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Socialista irrealizzato

La non credibile trasformazione di Tremonti da tributarista di Sondrio a guru antisistema

Da tributarista ha aiutato a eludere “il fisco”, poi da ministro è diventato lui stesso “il fisco”; ora, a sessantacinque anni, vorrebbe fare saltare in aria l’intero sistema della finanza internazionale, fisco compreso. Un botto rivoluzionario, come nella scena conclusiva di Zabriskie Point. Boom! “Anche le banche rapinano”. E ancora: “Ho studiato i libri di Tony Negri”. E poi: “Bisogna fermare la finanza degenerata”. Entrato da ieri tra i guru di Michele Santoro, celebrato come un Adriano Celentano qualsiasi, Giulio Tremonti ha presentato in televisione il suo ultimo libro, “Uscita di sicurezza”, ovvero: il brivido giovanilista dell’estrema sinistra scoperta a sessant’anni. “E’ diventato un socialista rivoluzionario”, ride il fondatore del Manifesto, Valentino Parlato. “Benvenuto compagno Tremonti, appena uscito dalle Frattocchie”.

Messo di fronte a Luca Casarini, disquisendo di Autonomia operaia, mentre Enrico Mentana tentava di sopprimere un sorriso insistente, e Santoro si fregava le mani imitando Bruno Vespa, a un certo punto è successo l’inimmaginabile: non si capiva più quale fosse il no global e quale il ministro. “Casarini lei è troppo intelligente per non convenire che…”; “Tremonti lei ha ragione ma…”. Un gioco di specchi. Casarini sempre uguale a se stesso, Tremonti instabile come una reazione chimica: “La finanza ha cancellato il ruolo delle nazioni e della politica”. Ogni passaggio d’epoca ha le sue crudeltà, e l’èra di Mario Monti non fa eccezione: assieme alla perdita di interesse per i talk-show e la crisi del Grande Fratello, l’Italia scopre pure il marxismo senile dell’uomo che un tempo fece sognare ogni possessore di buon reddito e l’intera massa dei padroncini veneti, il ministro nel cui nome furono innalzati capannoni anziché cattedrali, insomma, colui che segnò e incarnò e predicò il tempo felice del sogno delle partite Iva al potere. Adesso cita Steinbeck, rievoca il New Deal, il “grande crollo” di Galbraith, denuncia via etere la finanza mondialista di Mario Draghi e, come Renato Brunetta con il Nobel, crede pure di aver influenzato il Partito socialista francese (“le mie tesi sono presenti nel programma del Spd tedesco e nel partito di Hollande”). “Ma quelle cose in bocca a Tremonti non sono credibili. Questa sua rivisitazione del pensiero di sinistra non funziona”, pensa Dario Di Vico, editorialista del Corriere della Sera. Il socialismo rivoluzionario, sul non più giovane Tremonti, ha insomma le stesse conseguenze grottesche di chi prende gli orecchioni a sessant’anni; il vezzo giovanilista che denuncia un malessere: il nonno con l’orecchino, la nonna con la minigonna.

Certo è vero che anche in passato, come ha scritto Angelo Panebianco, Tremonti ha cavalcato pulsioni antisistemiche, e sempre si è mosso tra strapaese e salotti europei, tra Sondrio e Seattle, tra i bermuda di Calderoli e la grisaglia dell’Aspen. Ed è certamente vero che mai l’ex superministro berlusconiano è davvero entrato in sitonia con il galateo istituzionale. “Fatevi un panino con la Divina commedia”, disse mentre tagliava i fondi alla cultura. D’altra parte Tremonti al governo è stato un’anomalia dentro una gigantesca anomalia che si chiamava Berlusconi. Eppure mai prima di oggi aveva accarezzato la rivoluzione anticapitalista; mai i suoi riflessi antisistema avevano raggiunto il climax grottesco: quel botto alla Zabriskie Point che Tremonti si augura travolga la finanza e che tuttavia, a chi lo osserva, sembra solo la via di fuga di un ex ministro in crisi di identità (o di mezza età). La tragedia di un uomo che, dicono i troppi antipatizzanti, ha un bell’avvenire dietro di sé. Come direbbe Carlo Marx: “Ben scavato, vecchia talpa”.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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