228 no, 205 sì. Un voto storico sul più grande salvataggio finanziario della storia americana, Wall Street al collasso, un clima da brivido. Hanno detto di no a un piano garantito dalla Casa Bianca, dal Tesoro, dalla Federal Reserve, dalle leadership congressuali di democratici e repubblicani, e con qualche malizia e prudenza anche dai candidati McCain e Obama. Rivoteranno su un nuovo testo, perché le pressioni in nome della salvezza nazionale sono fortissime, ma per adesso i deputati della House di Washington, che si battono per la rielezione a novembre e hanno sul collo il fiato furente dei loro elettori, hanno giudicato ingiusto e unamerican il grande bail out che salva la finanza americana e mondiale, lo hanno bocciato come contrario al principio su cui si fonda la società americana: i privati rischiano e guadagnano, se falliscono perdono, e i soldi pubblici non possono sostituire il fondamento di libertà e di responsabilità del sistema. Ha votato no la maggioranza dei repubblicani, che invocano come giustificazione il solito discorso estremista e partigiano di Nancy Pelosi, che ha dato del voto un’interpretazione estremamente faziosa. Ma quasi cento democratici si sono aggiunti alla rivolta. C’è molto di più in ballo che non una battaglia elettorale o parlamentare.
Le conseguenze finanziarie e di sistema di questo esplosivo rigetto del piano di salvezza nazionale sono alla lunga misteriose, ma nell’immediato tragiche. Al tumulto di Wall Street e delle Borse mondiali, severamente impegnate dalla crisi del credito e ormai da sempre crescenti rischi di insolvenza bancaria, si può aggiungere la manifestazione dei primi segni di una fatale recessione, con un trasferimento all’economia del disastro finanziario. Fino ad ora le tendenze erano sempre due: il sistema del credito crolla, le banche boccheggiano o falliscono, ma i fondamentali dell’economia (produzione, produttività, import-export, tasso di occupazione, crescita del prodotto interno lordo) resistono. Ma fino a quando possa durare questo immenso paradosso, non si sa.
Le conseguenze politiche del voto di ieri, visto che siamo a sei settimane dal voto di novembre per eleggere il presidente, sono forse più chiare. Fosse passato ieri trionfalmente il progetto di “socialismo in un solo paese” varato dall’establishment bipartisan di Washington (presidente, tesoro, Federal reserve e leader del Congresso), avremmo dovuto senza indugi prepararci a Obama. L’uomo dell’establishment, l’uomo d’ordine è lui, ed è questa la carta che gioca nella crisi, per cercare di governare a suo vantaggio le paure americane del momento. La frustrazione dei repubblicani, anche di quelli che chiedevano ai colleghi di appoggiare il piano di salvataggio, era tangibile. Ma con questo calcio all’establishment, questa rivolta sia democratica sia repubblicana contro l’idea di pagare i debiti del sistema bancario con i soldi dei taxpayers, che sono un idolo di giustizia riverito e amato dalla assoluta maggioranza degli americani, una certa identità americana, pro mercato e all’occorrenza fieramente populista, può riaffermare i suoi diritti e spingere il vento nelle vele un po’ afflosciate del vecchio McCain e del suo sorridente e un tanto surreale emblema di guerra o guerriglia culturale di nome Sarah Palin. Bisogna anche vedere se l’eroico vecchietto e la sua ardente e fresca (molto fresca) compagna decideranno di cavalcare la marea e di moltiplicare gli effetti dello schiaffo contro lo stato padrone in quello che per molti aspetti è ancora il paese di Ronald Reagan.
© - FOGLIO QUOTIDIANO

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