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Rivoluzione per contratto

Oltre l’articolo 18. Per riformare l’Italia servono strappi alla Marchionne

Dopo il contratto per le fabbriche Fiat firmato da Sergio Marchionne e da tutti i sindacati a eccezione della Fiom-Cgil, ora è arrivata l’intesa tra Federmeccanica e sigle sindacali riformiste per l’indotto dell’auto. Si tratta di circa 600 aziende e di oltre 60 mila lavoratori: il che significa che la dottrina Marchionne ha consentito di innovare nel profondo le relazioni sociali e la produttività per 150 mila dipendenti. Garantendo una prospettiva ad altrettante famiglie che fino a qualche mese fa sembravano destinate a essere travolte dalla crisi; e mantenendo in Italia un settore produttivo, e relativi investimenti, che quasi tutti davano in partenza per l’estero. Tutto ciò a poche ore dalla sconfessione sull’articolo 18 imposta al ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

Da una parte per chi propone la riforma dello Statuto dei lavoratori continua a valere il veto assoluto e la scomunica della Cgil, alla quale si adegua il Pd rinfoderando le promesse riformistiche e umiliando una volta di più gli innovatori dell’area di sinistra, dalla Fornero a Pietro Ichino. Dall’altra la vicenda Marchionne dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che in questo campo l’unica via per cambiare le cose in Italia è di attuare la rivoluzione praticandola. Ignorando quindi sia i diktat di Susanna Camusso sia le omissioni e le giravolte della Confindustria di Emma Marcegaglia: sarebbe interessante, tra tutte e due, vedere quanto lavoro e quanto pil hanno dato al paese. Ennesima prova che le riforme e le novità non si fanno né per decreto né nei talk-show; ma camminano con le idee e sulle gambe di imprenditori e sindacalisti innovativi e coraggiosi. Almeno in Italia.

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