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Mafia, il canone inverso di Repubblica

Non è vero che La Torre, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino sono stati abbandonati. E’ giusto svelare le complicità con gli apparati deviati, ma il mandante è Cosa Nostra

La copertina della “Domenica di Repubblica” è stata dedicata a Pio La Torre, a Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino con un grande titolo “Uomini soli” e un articolo di Attilio Bolzoni che per il giornale di Mauro ha seguito e commentato le vicende politico-mafiose che hanno avuto come protagonisti e vittime i quattro assassinati. I quali, dice Bolzoni, hanno un destino incrociato e “non sappiamo chi li ha voluti morti, ma sappiamo perché”.

Il cronista di Repubblica avvia il suo racconto dal giorno in cui fu assassinato Pio La Torre (30 Aprile 1982) e scrive: “L’agguato non ha firma. Forse è un omicidio di stampo mafioso. Forse è un omicidio politico. Chissà potrebbe anche avere una matrice internazionale. Magari – come qualcuno mormora – si dovrebbe esplorare la ‘pista interna’. Indagare dentro il suo partito. Nella sua grande famiglia. Cercare gli assassini fra i suoi compagni. Supposizioni. Prove di depistaggio in una Palermo che ormai si è abituata ai morti e ai funerali di stato, cadaveri eccellenti cerimonie solenni”. A questo testo voglio fare una prima osservazione: La Torre non fu mai “solo”. Con lui fu tutto il Pci, anche quell’ala della “sinistra comunista” che nella Direzione del partito e nel Comitato regionale siciliano si oppose al rientro di Pio in Sicilia perché legato alla “destra comunista”. La sua breve attività in Sicilia contro la mafia e contro l’installazione dei missili a Comiso, unificarono non solo il Pci, ma gran parte della sinistra laica e cattolica. La straordinaria manifestazione svoltasi a Comiso, voluta e organizzata da La Torre pochi giorni prima di essere assassinato, lo testimonia. Anche Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino non furono “soli” ma avversati anche con violenza da una parte e sostenuti da un’altra. Dalla Chiesa, su proposta di La Torre, fu nominato prefetto di Palermo dal governo Spadolini e avversato dalla Dc che governava a Palermo. Falcone fu prima avversato dalla mafia e da pezzi del potere politico e giudiziario. Successivamente fu avversato da altri pezzi del potere politico che facevano capo alla sinistra fasulla di Orlando e anche a quella “rigorosa” che scriveva sull’Unità e manovrava in Parlamento. Ma il suo agire veniva sostenuto da una parte dell’opinione pubblica, del governo e della sinistra (basta leggere il libro di Gerardo Chiaromonte sulla sua esperienza di presidente dell’Antimafia). La lotta politica si è sempre intrecciata con vicende giudiziarie e conflitti all’interno della magistratura. Ma la cosa che più mi preme discutere è la “matrice” del delitto. Bolzoni scrive che “qualcuno mormora che si dovrebbe esplorare la pista interna. Cercare gli assassini fra i suoi compagni”. E chi sono i “mormoratori”? Chi fa quelle ignobili “supposizioni”? Lo stesso Bolzoni dice che erano “prove di depistaggio”. E chi depistava? In questo caso non furono i “servizi deviati”, basta leggere Repubblica degli anni Ottanta. La parola “depistaggio” fu usata anche da Giovanni Falcone in un incontro nell’ufficio di Gerardo Chiaromonte presidente dell’Antimafia: aveva capito come alcune persone, a proposito della “pista interna”, l’avevano depistato. Io gli ricordai quando interrogò Bufalini, il mite ed educatissimo Paolo, sulla “pista” ed ebbe una risposta piccata; e quando fu fatta una perquisizione nella casa di La Torre cercando prove della “pista”. Chiaromonte aveva criticato Falcone per aver firmato un documento della procura di Palermo, retta da Pietro Giammanco, equivoca anche sul delitto La Torre. Firmai, disse il magistrato, solo per ragioni di ufficio (era viceprocuratore). La verità è che Falcone capì meglio quando lo stesso gruppo “antimafioso”, che faceva capo a Leoluca Orlando (con alcuni uomini e donne militanti ed esponenti del Pci) lo accusarono di occultare le carte che accusavano Lima e Andreotti, per poi passare sull’altra sponda, quella di Martelli e Craxi. Su questo versante, sfogliando Repubblica, Bolzoni troverà materiale abbondante e arriverà alla incredibile recensione del libro di Falcone con Marcelle Padovani, scritta da Sandro Viola. I “depistatori”, come ricorda Chiaromonte nel suo libretto, non si fermarono nemmeno quando Falcone subì l’attentato dell’Addaura: adottando un verbo usato da Bolzoni si diceva che nel clan orlandiano “mormoravano” che si trattava di una messa in scena dello stesso Falcone per fare carriera. Infine, Bolzoni dice che dei quattro assassinati “non sappiamo ancora chi li ha voluti morti”. Invece sappiamo bene chi li ha voluti morti e chi ha organizzato le stragi che hanno ucciso La Torre, Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino e insieme a loro tanti altri: lo stato maggiore mafioso. Recentemente la procura di Caltanissetta ha detto che l’omicidio Borsellino è stato voluto e organizzato da Cosa Nostra. E’ possibile, invece, che ci siano state altre forze e gruppi di potere che hanno incrociato e usato un’operazione che era della mafia.

