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Monti alla prova della dittatura commissaria. Il Cav. tratta e non molla

Mario Monti è presidente del Consiglio (con riserva) e Silvio Berlusconi non abbandona (non adesso) la “politica”. Il nuovo primo ministro incaricato farà oggi le sue consultazioni “con urgenza e scrupolo” e poi forse, se ci saranno le condizioni, presenterà la lista dei ministri, che saranno tutti tecnici. Ieri ha ricevuto il sostegno – ancora condizionato – delle principali forze politiche rappresentate in Parlamento: il Pd vuole un esecutivo a termine che faccia la legge elettorale; il Pdl non pone condizioni di durata ma chiede che il nuovo governo si occupi solo della crisi finanziaria e che sia Monti sia i suoi colleghi tecnici assicurino l’indisponibilità a candidarsi una volta conclusa l’opera di “risanamento e crescita” (parole di Monti). Ma ieri non è stata esclusivamente la giornata di Monti. Berlusconi ha chiarito che non si ritirerà, e ha invece individuato una nuova strada che conduce – pensa lui e pensano i suoi– a un’uscita ordinata dal berlusconismo che conservi integro il Pdl. “Da domani raddoppierò l’impegno per rinnovare l’Italia”, ha detto il Cavaliere.
Dunque Monti da ieri sera è presidente del Consiglio, ma sul suo non ancora nato governo si addensano già troppi veti, dubbi, rischi. Non solo il rifiuto del Pd di veder seduto Gianni Letta sulla poltrona di vicepremier (che corrisponde a un veto assoluto del Pdl nei confronti di Giuliano Amato), né soltanto la minaccia del referendum elettorale sul quale dovrà decidere a gennaio la Corte costituzionale.

“Sarà la sinistra a fare cadere Monti, ammesso che questo governo si faccia sul serio”, dice uno degli esponenti più in vista del partito del Cavaliere. La situazione la spiegano bene nel Pdl quando raccontano che Angelino Alfano, di fronte a Giorgio Napolitano, ha voluto rassicurare il presidente della Repubblica: “Noi non poniamo condizioni sulla durata di un governo che dovrà avere tutto il tempo necessario per le complesse riforme richieste dalla lettera inviata dalla Bce”. Dietro le parole di Alfano c’è un ragionamento che il gruppo dirigente del Pdl ha condiviso con Berlusconi: abbiamo bisogno di tempo, ci siamo alienati molti consensi per le manovre di Tremonti, adesso anche il centrosinistra si sporchi un po’ le mani; abbiamo ancora la maggioranza al Senato e dunque, se si mettesse male, possiamo staccare la spina quando vogliamo recuperando così anche la Lega.

Insomma il Pdl si consola scommettendo sugli effetti dei probabili conflitti interni alla sinistra, tra il Pd e le estreme e la Cgil. Quanto ai problemi interni al partito di Berlusconi, i Franco Frattini, gli Angelino Alfano, i Fabrizio Cicchitto e i Gaetano Quagliariello pensano che la parentesi del governo Monti possa servire per rinsaldare il Pdl (di cui Berlusconi rimarrà sostanzialmente alla guida), prendere tempo, avviare le primarie e prepararsi per un appuntamento elettorale che vedrà la sinistra attraversata da un profondo tramestio interno.

Il colloquio di Alfano, Maurizio Gasparri
e Cicchitto con Napolitano ieri ha convinto Berlusconi a registrare un videomessaggio dai toni istituzionali: un endorsement al governo tecnico che fa da apripista ai negoziati che si apriranno oggi con Monti: vicepremier e lista dei ministri. Il presidente della Repubblica ha garantito che tenterà in ogni modo di inserire nella lista delle figure di “garanti politici” (uno dei quali per il Pdl dovrebbe essere Letta) e ha anche convenuto con gli ambasciatori del Pdl nel censurare le manifestazioni di piazza con le quali Berlusconi è stato contestato sabato sera. Anche il Quirinale si sta impegnando in uno sforzo per la pacificazione, negli stessi termini (o quasi) che Berlusconi ha anticipato ieri sera.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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