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Il Pdl sulla via dell’umiltà

Il nuovo corso di Alfano alle prese con la coalizione tripartita

Sono sospesi i fasti di un tempo, il Pdl non si riunisce più a Via del Plebiscito 102, domicilio di Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio preferisce lo stadio Meazza (“Non conto più niente”, ha detto a un tifoso del Milan che gli chiedeva di non alzare le tasse) e sembra aver eletto a proprio nuovo palcoscenico il tribunale di Milano. Così ieri, in effetti, il Cav. è passato da Roma, ha riguadagnato, sì, le stanze di Palazzo Grazioli, ma è la politica del centrodestra a non passare più (non come una volta, almeno) da casa sua.

L’indirizzo di riferimento oggi è la sede legale del “Popolo” della libertà: Via dell’Umiltà 35, il palazzo dove il Cavaliere si era fatto arredare, già ai tempi di Forza Italia, un ufficio spaziale nel quale però non ha quasi mai messo piede (e nel quale continua a non andare). “Siamo diventati un partito democratico”, scherza a volte Angelino Alfano quando gli si fa notare la novità. Perché sono ormai riunioni continue. A Via dell’Umiltà si ritrova al gran completo l’ufficio di presidenza, organismo solenne e pletorico dove negli ultimi mesi si sono consumati gli scontri epici tra Berlusconi e Giulio Tremonti (fino a ieri a Palazzo Grazioli), ma a Via dell’Umiltà si riunisce soprattutto il più ristretto “tavolo delle regole”, l’invenzione dell’inquilino del Palazzo: il segretario del Pdl, Angelino Alfano. L’ex ministro della Giustizia ha ristrutturato alcune stanze, ha fatto imbiancare i muri, ha chiuso diversi uffici (uno è quello di Gabriella Carlucci, che prima di passare all’Udc si è molto lamentata). Lì dove a lungo per lui non c’è stato spazio nemmeno in un ripostiglio (schiacciato dagli uffici di Ignazio La Russa e Denis Verdini), Alfano ha spostato la sua intera e siciliana segreteria particolare, quella del ministero. Superate le porte a vetri, oltrepassata la guardiola, separato dalla calata romanesca, l’ospite inconsapevole scopre con sorpresa che oggi dentro il Palazzo di Via dell’Umilità tutti parlano con accento agrigentino, come il padrone di casa.

E’ la sede operativa di un nuovo potere, del nuovo corso (post?) berlusconiano, verrebbe da dire. Il Cavaliere si consola con i sondaggi che gli ha consegnato Euromedia (da quando si è dimesso i consensi sulla sua persona sono in deciso rialzo), e spiega a tutti di voler fare “l’imprenditore della campagna elettorale”; mentre Alfano, intimidito e fiero della sua nuova vita, non ha bisogno di prendere le distanze da un Berlusconi già monumentalizzato in vita, e dunque lascia solo immaginare quanta sofferenza possa costargli la disciplina e il padrinato, perché per il resto non gli sfugge mai una parola – né un pensiero – spettinata. Il Cavaliere si tiene alla larga, gioca a fare il padre nobile, mentre il segretario in queste ore prepara il campo per le prevedibili difficoltà cui il Pdl andrà incontro nel corso della “cura” Mario Monti: come sostenere il governo che ripristinerà l’Ici e farà la patrimoniale? Come sciogliere la contraddizione di un partito nato per incarnare il bipolarismo maggioritario che si trova imbrigliato in uno schema di grande coalizione, di maggioranza tripartita? Il primo passaggio è la nomina dei sottosegretari, pensano nella tolda di comando del Pdl, dove non sono stati in pochi quelli che hanno lavorato per boicottare la ventilata cabina di regia Bersani-Casini-Alfano a sostegno di Monti. Ma la questione dei sottosegretari si complica ogni giorno di più, perché se è vero che Alfano e i suoi sostenitori vorrebbero recuperare capacità contrattuale con il governo grazie alle nuove nomine, la scelta degli uomini è affidata a Gianni Letta. Che al Pdl non è nemmeno iscritto.

