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Come il cardinal Andreotti, in arte Giulio, ha reso immortale la chiesa

Il libro di Massimo Franco letto da Oltretevere

"Io mi rifaccio spesso agli anni della mia infanzia con le passeggiate che mi faceva fare la zia Mariannina di cui eravamo ospiti, in via dei Prefetti (dove io sono nato). Erano quotidiane rievocazioni di memorie personali della zia, che aveva vissuto da sedicenne il grande cambiamento del 20 settembre 1870. Con una punta di ironia ripeteva che alcuni romani, che fino a quel giorno erano stati ostili al Papa, quando venne meno il potere temporale ne divennero apertamente nostalgici”. L’episodio della zia, nostalgica del quotidiano baciamano del popolino a Pio IX in via Giulia, deve essere tornato di recente a galla nell’infinito archivio mnemonico di Giulio Andreotti, perché oltre a essere citato da Massimo Franco nel suo ricchissimo “Andreotti – La vita di un uomo politico, la storia di un’epoca” (Mondadori, 384 pp., 20 euro) è anche lo spunto del suo ultimo editoriale su 30Giorni, la rivista internazionale sulla chiesa che dirige dal 1993 (e che Franco definisce addirittura “la bibbia di vescovi, cardinali, missionari, associazioni religiose”).

“L’inguaribilmente papalina” zia Mariannina, evocata dal celebre nipote a proposito delle polemiche sulla laicità dello stato, è utile anche come punto di partenza per rintracciare un particolare filo rosso nella storia di Andreotti, diverso dai più frequentati – la politica, il potere, i guai giudiziari – che anche Massimo Franco sceglie come un punto d’osservazione privilegiato: il “cattolicesimo di Andreotti”, che poi è tutt’uno con il suo rapporto di uomo politico con la chiesa. Anzi, il notista politico del Corriere della Sera eccede addirittura, in certi momenti, nel rimarcare il “vaticanismo” del più longevo politico cattolico. Rapporto specialissimo e sempre evocato, ma spesso non capito. Come spiegò Francesco Cossiga a Daniele Vimercati, in un’intervista al Giorno opportunamente citata da Franco. Cossiga vi infilò la geniale definizione di Andreotti come “il popolo del Papa dentro la Dc”. E spiegò: “Prima che grande leader democristiano, Giulio è stato un grande esponente del cattolicesimo politico. Chi non ha capito questo, non ha capito nulla della sua importanza e della sua funzione storica per la società civile e la chiesa”.

Fra i pochi che invece l’hanno sempre capito c’è don Gianni Baget Bozzo, da Franco presentato come “antico avversario di Andreotti e di Evangelisti nei movimenti giovanili democristiani”. Il quale scrisse su Repubblica: “Andreotti rappresenta la Dc come grosso assemblaggio di cattolici e affini… La chiesa è il supporto elettorale della Dc; il nesso fondamentale, per Andreotti, è quello che lega il partito ai suoi elettori. Per lui la Dc è un partito di notabili cattolici. La Dc si definisce per riferimento all’eterno, non al temporale: la sua identità è dogmatica, e per questo la sua politica può essere spregiudicata. Per questo egli ha sempre tenuto stretto contatto con tutte le componenti del mondo cattolico, anche quelle meno ben disposte verso la Dc: con Gedda negli anni Quaranta, con Giussani (fondatore di Cl) negli anni Ottanta”. Due giudizi che colgono in profondità l’essenza della diversità andreottiana dal resto della (demo)cristianità, e spiegano bene anche una certa lontananza che ha sempre contraddistinto l’approccio alla politica dei tre illustri cattolici.

