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Camera oscura

Il pallottoliere rassicura il Cav. sulla fiducia, ma il Pdl traballa spaurito

Il premier conferma: punta al 2013 senza alternative, i numeri dovrebbero esserci, i problemi pure (e non è solo Scajola)

L’aritmetica dice che Silvio Berlusconi oggi raccoglierà ancora la fiducia alla Camera intorno al discorso che ha pronunciato ieri a Montecitorio e con il quale ha indicato il 2013 come un obiettivo possibile. “Non possono esserci conseguenze sul piano istituzionale” per “l’incidente tecnico” che martedì ha portato alla bocciatura della legge sul rendiconto di bilancio, ha detto Berlusconi. “Questo governo è l’unico soggetto democraticamente abilitato a difendere gli interessi nazionali dalle tensioni della crisi. Non ci sono alternative”. La fiducia dovrebbe essere raggiunta con una forbice tra i 316 e i 320 voti. Eppure nel Palazzo si rincorrono paure, che riguardano le assenze: una fiducia raggiunta con meno di 316 voti (maggioranza assoluta) basterebbe alle opposizioni per chiedere e ottenere un intervento del Quirinale? Denis Verdini è l’uomo dei conti, appare fiducioso a chi gli parla e forse ha ragione; d’altra parte è l’unico che non si esprime per stati d’animo. Tra i deputati del Pdl si tende al pessimismo, un umore che taluni piegano ai loro interessi personali: chi può in queste ore contratta, come ha fatto Claudio Scajola mercoledì con il Cavaliere. “Il voto non è scontato. Ci sono tanti parlamentari perplessi”, dice Mario Pepe, dei Responsabili, il gruppo che mercoledì ha registrato parecchie assenze durante il voto sulla legge di bilancio che ha mandato sotto il governo.

Prima di prendere la parola a Montecitorio, il Cavaliere ha presieduto un teso Consiglio dei ministri. Il premier ha confermato, lontano dai microfoni, la volontà di completare la legislatura; ma ha pure manifestato preoccupazione per l’incidente parlamentare di martedì: “Non può ripetersi pena lo scioglimento delle Camere e le elezioni”, ha detto Berlusconi, che non lascia troppi margini di interpretazione alla nota con la quale il Quirinale ha spiegato che, oltre ad avere la fiducia, il governo deve anche poter contare su numeri sufficienti a garantire l’attività legislativa in Parlamento. Il premier, che si trova nella condizione di dover tranquillizzare i suoi uomini e parte dei gruppi parlamentari, ha anche smentito le voci che nei giorni scorsi gli hanno più volte attribuito l’intenzione di voler costituire un nuovo partito che affiancherebbe (o sostituirebbe) il Pdl.

Ma non è stato un Consiglio
dei ministri facile, quello di ieri. Secondo una versione accreditata, nel corso della riunione è emersa di nuovo e con decisione una divergenza di vedute tra i ministri Paolo Romani, Renato Brunetta e Giulio Tremonti sul decreto sviluppo che secondo la tabella di marcia compilata dallo stesso Berlusconi la settimana scorsa dovrebbe vedere la luce entro il 20 novembre e affiancarsi, in una ripresa dell’iniziativa, al provvedimento sulla cosiddetta prescrizione breve. “Non vedo la possibilità di un decreto a costo zero. Avrà degli oneri e bisogna trovare le coperture”, ha detto Franco Frattini. Ed è su questo punto – non proprio un dettaglio – che Tremonti dissente.

Al Cavaliere ognuno offre il proprio punto di vista, indica una soluzione, una via d’uscita; ognuno coltivando, però, il proprio orizzonte. Così Claudio Scajola, forte della centralità riacquisita in tempi difficili per la maggioranza, nel momento in cui anche il controllo di una decina di parlamentari rende generale un caporale semplice, ha prospettato al premier l’ipotesi della staffetta con Gianni Letta alla presidenza del Consiglio. Berlusconi non ha respinto l’idea (non lo fa mai con nessuno, nemmeno con i questuanti indefessi), ma in realtà non ci pensa affatto. Il premier vuole ottenere entro novembre la prescrizione del processo Mills da lui considerata il passaporto per il 2013 o in subordine per le elezioni anticipate (di cui, tuttavia, è vietato parlare). Una eventuale condanna in primo grado nel processo Mills non sarebbe esecutiva, non vedrebbe un appello (perché la prescrizione scatta comunque a gennaio) ma spalancherebbe le porte del Quirinale: difficile che Giorgio Napolitano non convochi a quel punto il premier. Scenario atomico per il Cavaliere, a quel punto stretto tra il pericolo di un ribaltone (complici i settori malmostosi del Pdl) e la necessità di un complicato passaggio di scettro a un fedelissimo a scelta tra Gianni Letta, Angelino Alfano e Renato Schifani. E’ condizione imprescindibile, perché al premier rimanga capacità di manovra, evitare la condanna. Ma gli ultimi provvedimenti sui quali il governo si è impegnato non sono arrivati (non ancora) al traguardo: le intercettazioni, il condono e la nomina del governatore della Banca d’Italia.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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