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L’asso di Maroni

Tra profezia e realismo, l’ex ministro prepara l’uscita ordinata dal berlusconismo (e dall’Italia)

Tra profezia e realismo politico. E’ grazie a Mario Monti che Umberto Bossi e Roberto Maroni sembrano tornati oggi una cosa sola, complementari come un tempo, due volti dello stesso dittico. Il leader malato oracoleggia (“difficilmente l’euro resterà in piedi”), fiuta la politica che forse non riesce più a mordere, agita il carisma che è distillato simbolico e fisicità: il celodurismo, la mimica profetica (“l’Italia ha perso la guerra economica ma l’Europa sa che la Padania starà con i tedeschi”). Maroni invece solidifica, applica, tesse, trasforma l’oracolo in un fatto politico, ambisce a occupare il posto di Roberto Formigoni da padrone della Lombardia, si candida nel frattempo a guidare da capogruppo l’opposizione a Montecitorio, sa che nel prossimo futuro “noi rischiamo di non tornarci in Parlamento” e dunque fa sua la devozione tribale della Lega per Bossi, idolatra il corpo malato come fosse una reliquia, ma in realtà utilizza mito e magia per rafforzare la sua azione pratica, laica.

“Casini potrà anche riuscire nelle sue manovre
, potrà anche tagliare fuori la Lega con una riforma elettorale, ma se noi avremo Lombardia e Veneto saremo inattaccabili”. E dunque l’oracolo Bossi e la teoria iperbolica delle macroregioni di Miglio si sublimano in Maroni e nelle sue qualità: la gentilezza, l’efficienza, l’operosità, il buon senso, le arti diplomatiche; nella turba vociante dei rivoltosi lombardi, Roberto, o Bobo, o Bosco Maroni esibisce un sorriso quasi ironico, fa capire di non essere fatto per il disordine, neppure quello fastoso della Lega: per trattare di politica e di potere non sono necessari né la febbre né il tumulto. E la stessa secessione di Maroni è “con altri mezzi”. Così stringe la mano di Angelino Alfano, e per simpatia partecipa anche alla presentazione del suo libro a Roma consegnandosi persino a una foto di gruppo con Silvio Berlusconi, quello stesso al quale aveva chiesto “un passo di lato” ma “non le tragiche dimissioni in favore di Monti” e al quale oggi ripete che “l’alleanza è finita”. Allegro, di buon carattere, ex chierichetto, ex sessantottino, poi rockettaro, la sua è una moderazione tutta speciale, perché è sempre la moderazione di chi milita nell’estremo; ma è pur sempre diplomazia, quella capacità indispensabile di piacere agli altri. E dunque corteggia, e si fa corteggiare dal designato dal Cavaliere (“Alfano è mio amico”), ma poi con la stessa studiata leggerezza lascia che la Lega usi (e si faccia usare da) Formigoni, che di Alfano è l’unico vero avversario nel Pdl. Gli si avvicina – o lo fa avvicinare – non perché voglia davvero trasformare l’ambizioso governatore ciellino in un nuovo Giulio Tremonti, un ambasciatore alla corte dell’alleato, ma piuttosto perché così “ce lo togliamo dalle scatole” – come ha spiegato lui stesso al presidente del Consiglio regionale lombardo, Davide Boni, qualche settimana fa. Liberare (e poi occupare) la Lombardia. E dunque in definitiva chiudere il cerchio, realizzare la mistica bossiana, i confini della terra promessa: “Dobbiamo lottare, unirci, combattere per la Padania e la storia farà la sua parte”. Profezia e realismo politico, Bossi e Maroni o Maroni e Bossi. Se un dualismo c’è mai stato, Maroni ne ha cancellato le tracce: tutti dicono che finirà col seppellire il leader, molti lo hanno spinto a ribellarsi, fedelissimi leghisti come Maurilio Canton sono pronti al risentimento (“non ha i numeri”) e i famigli del capo non lo amano. Ma lui non ingaggia battaglia e alimenta il culto del grande leader.

In Roberto Maroni si riconosce una calma che deriva dalla consapevolezza di sé, politica e anagrafica. L’ex ministro dell’Interno – che con la sua biografia ha confermato negli ultimi anni un’antica regola della politica italiana: la funzione migliora l’uomo – malgrado gli si attribuiscano enormi ambizioni non ha nessuna intenzione di contrapporsi a Umberto Bossi all’interno della Lega. “Churchill disse che quando si è in due a comandare, uno è di troppo”. E ogni volta che può, Maroni ripete: “Non farò mai il segretario federale”. Ma la sua azione instancabile ed efficace per linee interne al partito, e all’esterno dei confini della Lega, alimenta uno schema che prende lentamente forma nella progressiva monumentalizzazione di Bossi – sempre più idolo nel tempio – e nel ruolo attivo, tattico, che Maroni ha acquistato per sé e sottratto agli altri colonnelli, tra cui l’alterno avversario/alleato Roberto Calderoli.

