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Il governo di Monti non è ancora nato e già sembra avere le ore contate

Si raffreddano un po’ gli entusiasmi, e avanza l’impressione fondata che Mario Monti sia destinato soltanto a fare un rapido giro di giostra. Le elezioni non sono così lontane. Silvio Berlusconi si fa concavo, di fronte ai dirigenti del Pdl concede molto alla sua corte vogliosa di governi tecnici, ma non scioglie le sue intime riserve: tutto, compresi i calcoli di vantaggio personale, concorre a farlo inclinare verso le urne. Il Cavaliere sa che fino all’ultimo momento avrà la facoltà di dire di “no”, così, nel frattempo, un po’ cincischia e forse aspetta che il governo Monti si impaludi da solo nella vischiosità di Palazzo ancora prima di nascere. “Larghe intese? Vediamo”, è l’unica dichiarazione pubblica del premier. Il resto sono voci, commenti riferiti da terze persone, auspici della corte tremebonda.

I partiti, esclusi Lega e Idv che invocano il voto, hanno cominciato a discutere della composizione del governo. E già vengono posti dei veti. La lite tra gli ex di An, che ha portato alla fuoriuscita di Gianfranco Fini dal Pdl, e che ha azzoppato il governo Berlusconi, sta inquinando anche le consultazioni del governo Monti. Fli, il partito di Fini, fa la guerra agli ex colonnelli di An oggi nel Pdl: Italo Bocchino, plenipotenziario finiano, ha fatto sapere praticamente a chiunque di non volere Altero Matteoli nel nuovo governo; mentre Claudio Scajola si è candidato per un ritorno che fa storcere il naso al Partito democratico e Fini in persona ha alzato il sopracciglio all’idea che Franco Frattini possa restare agli Esteri (il presidente della Camera ricorda benissimo chi fu a portare in Senato il documento proveniente dall’isola di Santa Lucia che riconduceva la proprietà della casa di Montecarlo al cognato Giancarlo Tulliani). “Dobbiamo virare decisamente su figure tecnico-politiche alla Pietro Ichino, altrimenti fanno saltare tutto”, dice un deputato dell’Udc molto vicino a Pier Ferdinando Casini. Il leader centrista, consapevole della situazione in bilico, ieri ha detto: “Monti è l’ultima possibilità”.

A preoccupare Casini è anche l’atteggiamento indecifrabile del segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Nell’Udc temono fortemente che Bersani stia solo aspettando un segnale da Berlusconi per potersi sganciare da un’operazione che danneggerebbe elettoralmente il suo partito (che i sondaggi adesso danno vincente alle elezioni) e la sua stessa leadership: più tempo passa, più avanza il “rischio primarie” incarnato dal giovane rottamatore Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze si candiderà alla leadership del Pd, ma solo se le elezioni dovessero tenersi tra un anno e non “entro quarantacinque giorni” come ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Anche Bersani attende. Qualora Berlusconi dicesse “no” a Monti – domani si riunisce un ufficio di presidenza del Pdl – per Bersani sarebbe facilissimo sganciarsi, dando anche dell’“irresponsabile” al Cavaliere. Nel frattempo Berlusconi un po’ sembra starci al gioco del governo del presidente. Secondo una leggenda l’avvocato Piero Longo avrebbe fatto visita al Quirinale (due giorni fa) e il Cavaliere avrebbe posto delle condizioni: Nitto Palma alla Giustizia e Paolo Romani allo Sviluppo economico. Difficili da digerire per il Pd. Solo una mossa (irrituale) del Quirinale potrebbe risolvere l’impasse: un discorso alla nazione.
 

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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