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Anticipazione dal Foglio di giovedì 6 novembre

Il patto di collaborazione tra Petraeus e Obama

Così il generale e il prossimo commander in chief cambiano dottrina per vincere in Afghanistan

Quando il luglio scorso il generale David Petraeus e il candidato presidente Barack Obama si sono incontrati nel torrido di Baghdad – finalmente senza più obbligo di giubbotto antiproiettile – c’è stato un chiarimento preliminare e rispettosissimo di ruoli. “Il tuo lavoro è vincere in Iraq alle migliori condizioni che riusciamo a ottenere e se io fossi al tuo posto chiederei le cose che chiedi tu, più tempo e più flessibilità – ha detto Obama – ma il mio lavoro come potenziale commander in chief è vedere i tuoi consigli e le tue ragioni attraverso il prisma più ampio della nostra sicurezza nazionale”. Sono passati tre mesi e mezzo. Due giorni fa Obama è diventato presidente eletto degli Stati Uniti e prossimo comandante delle Forze armate americane.

Sette giorni fa Petraeus ha cominciato ufficialmente la sua missione come capo di Us Centcom, il comando del Pentagono che governa sull’Asia, venti nazioni dall’Egitto alla Cina, e dirige le guerre in Afghanistan e in Iraq. E’ chiaro che tra i due uomini c’è già un accordo di collaborazione pronto. Secondo molti commentatori, il presidente nuovo non rinuncerà alla “squadra che vince” americana, anche se l’ha messa in campo il predecessore George W. Bush. Il segretario alla Difesa Robert Gates (che potrebbe essere riconfermato) e il suo uomo sul campo Petraeus hanno invertito il corso del conflitto in Iraq: l’ottobre appena finito è il mese con meno perdite dell’intera guerra da quando è cominciata nel marzo 2003. L’Amministrazione Obama ora si aspetta che facciano lo stesso contro i talebani.

Il generale ha subito creato un team di superconsulenti per rivedere tutta la strategia della guerra in Afghanistan. Il Joint Strategic Assessment Team deve completare il nuovo piano entro cento giorni, ovvero poco dopo il 20 gennaio, quando Obama si insedierà alla Casa Bianca. Il nuovo presidente si terrà il team già rodato che funziona, e quello gli farà trovare la revisione della strategia per il conflitto più caldo degli Stati Uniti già pronta sul tavolo della Sala Ovale alla Casa Bianca. La squadra comprende Shuja Nawaz, autore di un libro imprescindibile sul Pakistan (“Crossed swords: Pakistan, its Army, and the Wars Within”) e anche collaboratore del sito superobamiano Huffington Post (con Petraeus si incontra anche a cena), e Ahmed Rashid, analista pachistano che segue i talebani fin dalla loro comparsa e ha scritto il libro sul comodino del generale – “Descent into Chaos”.

Della nuova strategia si conosce ancora poco. Ma sembra che Petraeus – che con i giornalisti ha tagliato corto sulle sue scelte politiche: “Non andrò a votare” – farà anche conto sull’effetto psicologico scatenato dall’elezione di Barack Obama, la rottura con il passato, l’allentarsi delle tensioni diplomatiche, le aspettative su cambiamenti nella politica estera americana. Il poco che si conosce lo si deve al Washington Post, che ha qualche dettaglio sul lavoro degli esperti. Hanno ricevuto l’ordine di concentrarsi soprattutto su due temi: riconciliazione con i talebani guidata dai rispettivi governi sia in Pakistan sia in Afghanistan e iniziative economiche con i paesi confinanti che possono influenzare l’andamento della guerra. Ma soprattutto lo si deve a Foreign Affairs. Sul numero di ottobre è uscito un lungo articolo scritto assieme da Ahmed Rashid, l’esperto pachistano assoldato dal Pentagono, e dal superobamiano Barnett Rubin, professore della New York University.

Per ora è la spiegazione più dettagliata di come potrebbe essere la nuova strategia. “Gli Stati Uniti devono cercare di separare i movimenti islamisti che hanno obiettivi locali o nazionali da quelli, come al Qaida, che vogliono attaccare l’America – invece che buttarli tutti nello stesso cesto (…). Leader dei talebani e di altre parti della guerriglia si oppongono a molte delle politiche americane sul mondo musulmano, ma riconoscono che gli Stati Uniti e altri hanno il legittimo interesse a prevenire che il territorio dell’Afghanistan sia usato per lanciare attacchi contro di loro. Dichiarano di essere a favore di un governo afghano che garantisca che non succederà, in cambio del ritiro delle truppe straniere”. E anche – scrivono i due – in cambio della certezza di non finire a Guantanamo o nel carcere militare afghano di Bagram. Negoziati segreti fra talebani e governo sono appena stati ospitati a settembre dai sauditi. L’altro grande braccio della strategia sarà convincere i paesi vicini che la pace non danneggerà i loro interessi. Per esempio, convincere il Pakistan che il nuovo Afghanistan non sarà un partner servizievole del suo grande nemico storico, l’India.

Tutta questa diplomazia non deve far scordare che la nuova strategia non sarà necessariamente “di pace”: il nuovo presidente vuole aumentare i soldati in Afghanistan e in campagna elettorale si è dichiarato a favore di interventi militari dentro il Pakistan, anche senza il consenso di Islamabad. Il nuovo comandante Centcom l’ha preso in parola. Il numero dei raid americani con aerei e missili sul territorio pachistano è in aumento frenetico: sedici fino a settembre 2008, ma altri sedici soltanto in ottobre. “Certe volte – dice il generale Petraeus prendendo in giro una delle sue massime – le armi migliori sono quelle che non fanno bum. Ma spesso sono proprio quelle che fanno bum”.

A Baghdad, dove non c’è più la guerra ma sono rimaste poche braci pericolose, il governo ha sospeso la definizione dell’accordo con Washington sulla permanenza dei soldati (il SOFA) in attesa delle elezioni. Il 31 dicembre scade il mandato dell’Onu, e senza quello per gli americani in teoria diverrà impossibile combattere legalmente. Ma la vittoria di Obama – il candidato che vuole disimpegnarsi dall’Iraq – ha comprato altro tempo per il contingente e per un accordo con il premier Nouri al Maliki.

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