La diversità in Andreotti è sempre sfumata, ma per così dire ontologica. Massimo Franco (pag. 286) intuisce che la famosa “amicizia coi preti”, in realtà “più che amicizia era osmosi”. E con questo Franco va forse più vicino di quanto non sospetti alla radice del problema: “Il suo universo mentale ha sempre racchiuso il Vaticano come una fonte di ispirazione, valori, potere, identificazione”. Cattolico, prima che “politico cattolico”. Determinato da un’osmosi, laddove per la maggior parte dei suoi compagni di partito il problema era marcare “l’autonomia della politica”. Problema teorico, che come tutti i problemi teorici non ha mai appassionato l’ineffabile ciociaro. Così, nota Franco, “quando cominciò il processo, accadde banalmente che il ‘suo’ mondo gli rimase vicino: molto più della Dc, che era il suo partito e non lo amava”. Non l’ha mai amato, in fondo, perché la diversità di Andreotti è sempre stata di natura, si può azzardare, antropologica più che politica. Forse, a costo di contraddire Cossiga, Giulio Andreotti non è mai stato un esponente del “cattolicesimo politico”, nel senso comune del termine. Cioè come l’elaborazione teorica della generazione dei cattolici cresciuti sotto il fascismo e diventati padri della Repubblica, e proseguita a cascata (alla fine a rotoli) nelle generazioni successive. Una teoria della fede che si trasforma in progetto sociale, pensiero politico nel mito della “mediazione”, variamente propendendo verso il cattolicesimo liberale piuttosto che verso visioni progressiste.

Andreotti non appartiene fino in fondo a questa cultura. In questo ha ragione Baget Bozzo, la sua è un’idea “dogmatica”, nel senso di assai lontana da ogni pretesa di funzione salvifica della politica. Se ne è sempre tenuto lontano, ha seguito la dottrina sociale con un pragmatismo perfino ostentato (il famoso buonsenso romanesco, che nei casi migliori coincide col semplice Credo del popolo cristiano). E lo ha fatto non per semplice propensione alla gestione del potere, ma per diffidenza verso la “teoria” della politica, pure se cattolica. Del resto la sua visione di “terza posizione”, aderente alla dottrina sociale e senza pretese di “perfezionare” il mondo, era già esplicita quando scriveva, nel 1942, gli editoriali di Azione Fucina: “Accanto a un socialismo ateo c’è, senza dubbio, anche un ateismo – non meno accentuato – del capitalismo egoista, di fronte al quale la condanna è parimenti severa”.

Un rapporto complicato, quello tra il Divo Giulio e il cattolicesimo politico ideologico. Ma lo spartiacque è già chiaro quando, ancora sotto il fascismo, Andreotti tentava di tenere i rapporti tra Pio XII e i giovani della “Sinistra cristiana” e soccorreva di persona Adriano Ossicini, incarcerato a Regina Coeli per una manifestazione in piazza San Pietro, ma di lì a poco si sarebbe rassegnato a rompere i rapporti con Franco Rodano, già allora a rischio di deriva cattocomunista. In pratica, lo stesso schema che animerà dieci anni dopo lo scontro con Giuseppe Dossetti e la sua idea cripto-leninista di un “partito guida” cristiano, e poi con la sinistra interna dei “professorini”. Anche lì lo scontro era, alla radice, tra una concezione tradizionale e “papalina” della politica e una tecnocratica, da partito etico. E si riproporrà negli anni Ottanta nella lotta con Ciriaco De Mita, e poi ancora nel momento della resa dei conti, quando Pierluigi Castagnetti aveva fretta di “mandare a casa Andreotti e Gava idem”.

Non erano semplici divergenze politiche: Andreotti non direbbe mai, come ancora di recente ha fatto Rosy Bindi, che “il compito dell’evangelizzazione da parte della chiesa è anche una forma di pedagogia alla cittadinanza, all’impegno civile e politico”. Senza questo, è difficile anche inquadrare la sua lunga navigazione in politica estera. Dai tempi in cui cercava di collegare la linea del governo italiano con la Ostpolitik di Paolo VI, e soprattutto, fino in anni recenti post 11 settembre, nella sua visione “vaticana” del problema mediorientale. Illuminante la definizione di Andrea Riccardi, storico e fondatore di Sant’Egidio: “Un cardinale esterno”. Secondo Riccardi, Andreotti “è un cattolico romano, prima di essere un italiano. Ed è un politico che ha usato l’internazionale della chiesa cattolica come una risorsa; e ne è stato usato”.

