La notizia della bancarotta di Kodak è arrivata pochi giorni dopo l’annuncio che “l’applicazione dell’anno” per iPhone è Instagram (sta per arrivare anche su Android), il nuovo social network di condivisione di fotografie destinato a far parlare di sé non appena sui giornali la sbronza da Twitter avrà lasciato il posto al mal di testa. E se le due notizie non possono – se non forzatamente – essere tra loro collegate, dicono molto di come si è evoluto il concetto di fotografia nella percezione della gente. Il successo dei social network, ma non lo si scopre adesso, parte dal presupposto per cui se qualcosa che facciamo, vediamo o sentiamo non è condiviso con qualcun altro è come se non fosse mai esistito. Da tempo Facebook aveva soddisfatto questo “bisogno sociale”, con i profili degli utenti invasi da foto più o meno private da far vedere agli amici; Twitter lo ha portato all’eccesso, permettendo di condividere in tempo reale immagini e video catturati con le fotocamere dei nostri smartphone; Instagram lo ha perfezionato, trasformando mediocri amatori dello scatto in fotografi “professionisti” semplicemente applicando dei filtri molto cool alle nostre fotografie (sempre su cellulare).
Perché se è vero che già da tempo diversi grandi fotografi lo usano con profitto, e vengono addirittura organizzate mostre dal vivo con gli scatti più belli, anche qui la “rivoluzione” parte (e colpisce) dal basso: con Instagram infatti anche l’istantanea più inutile assume l’aura del capolavoro: basta un filtro che ammorbidisce i colori, un effetto sfocato nel punto giusto, un bianco e nero là dove serve, e anche un marciapiede sporco o un bicchiere vuoto sembrano uscire da un romanzo di Simenon. Siamo tutti fotografi, improvvisamente. La cosa ha naturalmente effetti nefasti (come per ogni social network che si rispetti) sull’ego dell’utente che si trova d’improvviso desideroso di immortalare qualsiasi cosa. Il turista giapponese che è in noi si risveglia di colpo, e comincia a condividere tramonti non memorabili, avanzi di cibo in tavola dopo una cena, schiaccianoci a forma di animale, padelle che friggono gamberi, alberi spogli e imbarazzanti primi piani. Perché naturalmente sotto ogni foto scattata e condivisa su Instagram c’è il maledetto pulsantino “mi piace”, e a ogni “mi piace” ricevuto dal nostro scatto si moltiplica in noi il desiderio di intasare la rete con nuove immagini per riceverne altri.
Dimenticata la macchina fotografica a impolverarsi (lasciamo stare i rullini fotografici, da anni ormai transustanziatisi in luogo comune, alla stregua di “una volta qui era tutta campagna”), diamo sfogo alla nostra natura esibizionista fermando istanti che una volta non ci saremmo mai sognati di fermare, lanciandoli poi al mondo come segnali della nostra esistenza (“ehi, io ci sono e ho appena fatto una corsa qui”, “ciao, ho appena finito di mangiare un panino, ecco le briciole sul piatto”), come se non ci bastasse più goderceli noi, quegli istanti. Oppure è solo lo spirito del tempo che viviamo a fondo, un modo bellissimo e molto figo di fare belle fotografie da conservare, comunque un modo di esserci. Non è un caso infatti se appena due giorni fa Barack Obama è approdato su Instagram con tanto di annuncio ufficiale.
Come Twitter prima del successo planetario, Instagram esiste da qualche anno, ma il suo periodo di gloria inizia adesso, curiosamente mentre la più famosa industria di fotografia del mondo non ha più le forze per continuare. I puristi, quelli che “io c’ero quando qua eravamo in pochi”, già si lamentano dei troppi nuovi utenti in arrivo. Stiano tranquilli, saranno pochissime le foto da buttare.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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