New York. Quando il professore di giornalismo Jeff Jarvis è stato operato per un cancro alla prostata ha deciso non già di ritirarsi nel silenzio della convalescenza ma di fare l’esatto contrario: scriverne pubblicamente. Sul suo blog postava regolarmente i bollettini medici e tutti i dettagli circa sensazioni, terapie, paure, dolori, incontri ospedalieri. Se per Jarvis si trattava di una specie di percorso ascetico da svolgere per via pubblica – uno dei suoi motti preferiti è: “Il blog è meglio dello strizzacervelli” – per gli utenti era l’occasione per dare vita a un ambito di comunicazione virtuale circa problemi reali.
Chi era passato, o stava passando, attraverso circostanze simili dava consigli utili, faceva domande o semplicemente si limitava a spezzare il cerchio della solitudine della malattia commentando il suo blog, evidentemente tentando di riempire con il mezzo tecnologico una rete di relazioni personali che non se la passava benissimo. E’ allora che a Jarvis è venuta l’ispirazione per il suo “Public Parts”, racconto-manifesto pubblicato martedì negli Stati Uniti in cui Jarvis porta alle estreme conseguenze l’episodio della convalescenza, teorizzando quello che secondo lui è un istituto mitologico che le persone educate dalla madre rete dovrebbero refutare: la privacy.
“La privacy non è forse sopravvalutata?”, è la domanda che apre il libro, ma per Jarvis il quesito ha i tratti dell’ossessione. La tesi, portata con una selva di registri in cui si passa dalla psicologia cognitiva alle battute da bordo piscina senza nemmeno accorgersene, è tutto sommato elementare: la privacy, la difesa di uno spazio intimo d’inviolabilità, è stata uccisa de facto dall’invadenza della rete; ma esaminando il cadavere l’autore scopre che quell’istinto che la modernità ha sentito l’esigenza di normare era in realtà il frutto di una falsa esigenza. Jarvis non armeggia con il debole sillogismo di Julian Assange – il governo è il male; il segreto è l’arma prediletta del governo, dunque aboliamo il segreto – ma arriva a un livello più profondo, quello in cui è lo stesso soggetto che si libera del bisogno della privacy.
L’esposizione pubblica permette di capire meglio se stessi, toglie problemi artificiali, genera comunità d’interesse. Jarvis sguazza nello stagno dell’ascesi da bookstore, non nell’attivismo militante. “Siamo nella prima fase della rivoluzione di Internet. Non abbiamo ancora visto nulla”, scrive Jarvis, il professore che passa metà della sua giornata a mettere su Twitter i fatti suoi e l’altra metà a convincere gli studenti della City University of New York a visitare saune unisex per capire che “fra nudisti nessuno è nudo”. Jarvis è diventato famoso per il bestseller “What would Google do?”, ma quella era una ricognizione manageriale del modello che ha cambiato il mondo; “Public Parts” è il precipitato psicologico dell’ideologia sottostante, quella che in nome di una strana legge evoluzionista della rete butta nel cestino (pubblico) il senso della comunità reale, il pudore e l’unicità personale. Un po’ come se l’uomo fosse fatto per la rete, e non viceversa.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
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