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"La scuola oggi è sgarrupata"

Il maestro di “Io speriamo che me la cavo” loda la maestra Gelmini

“Il primo giorno di scuola me lo ricordo, eccome”. Secondigliano, trent’anni fa. Il maestro unico Marcello D’Orta entra in classe. Incravattato, la piega che fila dritta sui pantaloni, la giacca nuova. Davanti a sé i musi sgarbati di ragazzini con la maturità di chi Gomorra ce l’ha in casa e sulla punta della lingua solo napoletano stretto stretto. “Bilancio di quegli anni: tre esaurimenti nervosi”. Ma fare il maestro unico era anche una bellezza. “Il giorno dopo, capita la solfa, ero in blue jeans e maglietta. E per insegnar loro l’italiano, spiegavo in dialetto. E andava a finire che, alla fine dell’anno, qualcuno si sbagliava e anziché ‘maestro’ mi chiamava ‘papà’”. Marcello D’Orta è il maestro di “Io speriamo che me la cavo”, delle “case sgarrupate” della “Svizzera che è un piccolo paese dell’Europa che si affaccia sulla Svizzera, l’Italia, la Svizzera e l’Austria”.

E’ il prototipo del maestro unico che, della riforma Gelmini, dice tutto il bene possibile: “I bambini, a quell’età, hanno bisogno di una figura di riferimento unica, come lo sono a casa la madre e il padre. Pedagogicamente è la scelta più sensata per il loro apprendimento. D’altronde, mi pare che i dati lo confermino, da quando è stato introdotto il modulo, i risultati sono peggiorati”. La conoscenza è un problema affettivo, “ma a quell’età lo è ancor di più. I miei studenti erano ragazzini che arrivavano da famiglie difficili, molti di loro a sei, sette anni già lavoravano e la mattina s’addormentavano sui banchi. A quell’età hai bisogno di un rapporto stretto, di un affetto quasi esclusivo. Non dico che se hai più maestri questo non possa accadere, ma sono sicuro che per l’età in cui sei e per la maturità che hai, avere un solo insegnante rende il legame più semplice perché il punto di riferimento è chiaro e saldo”.

D’Orta è sgomento per le manifestazioni che in alcune scuole d’Italia si sono svolte per protestare contro le riforme del ministro dell’Istruzione. Maestre listate a lutto a Roma, avvisi fatti scrivere sui diari dei bambini per invitare i genitori alla protesta a Firenze. “Ognuno può esprimere il proprio dissenso anche in maniera viscerale, però, per favore, non usiamo i bambini e le scuole”. A D’Orta è rimasta impressa l’opinione di una pedagoga che, su un giornale locale napoletano, ha scritto che l’aver coinvolto i minori nella protesta anti Gelmini è stata “un’importante esperienza di cooperazione sociale, dibattito e formazione”. “Cooperazione un accidente – dice D’Orta – quelle maestre listate a lutto hanno trasformato il primo giorno di scuola, che è e deve essere una festa, in un funerale”. I primi passi del ministro gli paiono positivi: bene l’idea del grembiule “che riporta un po’ di serietà in un mondo che ne ha assai bisogno”.

Bene i voti in numeri “che sono limpidi e comprensibili. Purtroppo, qualche anno fa, hanno introdotto i giudizi che però, per come sono intesi oggi, assomigliano più a tracce di profili psicologici che non a valutazioni vere e proprie. Si è spostata l’attenzione dalla preparazione alla descrizione psicologica”. Non si dice più: l’alunno ha tre in matematica, ma l’alunno non ha l’attitudine a studiare la matematica. Il risultato è che “lo studente non sa di essere ignorante, i genitori non sanno qual è la sua preparazione, il maestro è più impegnato a scervellarsi nel tracciare il profilo del bambino anziché insegnargli a far di conto”.

Tornare al maestro unico, al voto, al grembiule, non è dunque affatto un nostalgico ritorno al passato, un balzo all’indietro nell’Italia degli anni Cinquanta o addirittura, “al Medioevo”? “A parte che sfido chiunque a dirmi che ha un ricordo negativo della sua maestra, ammetto che il problema è più profondo dell’aver uno o più insegnanti”. La scuola oggi è sgarrupata “perché troppo spesso ci si limita a istruire, anziché a educare. Si istruisce dando delle informazioni: quanti sono i fiumi della Campania, chi era Giuseppe Garibaldi, la tabellina del cinque è questa. Ma accanto a questi dati, c’è un altro aspetto importante da ricordare, perché il docente deve anche educare cioè deve saper trasmettere quel che su nessun libro è scritto: la sua esperienza”.

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