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Non morire di Grecia

L’Europa impone le sue regole ad Atene. Ma ora c’è una “coalition of willing” per lo sviluppo

Quattordici ore di negoziato e alla fine l'accordo: l'Eurogruppo ha dato il via libera al secondo prestito di 130 miliardi di euro alla Grecia. L'obiettivo è quello di ridurre il debito/pil al 120,5 per cento entro il 2020 e non più al 120 per cento. L'accordo raggiunto in nottata dall'Eurogruppo "è un nuovo inizio per la Grecia", ha detto il ministro danese all'Economia Margrethe Vestager, presidente di turno del Consiglio, al suo arrivo alla riunione dell'Ecofin prevista per oggi. L'accordo sul secondo prestito "è un buon risultato per la Grecia, i mercati e la zona euro", è invece il giudizio del premier italiano, Mario Monti, che poi ha aggiunto: "Questa è la dimostrazione che l'Europa è in grado di funzionare".

Il momento della verità per la Grecia è arrivato ieri, quando l’Eurogruppo si è riunito per decidere del secondo piano di salvataggio da 130 miliardi. I numeri non tornano: i 130 miliardi non bastano e il debito greco nel 2020 sarà al 129 per cento del pil, un livello ancora insostenibile. Ma in serata un accordo con nuove condizioni per Atene era vicino: una sorta di troika permanente per controllare la politica fiscale e un conto bloccato dove far convergere parte degli aiuti per costringere il governo a pagare i creditori prima di stipendi e pensioni. E ora è l’Europa a trovarsi davanti al suo momento della verità. Lo hanno scritto in una lettera Mario Monti, David Cameron e Mark Rutte, in vista del Consiglio europeo del primo marzo: gli sforzi di risanamento “sono essenziali”, ma “è necessario agire per modernizzare le nostre economie, rafforzare la competitività e correggere gli squilibri macro-economici”. Italia, Regno Unito e Olanda hanno formato una “Coalition of the Willing” di dodici paesi per la crescita che implicitamente si contrappone all’asse franco-tedesco e alla sua ossessione per l’austerità.

“Dobbiamo restaurare la fiducia di cittadini, imprese e mercati finanziari nella capacità dell’Europa di crescere con forza in futuro”, scrivono Monti, Cameron, Rutte e altri nove leader. Nella missiva, indirizzata ai presidenti di Consiglio europeo e Commissione, mancano le firme di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. “Nessuna contrapposizione, chiamiamola complementarietà – dicono al Foglio ambienti di Palazzo Chigi –, si sancisce la fine dell’epoca in cui in Europa a produrre idee e proposte erano solo Germania e Francia”. Insomma, è in vista la fine del Merkozy. Infatti le otto priorità di Monti, Cameron e Rutte non piacciono a Germania e Francia, anche se da Berlino e Parigi non sono arrivate reazioni ufficiali.

“Il mercato unico – si legge nella lettera – deve essere portato al suo prossimo stadio di sviluppo, rafforzandone la governance ed elevando gli standard di implementazione” iniziando dal settore dei servizi, ma anche per digitale ed energia. La lettera propone di “raddoppiare il nostro impegno per l’innovazione, stabilendo una European research area” e di “accelerare gli accordi di libero scambio”. Per favorire le imprese, occorre “ridurre il fardello delle regolazioni in Europa”. Per la competitività, servono riforme del mercato del lavoro e degli ordini professionali. Infine – non dispiaccia ai promotori della Tobin tax europea –  “dobbiamo compiere passi per costruire un settore dei servizi robusto, dinamico e competitivo”. I Dodici pro crescita non risparmiano un colpo basso al Merkozy nel settore bancario:
“Le garanzie implicite per salvare le banche, che distorcono il mercato unico, devono essere ridotte”. Ma di sicuro anche l’agenda dei Dodici sull’energia urta le politiche da campioni nazionali perseguite da Berlino e Parigi.

Monti, Cameron e Rutte invocano “decisioni politiche forti” e la “leadership” sulla crescita. Ma al Vertice europeo del primo  marzo i leader dovranno tornarsi a confrontare anche sulla crisi del debito. Il fatto che la Banca centrale europea non abbia accettato perdite nella ristrutturazione del debito della Grecia complica la situazione degli altri paesi in difficoltà. Secondo Neil Unmack, analista di Reuters, “i futuri acquisti di bond saranno controproducenti. Più obbligazioni saranno comprate dalla Bce, maggiore è la quota di debito considerata intoccabile, più alti sono i rischi per gli altri creditori, e più potrebbero crescere i tassi di interesse” sul debito dei paesi a rischio.

La scorsa settimana l’Istituto di Francoforte non ha effettuato alcun acquisto di bond di paesi in difficoltà nei mercati secondari del debito sovrano. In realtà, da quando Mario Draghi ha assunto la presidenza, la Bce ha cambiato strategia, preferendo i prestiti triennali illimitati a un tasso dell’1 per cento alle banche, che così sono tornate a comprare obbligazioni sovrane di Italia e Spagna. Dopo i quasi 500 miliardi di dicembre, una seconda operazione di analoghe proporzioni sarà lanciata dalla Bce il 29 febbraio. La Long Term Refinancing Operation ha permesso di guadagnare altro tempo, ma ora che la Bce ha abbandonato l’arma spuntata degli acquisti di bond la questione di un “firewall” sufficientemente forte rimane irrisolta. A marzo i leader dovranno decidere se incrementare la “potenza di fuoco” dei fondi salva-stati, attualmente fissata a 500 miliardi. Ma un accordo è ancora lontano.

Leggi Il testo dell'accordo sulla Grecia

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