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Disastro tecno-politico

Le trattative del prof. Monti cominciano sotto pessimi auspici

Mario Monti dovrebbe incarnare la potestà di una tecno-dittatura fulminea e invece sembra già un Cirino Pomicino qualsiasi, smarrito com’è nella giostra delle consultazioni parlamentari e con le parti sociali. Fragile e al tempo stesso un po’ ingenuo nella pretesa ostinata d’imbarcare personale politico di prima fascia all’interno del suo nascituro esecutivo d’emergenza, il prof. dà l’impressione di non padroneggiare la situazione. La vischiosità dei protagonisti sulla scena – una pletora di partiti, una turba di gruppi d’interesse corporativi e geografici confliggenti, una rete sindacale smagliata e spaurita – ha già avvolto il premier incaricato nel bozzolo dell’inconsistenza. Una vera goduria per gli speculatori. Mario Monti è caduto forse nell’equivoco di una premessa mal posta: non sente su di sé l’incombere delle decisioni urgenti più di quanto stia mirando a farsi garante d’una stabilizzazione durevole (almeno fino al 2013, scadenza naturale della legislatura). Tale obiettivo è lecito supporre che non sia disgiunto dalla copertura assai autorevole e tuttavia costituzionalmente un po’ osée assicuratagli dal Quirinale.

Ma era davvero questo il pre requisito della sua investitura? Non doveva, il prof. Monti, irrompere sulle rovine di una classe politica deficitaria per rimpannucciare in ventiquattr’ore il nostro fianco scoperto nei confronti dei mercati? A giudicare dal suo primo giorno di scuola partitocratica, si può dire che un laticlavio quirinalizio può fare di un tecnico un senatore a vita, ma non può certo trasformarlo in un protagonista dello stato d’eccezione schmittiano, che è pur sempre una selva da lupi politici.

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