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La questua del Pd ai padroni dei media, perdona loro perché…

Mobilitazione generale del Partito democratico e del suo giornale, l’Unità. Come si permettono quelli di Libertà e giustizia, la lobby dei miliardari neopuritani, di scrivere proclami antipartiti? Perché i padroni dell’opinione pubblica e dei media mettono tutti nello stesso mazzo (lo scrive Alfredo Reichlin) invece di risparmiare il Pd, una specie di paese pulito nel paese sporco secondo la vecchia vulgata pasoliniana? Ora di rincalzo arriva Grillo comiziante al Nord per intercettare i voti in uscita dalla Lega, allarme generale. Noi siamo quelli bravi, gli altri della destra berlusconiana sono i responsabili di un disastro storico, ma volete rendervene conto? La questua dell’appoggio di establishment è penosa e dimostra la più certa incomprensione della posta in gioco nella guerra di lunga durata per il potere che è in atto in Italia dai tempi di Craxi. Le incursioni di oggi sul terreno del Partito democratico, piccola organizzazione friabile, con meccanismi di funzionamento e nomenclature che la espongono a un giudizio antipolitico, sono solo la prosecuzione della distruzione dei partiti iniziatasi quando il capo socialista fece saltare tutto un regime compromissorio e pose la questione cruciale in democrazia: chi decide e in nome di chi? Perfino la ricchezza finanziaria del Partito socialista di allora, strumento di autonomismo degenerato nel circuito nero del tangentismo, era un pegno di esazione politica alla cassa di un regime che aveva costituzionalizzato il dominio bipolare imperfetto dei grandi partiti di massa, la Dc al governo e il Pci all’opposizione.

Siamo sempre lì: magistrati e giornali e tv, giornali e magistrati e tv, padroni del giudiziario e padroni dei media. L’Italia continua a rimbombare sempre degli stessi sinistri suoni. Berlusconi ascendente si mise di mezzo con il suo populismo maggioritario e democratico, il Berlusconi calante di oggi è ancora una pietra d’inciampo. Perfino una riforma non contrattata in ogni punto di Monti e Fornero è una pietra d’inciampo e di scandalo. Bersani vuole disfarsi, su consiglio dell’astuto D’Alema, dell’equivoco Monti. Vogliono al più presto e con la massima possibile certezza governare l’Italia con Vendola e Di Pietro. Mandano a quel paese la riforma della legge elettorale (Franceschini), lacerano la tela di sicurezza eurotecnica costruita dal “loro” presidente della Repubblica, sono refrattari a soluzioni di sistema che implichino la riforma della giustizia e il ritorno della magistratura d’assalto alla normalità del controllo di legalità senza premio politico: sono eterodiretti dalla lobby di Repubblica, che dopo aver usato Monti per cacciare Berlusconi, avrebbe voluto in Monti una copertura per grandi bastonature e grandi progetti; ma in mancanza di questo (perché i bocconiani non sono precisamente una squadretta a disposizione dei neopuritani e dei loro interessi, hanno altre ambizioni) lavora per una nuova stagione di destabilizzazione del sistema e dell’autonomia della politica, il vero spettro per chi detiene le azioni delle procure della Repubblica e delle società editoriali.

Ricattati, condizionati, presi per il naso, insultati quando sia necessario, divisi e portati a gruppi scompagnati all’osservanza della disciplina di lobby, di tanto in tanto i democratici perbene, e ce ne sono, pensano che un Bersani, con il fiato di D’Alema sul collo e la frana di cultura e di civiltà costituita dalla resa della sinistra alle ideologie manettare del momento, potrebbe rovesciare le sorti dell’eterodirezione della sinistra. Poveri illusi. Un governo Bersani che nascesse da elezioni impostate sul dopo Monti, oltre Monti, Monti al massimo garante di un’operazione politicista e lobbista che non ha niente a che vedere con la sua linea e la sua attività di premier, un’operazione imperniata sulla deberlusconizzazione del paese, sarebbe un pupazzo nelle mani dei tutori e imbeccatori dei vari grillismi, dei giustizialismi, degli antiberlusconismi che sono tutte varianti di quella guerra originaria sul chi decide e per conto di chi. Gridano contro il destino cinico e baro che non riconosce loro la diversità antropologica e politica rispetto all’avversario, e non capiscono che o si ricostruisce un sistema autonomo della politica delegittimando la dittatura civile di magistrati e media oppure anche la loro eventuale vittoria elettorale si rivelerebbe un disastro. Perdona loro perché non sanno quello che fanno e che si fanno.

Giuliano Ferrara

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