Quei delitti infatti, avevano un forte significato politico: la mafia in quegli anni attuò stragi per lanciare un messaggio preciso: uccidere uomini dello stato e della politica che esprimevano una linea politica e giudiziaria molto netta per ottenere un’inversione di marcia sul terreno politico e quello giudiziario. In un quadro politico torbido non è difficile pensare all’incrocio tra la mafia e apparati statali. A proposito di La Torre, al processo contro gli esecutori dell’omicidio, l’avvocato di parte civile Pino Zupo depositò un enorme fascicolo in cui erano raccolte le note dei servizi segreti che seguivano l’esponente del Pci ovunque si recasse. E’ una documentazione impressionante in cui si intrecciano perseveranza nei pedinamenti e stupidità di analisi. Tuttavia, anche come teste al processo, ho domandato: come è possibile che i servizi che seguivano assiduamente La Torre sino alla vigilia dell’assassinio non si siano mai accorti che altri servizi (quelli della mafia) studiavano i movimenti di Pio per individuare il percorso e i luoghi in cui attuare l’attacco armato per ucciderlo e, con lui, il compagno Pino Di Salvo? Sono interrogativi che si ripropongono quando si esaminano tutti i risvolti che hanno caratterizzato l’uccisione dei “quattro” a cui allude Bolzoni.
In queste settimane il tema è tornato di attualità dopo la cancellazione del processo farlocco e delle condanne per l’omicidio di Paolo Borsellino. Interrogativi che ancora non hanno avuto una risposta. Ma, attenzione a non rovesciare i “comandi”, come notava Falcone: le decisioni sulle stragi sono di Cosa Nostra e non del “terzo livello” come volevano tanti mafiologi da strapazzo. Tuttavia non va mai sottovalutato il fatto che la mafia è tale perché si tratta di un’associazione a delinquere in grado di allacciare e mantenere rapporti con la politica e gli apparati pubblici, con i servizi più o meno segreti. L’intreccio di interessi è nelle cose, smascherare le complicità è giusto e necessario. Ma, a mio avviso, decisivo è il clima politico, il governo del paese e dei poteri. Non è un caso che lo stragismo mafioso si manifesta nel momento in cui si apre una crisi del sistema politico ed entra in crisi anche il rapporto tra mafia e potere politico così come si era configurato nel Dopoguerra, negli anni in cui la “convivenza” fu giustificata dalla prevalenza della lotta al comunismo in Italia e nel mondo. Oggi tutti i parametri e i riferimenti sono cambiati. Mancano analisi nuove e in discussione sono ancora residuati e veleni del passato. Ma è bene discutere, anche il passato per capire meglio l’oggi e per progettare il domani.

P.S. Bolzoni cinicamente ci dice che “Pio La Torre aveva conosciuto Dalla Chiesa nel 1949 a Corleone, lui segretario della Camera del lavoro dopo la scomparsa del sindacalista Placido Rizzotto e l’altro capitano dei carabinieri. Il loro primo incontro avviene nel cuore della Sicilia”. Per la storia ricordiamo che La Torre non fu mai segretario della Camera del lavoro di Corleone, nel 1949 era funzionario della federazione del Pci palermitano e responsabile politico della zona del corleonese. Dalla Chiesa era invece impegnato nel comando delle forze di repressione del banditismo e dava la caccia al bandito Giuliano. L’incontro è solo una fantasia cinematografica. Sempre nel 1949 La Torre partecipò all’occupazione delle terre nel corleonese, dove ero anch’io che dirigevo la Cgil, e insieme ad altri compagni fummo processati e condannati a 16 mesi di carcere. A Pio però non fu concessa la libertà provvisoria e scontò la pena sino al processo perché accusato falsamente da un commissario di polizia di averlo colpito con un bastone. Una vergogna. Nella sentenza del tribunale di Palermo, anche per giustificare le condanne, si legge che alcuni contadini di Bisacquino, dove era La Torre, incarcerati con lui, sarebbero stati feriti dai fucili sottratti ai carabinieri. Spararono su se stessi. Questi gli anni 50: a Corleone non ci fu nessun idillio tra carabinieri e polizia da una parte e contadini e dirigenti del movimento dall’altra. La storia è un’altra e va rispettata.

di Emanuele Macaluso

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