trovo molto belle e profonde queste parole nella loro disarmante semplicità. In fondo si tratta solo di questo: di essere sereni e insieme di essere forti. La meta del lavoro spirituale è duplice: giungere a non avere paura della morte (è questo il risvolto esistenziale dell’amore per Dio), e insieme non smettere mai di lottare per la giustizia (è questo il risvolto esistenziale dell’amore per il prossimo). Io sogno una chiesa che renda serena la vita degli uomini, che li aiuti a conquistare quella pace interiore che è il vertice della vita spirituale, secondo quanto leggiamo nella Bibbia: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5,22). E sogno una chiesa che sproni gli uomini a lavorare per il bene del mondo, generando in esso legami di verità, di fedeltà, di giustizia, una chiesa che si senta relativa al mondo in fedeltà a Gesù che diede la sua vita “per la vita del mondo” (Giovanni 6,51).
Forse da qui, da questo rinnovato amore per il mondo, da questa rinnovata armonia con la natura e con la storia, potrà scaturire quella tensione spirituale in grado di generare bellezza e di costruire cattedrali che vincono il tempo. E’ il Duomo stesso a indicarci la via con una sua caratteristica peculiare, cioè l’altissimo numero di statue: sulla facciata, sui fianchi, sulle guglie, fino alla statua più famosa di Milano, la Madonnina. Quante sono? Non ho avuto tempo per prepararmi a dovere, e ho potuto trovare solo due numeri, peraltro abbastanza diversi: un autore dice 513, un altro 2.800. Al di là della cifra esatta, quello che a me interessa sottolineare è il significato spirituale di una presenza così massiccia della figura umana all’interno e all’esterno del simbolo religioso per eccellenza, la chiesa cattedrale. Ecco la via da percorrere, che è poi il centro stesso del cristianesimo: pensare il divino e l’umano come una grande, sola, amicizia.

PS: Finazzer Flory alla fine di questo mio intervento ha dichiarato che le statue del Duomo sono tremila. Questione chiusa?

di Vito Mancuso

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