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I 4 del Pakistan selvaggio/3

In Pakistan è "come chiedere al Diavolo di prendere Dracula"

Perché i generali di Musharraf hanno cominciato la loro guerra privata a fianco di talebani e al Qaida

Riassunto delle puntate precedenti: in Pakistan una cupola formata da alti generali in congedo e da sezioni dei servizi segreti tira i fili del terrorismo e della guerriglia talebana. Sono infuriati dalla svolta filoamericana dopo l’11 settembre. Alla loro testa c’è un ex capo dell’intelligence, Hamid Gul, che ha contribuito alla cacciata del suo ex allievo, il presidente Musharraf. Gul è il Gran protettore di al Qaida e dei talebani, il loro uomo radar: li avvisa quando il pericolo americano si avvicina troppo. Assieme a lui c’è Javed Nasir, ex capo dell’intelligence. Nasir è il Gran fornitore di al Qaida e dei talebani. Il suo carico migliore è un grosso quantitativo di missili antiaerei. In pubblico i due ex capi dei servizi lanciano manifestazioni antiamericane. In segreto s’incontrano con altri doppiogiochisti dei servizi, con capi di al Qaida e della guerriglia afghana e anche con esuli del partito Baath. Tema delle riunioni: dissanguare i contingenti occidentali in Afghanistan.

Come imparano gli americani a proprie spese, chiedere ai servizi segreti in Pakistan di collaborare nella guerra contro al Qaida e i talebani è ficcarsi in una situazione anche peggio di quella di partenza. I presunti amici in realtà hanno creato il nemico, lo nutrono e sono i suoi alleati più potenti. “Come chiedere un aiuto al Diavolo per dare la caccia a Dracula”. Non è soltanto questione di islam radicale strisciante nelle caserme e nelle accademie militari, anche se lo stato pachistano è stato riformato trent’anni fa con l’apporto fondamentale del predicatore al Mawdudi, il Khomeini sunnita, molto ascoltato nelle élite militari e amministrative di Islamabad ed è stato innaffiato in abbondanza dai soldi dell’Arabia Saudita. E’ anche colpa della prima dottrina militare del paese: la “profondità strategica”. Il vecchio generale-dittatore Zia ul Haq, con gli occhi chiari e i baffi a punta, metteva la mano sulla cartina con il palmo sul Pakistan e le dita allungate sui paesi dietro, sopra a tutto l’Afghanistan e su fino all’Uzbekistan e al Tagikistan: “Questa è la profondità strategica – diceva guardando fra le dita – uno spazio di manovra tutto nostro, che va molto oltre i nostri confini ma è controllato da noi, a disposizione se le armate d’invasione indiane varcano la frontiera sud e irrompono da noi”. I generali sono stati addestrati a pensare così: prima di tutto viene la profondità strategica per la patria. Sul resto, la guerra al terrorismo, l’alleanza opportunistica con gli Stati Uniti, l’11 settembre di al Qaida, ci si può ragionare di volta in volta. E’ un modo di pensare implicito nella geografia pachistana, uno stato striscia davanti al colossale nemico indiano. E’ anche uno stato d’animo descritto bene nella parte finale di un bel romanzo di Mohsin Hamid (“Il fondamentalista riluttante”, 2007): quando le tensioni con l’India sono al culmine, come succede spesso, tutti i pachistani hanno lo stomaco oppresso dallo stesso pensiero: “Un milione di soldati e di carristi indiani sono là che aspettano, a due sole ore di autostrada dal centro della nostra capitale”. Per questo, i generali e i servizi segreti indottrinati con la “profondità strategica” pensano all’Afghanistan come a una cosa loro. Al punto che nel 1999, quando la situazione con l’India è tesissima, vorrebbero perfino spostare il loro arsenale di bombe atomiche in Afghanistan, in territorio talebano, in modo da poter sferrare comunque un contrattacco contro gli indiani. Questa è la giunta militare pachistana. Risponde no agli americani quando quelli si offrono di aiutare nella custodia degli ordigni atomici. Ma li avrebbe consegnati senza problemi ai talebani.

L’esercito e i servizi militari del Pakistan non intendono mollare l’Afghanistan. Profondità strategica. Sono così radicati che nell’ottobre del 2001, dopo avere negato e spergiurato sui loro collegamenti con i guerriglieri fondamentalisti, sono costretti a chiedere agli americani di sospendere i bombardamenti sopra Mazar i Sharif: per favore, almeno di notte, dobbiamo evacuare i nostri uomini dalla città talebana. Tra essi ci sono anche due generali.