Nel Pdl “montiano”, cioè all’interno di quel segmento maggioritario che ha deciso di appoggiare il governo (e di cui fa parte anche Angelino Alfano) si sente sempre più spesso scandire un concetto che suona più o meno così: “Non possiamo restare fermi”. E ci si riferisce ai rapporti con il governo dei cosiddetti tecnici e ai provvedimenti – tra cui Ici e patrimoniale – che l’esecutivo si prepara a varare o reintrodurre. Si parla di una commissione per i temi economici interna al partito, da mettere in funzione a tempo di record, e in generale si discute di scenari, di ipotesi. Tutto tende a un obiettivo: recuperare un po’ di margini alla politica-politica. Così è iniziata una sottile prova di forza che Alfano – volto e guida del Pdl – cercherà se non di vincere almeno di non perdere del tutto: la nomina dei sottosegretari e dei viceministri. Il punto è che la capacità contrattuale del Pdl sui “principi non negoziabili” dell’Ici e della patrimoniale non può giocarsi all’ultimo momento, in Aula, ricorrendo a una strategia di veti che farebbero piovere sul partito berlusconiano l’accusa di essere “la forza dello sfascio”.

Dunque il lavoro di interdizione, diplomatica, va fatto prima: in Consiglio dei ministri, e grazie al lavoro dei sottosegretari e dei viceministri politici (ancora da nominare). Il problema è che sul dossier lavora Gianni Letta il quale segue – ovviamente – logiche di trasversalismo che dal punto di vista di alcuni dirigenti del Pdl (anche di Alfano) non corrispondono esattamente alla migliore linea di condotta possibile. Il gran ciambellano del Cavaliere, Letta, non fa la voce grossa, ma è uomo di mediazione e di compromesso al limite del parossismo, mentre al contrario oggi il Pdl vorrebbe piazzare degli abili e mobili cavalli di frisia all’interno dei ministeri: alla Funzione pubblica (dove andrebbe nominato un uomo capace di ricucire con la Cisl e la Uil) o al ministero dell’Economia dove Giulio Tremonti è tornato alla carica, dove Vittorio Grilli è molto ascoltato, e dove al contrario il nuovo corso alfaniano vorrebbe un uomo capace di tenere testa sia a Monti sia ai suoi ministri supercompetenti come Piero Giarda.

Si rincorrono tre ipotesi di comportamento, tre scenari possibili che per il Pdl potrebbero costituire la linea di condotta dei prossimi mesi, da qui alla fine (più o meno anticipata) della legislatura e del governo Monti. Il primo riguarda i contatti con l’ala riformista del Partito democratico (da Enrico Morando a Nicola Rossi, e dunque Walter Veltroni). Alcuni pour parler sono cominciati intorno all’ipotesi di una riforma fiscale, di una riforma elettorale e di una maximanovra economica persino più corposa di quella che ipotizza oggi Monti. Un patto d’acciaio tra Pd e Pdl, con una agenda precisa e cadenzata che tenga fuori (e “faccia fuori”) il Terzo polo – complice l’affarire Guarguaglini – rendendo possibile in sette o otto mesi le elezioni.

Anche della seconda ipotesi si parla molto: teorizza la necessità di fare guerriglia parlamentare, e politica, in Consiglio dei ministri (grazie ai nuovi sottosegretari) sui provvedimenti del governo, ottenendo, di volta in volta – su Ici, tasse e patrimoniale – emendamenti in linea con lo spirito liberale del Pdl. La terza ipotesi, remotissima, in fine, è che il Pdl tenti di recuperare margine d’azione intestandosi un’agenda di “patriottismo assoluto”: sacrifici e maximanovra, molto di più di quanto non osi proporre Monti. Controindicazione: perdita di consensi nel breve periodo. Vantaggi: sarebbe il partito di Alfano a intestarsi il salvataggio dell’Italia.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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