Una lunga consuetudine che giustifica il paradosso coniato da Giuliano Ferrara, in base al quale Andreotti ha agito “come una sorta di cittadino vaticano naturalizzato, o come un oriundo italiano con specchiata carriera ecclesiastica”. Ci sono anche deliziosi episodi, a illustrare la peculiarità del cattolicesimo andreottiano. Come il tavolino in pietra che il suo amico cardinale americano Francis Spellman voleva farsi realizzare dall’Opificio delle Pietre dure di Firenze, con il suo stemma cardinalizio, ma venne ultimato quando ormai il committente era defunto, e finì a casa dell’amico politico romano. Ci sono le insegne vescovili che l’amico d’infanzia e cardinale Angelo Felici fece destinare a lui dopo la morte. C’è tutta una trina di merletti di zie, ma anche di pie suore, vescovi e semplici preti di chiese sofferenti in giro per il mondo. Ricevuti, visitati, tenuti in contatto con una solerzia che ha dell’incredibile, per un politico professionista.

Nel 2000 Andreotti scrisse come divertissement per un libro-strenna fuori commercio il raccontino “1° gennaio 2015”. In cui, incredibilmente, azzeccava il nome del futuro pontefice, Benedetto XVI, nonché alcune idee che faranno davvero capolino nel pontificato: “Il latino tornerà ad essere lingua veicolare della chiesa”, o il richiamo all’uso dell’abito talare. Il che potrebbe indicare una preferenza per la chiesa preconciliare. Ma allo stesso tempo, negli anni nerissimi dei processi, scrive un altro dei suoi innumerevoli librini collaterali, accanto a quelli destinati al grande pubblico: “I quattro del Gesù”. E racconta, riabilitandola, la storia misconosciuta del modernismo, la corrente di rinnovamento teologico che tra fine dell’Ottocento e inizi Novecento fu condannata e scomunicata. E allora sembra emergere anche un Andreotti, se non dissenziente, almeno aperto al rinnovamento. E proprio in una fase in cui nella chiesa iniziava a prevalere una visione “restauratrice”, se non neo-conservatrice, destinata a mettere sotto scacco decenni di progressismo. Ma per Andreotti l’arte del contrappunto vale anche in campo ecclesiale, i libri servono per mandare messaggi.

Vale anche per “Un Gesuita in Cina”, il libro che dedica nel 2001 a Matteo Ricci, il gesuita che in modo tuttora giudicato mirabile, anche dai cinesi, impostò il rapporto tra due mondi e due religioni, anticipando anche qui uno degli interessi centrali del futuro Benedetto XVI. Né conservatore né progressista, papalino ma non teocratico, il cattolicesimo di Andreotti ha spiazzato anche i politici più smagati. Rino Formica una volta confessò: “Noi socialisti l’abbiamo sempre giudicato sulla base dei fatti: questo è bene, questo è male. Non avevamo colto la sua appartenenza a un filone culturale e di pensiero che ha reso immortale la chiesa. In cui ci sono duemila anni di storia. Ci sono il sacrificio di Cristo, la papessa Giovanna, i Borgia, l’Inquisizione, la diplomazia”.
Di recente, Benedetto XVI ha lanciato un monito sulla necessità di “una nuova generazione di politici cattolici”. Interpellato, Andreotti se l’è cavata come al solito nicchiando e ricordando che “allora era tutto diverso, c’erano il comunismo e la Guerra fredda”. Ci fosse stato ancora il Papa re della zia Mariannina, forse Andreotti si sarebbe dedicato alle preghiere e alle opere di bene.

di Maurizio Crippa

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