Bossi, che è stato per tutta la vita più avanti della Lega
, eccita lo spirito tribale ed evoca le parole d’ordine della mistica padana, Maroni le interpreta e le incarna com’è avvenuto lunedì scorso a Monza, di fronte al parlamento del nord: il grande leader ha aperto l’assise con un breve discorso; otto minuti di slogan immaginifici (“il corridoio europeo tra la Padania, l’Austria e la Germania”, “le spade”, “gli scudi”), per poi cedere la parola “al nostro Maroni”, che ha detto: “Dimentichiamo Roma, è al nord che si devono consolidare e rafforzare i nostri insediamenti”. Tattica, esperienza, moderazione istituzionale e assieme estremismo: il secessionismo “con altri mezzi”, appunto. Maroni è tutte queste cose insieme, se c’è un’antropologia leghista anche Maroni vi appartiene, se c’è un linguaggio leghista anche Maroni lo usa, eppure appartiene a una natura più complessa: sua moglie è bocconiana, per esempio, come i membri del governo Monti. E secondo la mitologia milanese alla Bocconi viene addestrata parte di quella milizia di maghi che i maghi stessi chiamano l’élite.
Non che il conflitto sia scomparso, nella Lega che coltiva e si gonfia, ancora, di ambizioni contrapposte e di invidie sotterranee; malgrado Calderoli abbia lanciato Maroni come “nostro ambasciatore a Roma”, che per l’ex ministro vuol dire diventare capogruppo della Lega a Montecitorio, ovvero capo dell’unica opposizione parlamentare al governo di Mario Monti. Su questo passaggio intermedio il gruppo dirigente della Lega è compatto: tocca a Maroni, ma le strategie si attorcigliano e si confondono – poi – sulla questione delle alleanze e sulle prospettive future: il rapporto con quello che sarà il Pdl dopo Silvio Berlusconi. “Qui c’è, in realtà, un vero progetto di riorganizzazione della politica. Questo non è solo un governo di tregua, una soluzione tecnica”. Bossi e Calderoli immaginano un’alleanza con Formigoni, leader nordista del Pdl, mentre Maroni non ha abbandonato l’idea coltivata nei mesi passati: il suo rapporto con quell’Angelino Alfano che, siciliano di Agrigento, per Bossi e Calderoli è forse invece un po’ troppo meridionale per diventare l’interlocutore del nativismo nordico.

Così lunedì, ricevuto il governatore lombardo a via Bellerio, quartier generale a Milano, Maroni quasi non ha proferito parola offrendo l’idea di un rapporto freddissimo con Formigoni, malgrado in realtà quella di Maroni sia soprattutto una posa: coltiva il suo rapporto con Alfano (e mai ci rinuncerebbe) ma si prepara anche ad assecondare l’uscita ordinata di Formigoni (lambito da guai giudiziari) dalla Lombardia. Gioca su tutti i tavoli, Maroni, convinto com’è che da una sponsorizzazione della Lega Formigoni guadagni più di quanto non sia in grado di offrire, ma fortemente attirato – allo stesso tempo – anche dalla possibilità storica di subentrare lui stesso a Formigoni nel ruolo di presidente della regione Lombardia. E dietro l’intelligente e affettata modestia, dietro il rispetto per Bossi (che gli ha fatto anche negare l’esistenza di una sua corrente: “I maroniani non esistono, al massimo sono una categoria dello spirito”), anche negli ambienti più vicini all’ex ministro dell’Interno si fanno delle domande maliziosamente retoriche: chi sarebbe il vero capo della Lega a quel punto? Il segretario federale del partito o il governatore della regione più importante e più ricca d’Italia?

Chi vorrà allearsi con Maroni e con la Lega dovrà garantire loro la Lombardia, dunque, secondo uno schema che Maroni ha trasmesso con chiarezza al gruppo delle seconde file leghiste. Ed è la sintesi della secessione pacifica, l’applicazione delle intuizioni di Miglio. “Piemonte e Veneto, si costituiscano in una macroregione in grado di trattare con le istituzioni europee e con il governo francese e tedesco. In questo modo l’unica vera area produttiva del sistema Italia potrebbe continuare a sopravvivere”, dice Davide Boni, che occupa un ruolo centrale nella Lega e nella testa di Maroni, da presidente del Consiglio regionale lombardo.

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di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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