L’ambasciatore che sta con il nemico
In Pakistan due generali in servizio attivo tengono i contatti con Bin Laden prima e dopo l’11 settembre, oltre a Hamid Gul (già ritirato). Mahmood Ahmed, compagno di golpe di Musharraf, capo dei servizi segreti dall’ottobre 1999 all’ottobre 2001. E’ un canale privilegiato per trattare con i talebani e con Bin Laden. Sa dove cercare in Afghanistan e sa anche come presentarsi alla corte di al Qaida: lo fa da ambasciatore del mondo, soprattutto per contro dei sauditi e degli americani. Ma si tratta di un equivoco ben conosciuto a Islamabad. Il generale non è l’ambasciatore presso al Qaida e i talebani, è piuttosto uno dei loro; è il messaggero che va avanti e indietro e porta informazioni dall’esterno. Dal 2000 si dichiara “musulmano rinato” e taglia al minimo i contatti con i colleghi della Cia.

Quando il governo Musharraf è troppo sotto pressione, spedisce Mahmood a trattare ben sapendo che cosa succederà: nulla. Quando il mullah Omar ordina di demolire i grandi budda di pietra di Bamyan, Mahmood va a trattare senza risultato. Quando il sottosegretario di stato dell’Amministrazione Clinton, Thomas Pickering, lancia accuse di connivenza con i terroristi – “siete a letto con chi ci minaccia” – Mahmood va a trattare senza risultato. Quando il principe saudita Abdullah va in missione clandestina in Afghanistan nell’estate del 2001 per farsi consegnare Bin Laden, indovinando che l’arabo sta apparecchiando qualche guaio di proporzioni catastrofiche, Mahmood lo accompagna senza risultato. Danno molte rassicurazioni – “promettiamo un processo benevolo e truccato” – ma tornano a mani vuote. Il capo dei servizi segreti è una spugna: assorbe minacce, incassa ultimatum e maneggia offerte ma non dà indietro nulla.

Nel luglio 2001 le spie egiziane circondano la casa pachistana in cui si nasconde Ahmed Said Kadr, l’uomo dell’attacco all’ambasciata egiziana di Islamabad nel 1995. Chiamano l’Isi per avere aiuto “ufficiale”. Mahmood promette un’azione immediata. Secondo il resoconto di Time: arriva una macchina con targa diplomatica con a bordo quattro talebani, quelli caricano il terrorista e poi svaniscono nel nulla.

Dopo l’11 settembre Musharraf, obbligato dagli americani, manda ancora una volta Mahmood a parlamentare con i talebani assieme a una comitiva di mullah. Invece che chiedere la resa, si complimentano per la reazione di sfida contro l’America. Gli uomini dell’Isi presenti suggeriscono ai talebani come cominciare la guerra di montagna per resistere alla probabile invasione. Gli americani lo vengono a sapere e chiedono le dimissioni del generale – che per colmo di imbarazzo il giorno dell’attacco era a Washington per parlare di Bin Laden con gli “alleati”. Lui viene semplicemente rimosso, così da conservare il diritto alla pensione da alto ufficiale.

Comincia la guerra privata
L’altro generale che tiene i collegamenti con Bin Laden è Mohammed Aziz, anche lui compagno di golpe di Musharraf, ex vicedirettore dei servizi segreti e capo di stato maggiore. Promosso a un ruolo cerimoniale dopo l’11 settembre, per evidenti collusioni con i terroristi. Amatissimo dai suoi ufficiali, che lui chiama tutti “figlio”, inglese eccellente, studente islamico fin dall’accademia. E’ lui che ogni anno seguiva il ricovero di Bin Laden in un ospedale militare di Peshawar e dopo il novembre 2001 lo fa curare nella madrassa Binori, sul confine vicino a Tora Bora, da medici dell’esercito pachistano. Nel 2002 avverte i partiti islamisti e i referenti finanziari di al Qaida di spostare in fretta i propri depositi dalle banche, perché gli americani li hanno individuati e ne stanno chiedendo il congelamento. Di lui i giornali scrivono: “Non è improbabile che stia preparando la loggia che obbligherà il governo a cambiare idea sul proprio appoggio agli americani nella guerra ai talebani”.

Il 15 settembre 2001, per sei ore di fuoco un gruppo di generali, su tutti Mahmood e Aziz, tenta di convincere Musharraf a gettare il travestimento e a schierarsi finalmente dalla parte dei talebani contro l’America. Ma il presidente generale alla fine prevale, a modo suo: “Non capite ? E’ di nuovo il 1979 (anno dell’intervento sovietico in Afghanistan, ndr). Da oggi è come avere di nuovo un assegno in bianco”. I generali che non ci stanno sono messi da parte. Ma cominciano la loro guerra privata. (3. fine. Le prime due puntate sono state pubblicate martedì 23 settembre e venerdì 26 settembre)

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