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Bolla su bolla, c’è più Keynes all’origine della crisi che nella sua soluzione

Di fronte alla crisi, alcuni commentatori sembrano appassionarsi all’ipotesi che stia crollando il sistema di libero mercato dando spazio a un richiesto, ma non precisato, maggior peso dello stato. Alcuni aggiungono se sia auspicabile tornare indietro dalla cosiddetta globalizzazione. La confusione molto spesso non è solo di linguaggio e non si capisce bene di cosa si parli. Si invoca, almeno da parte dei più colti, più Keynes e meno Friedman. Naturalmente anche questa contrapposizione non c’entra nulla. La crisi del sistema bancario americano mostra la debolezza del suo sistema regolatorio, ma trova fondamento in una politica monetaria, cioè in un intervento pubblico e non nel mercato, tesa a sostenere in ogni modo i consumi americani a un livello quasi pari alla produzione nazionale. Fin da prima dello scoppio della bolla dei titoli Internet si discuteva tra gli addetti come garantire il “soft landing”, cioè un atterraggio morbido dell’economia americana. In realtà nonostante i rallentamenti che si sono succeduti dopo lo scoppio di questa bolla, l’atterraggio non c’è mai stato, né morbido né duro. La distruzione di ricchezza finanziaria dopo la crisi dei titoli tecnologici fu compensata dal boom della ricchezza immobiliare ricercata con i bassi tassi di interesse. In ballo ci sono sempre stati i consumi delle famiglie sensibili alla ricchezza detenuta. Non vediamo Friedman ma semmai Keynes. Questo non significa che oggi l’analisi di Keynes non sia utile per non ripetere gli errori che portarono alla crisi del ’29.

Ma paradossalmente è una cattiva interpretazione di Keynes che ci ha portato alla crisi attuale. Va anche detto che l’errore non è consistito solo nella creazione di un eccesso di liquidità. Questa politica ha finito per consolidare la convinzione che le scommesse dei risparmiatori e delle banche che li finanziavano sarebbero state sempre garantite da un possibile esito negativo, per evitare crisi di solvibilità ed effetti macroeconomici non desiderati. La politica macroeconomica ha avuto un effetto micro che gli economisti chiamano “azzardo morale”, cioè aumento della propensione al rischio. L’incertezza attuale ruota intorno a questo dilemma: l’intervento pubblico è necessario data l’ampiezza della crisi che potrebbe divenire di sistema, ma è necessario far pagare un prezzo agli scommettitori per riportare la disciplina di mercato. Perché sarà pure necessario migliorare le regole, e questo è compito per definizione pubblico, ma quel che funziona è soprattutto la disciplina del mercato che si basa sulla possibilità del fallimento. Vi è l’alternativa della maggior presenza diretta dello stato sui mercati? Le nazionalizzazioni a scopo di salvataggio segnano una svolta strutturale verso una nuova era di capitalismo di stato? Non credo, anche perché non si risolverebbe il problema.

Per venire all’Italia, la vicenda Alitalia o le vicende delle antiche banche di pubblico interesse, non forniscono forse esempi di comportamenti che avevano dietro la percezione dell’impossibilità di fallire? Questa voglia di politiche keynesiane, che possono essere utili se usate con parsimonia per stabilizzare il ciclo, è stata collegata alla buona accoglienza in sede Ue della proposta del ministro Tremonti sulla costituzione di un Fondo europeo per finanziare investimenti pubblici. Non conosciamo le motivazioni del ministro, ma anche in questo caso è necessario distinguere tra effetti di breve periodo della spesa pubblica come sostegno alla domanda ed effetti di lungo periodo dovuti all’aumento della produttività del sistema conseguente all’adeguamento delle infrastrutture. Keynes c’entra poco e non vediamo in questa proposta nessuna controindicazione per dei liberisti convinti. Infine, l’attacco alla globalizzazione. Anch’esso non ha nulla a che fare con la polemica sulla contrapposizione mercato contro stato. Alla globalizzazione si contrappone il protezionismo non il maggior intervento pubblico. Sarebbe bene ricordare che l’economia americana non è solo finanza. Vi è un’economia reale che ha visto crescere ininterrottamente la produttività nel mondo, fondamento non finanziario della crescita del benessere della gente, almeno di quello economico.

di Giovanni Tria

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