IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
accesso abbonati
ArchivioLa giornata

Che fai, li cacci?

Perché Bersani s’è infilato in quel radicale pasticcio

Bindi vuole l’epurazione dei pannelliani, Franceschini esita, tocca al segretario

Lunedì toccherà a Pier Luigi Bersani, che forse di altro preferirebbe occuparsi, decidere cosa fare di Marco Pannella e dei suoi Radicali. “Franceschini gli ha fatto un bel regalino”, dice Pannella sornione, e non si capisce se il vecchio leader immagina Bersani in imbarazzo nel maneggiare la parola “epurazione”, e dunque l’universo semantico della peggiore tradizione comunista, o se invece Pannella si raffigura un Bersani, al contrario, compunto e felice di chiudere l’equivoco veltroniano dell’alleanza con i Radicali per potersi finalmente concedere in allegria ad Antonio Di Pietro, a Nichi Vendola, e all’Ulivo rispolverato. Lontano, ma dolce miraggio, Pier Ferdinando Casini.

Il processino bulgaro chiesto e ottenuto da Rosy Bindi (“e adesso basta, cacciamoli”) ieri si è concluso con un nulla di fatto e un increscioso interrogatorio subìto da Maurizio Turco e Rita Bernardini colpevoli, assieme agli altri quattro deputati radicali, di avere disobbedito e abbandonato l’Aula di Montecitorio facendo risuonare il canto pannelliano di “amnistia amnistia”, rifiutandosi – così – di votare la sfiducia al ministro Saverio Romano. La piccola inquisizione aveva pronto un provvedimento di sospensione per i matti radicali, ma ha poi scoperto che quelli si erano già sospesi da soli più di un anno fa (“le sedie vuote sono sempre state le nostre”, dice Maurizio Turco). Non restava che l’espulsione. Beppe Fioroni l’avrebbe voluta, così come l’hanno chiesta anche quattro deputati tra cui Andrea Sarubbi; ma alla fine il gruppo del Pd non se l’è sentita. Forse, in fondo, Dario Franceschini, il mite Franceschini, che pure mercoledì molto si era arrabbiato “per la pannellata”, alla fine, ha anche tirato un sospiro di sollievo: comunque vada a finire questa storia, non sarà il gruppo parlamentare del Pd a passare come il santo uffizio delle epurazioni. Ci pensi Bersani, ci pensi il partito, se crede. Così da oggi fino a lunedì, salvo improvvisi gesti di resipiscenza politica, c’è da scommetterci, il Pd dovrà difendersi dal sospetto sollevato ieri da Mario Sechi sul Tempo: “E’ come se non fossero mai riusciti a scrollarsi di dosso le macerie del Muro di Berlino”. Mentre, al contrario, oggi al Pd tornerebbe utile un vecchio principio tipicamente pannelliano: “Ci sono troppe splendide cose che potremmo fare con il nemico per pensare di eliminarlo”.

Ride Massimo Bordin, che è la voce più riconosciuta e riconoscibile di Radio Radicale. Non ne fa una tragedia, pronuncia parole che sono tutte sfumature di un solo limpido concetto: “Grottesco”, “ridicolo” “masochistico”, singolare”. “I Radicali fanno i Radicali e quindi hanno trasformato in qualcosa di utile l’inutile sfiducia singola al ministro di un governo che la maggioranza ce l’ha”. Poi Bordin concede qualcosa al partito di Bersani, ma non senza ironia: “Anche il Pd fa il Pd, e quindi inclina a farsi del male da solo”. Perché la vicenda dei sei Radicali dissidenti esplode sul serio, ma dentro e intorno al partito democratico. E’ la resa plastica di un fallimento di cui cominciano a prendere atto i (pochi) vecchi saggi come Arturo Parisi: “Radicali o no, prima o poi poteva succedere”.

“Prima o poi doveva succedere”

Il guaio non sono i Radicali, ma la strategia della sfiducia che si trascina dal 12 dicembre scorso, tra mancate spallate e voti su Marco Milanese che hanno tragicamente finito col consolidare la pur periclitante maggioranza di governo. “L’esito di quel voto era scritto”, dice Maurizio Turco: “L’ennesima sfiducia che ogni volta si trasforma in una fiducia guadagnata dal centrodestra. Mi spiegate perché avremmo dovuto perdere l’occasione di condurre la nostra battaglia politica e di principio? A noi interessa ristabilire la legalità in questo paese, ci interessa l’amnistia”, dice il deputato radicale. L’occasione era di quelle che Pannella ha insegnato a non perdere: l’inutile voto di sfiducia era trasmesso con una utile diretta televisiva. Alla fine, per i Radicali, in fondo, il fotoromanzo della sfiducia si fa agro solo quando i giornali raccolgono la schiuma delle allusioni: la telefonata di Denis Verdini, l’insinuazione di uno scambio alla Scilipoti. Una macchinetta del fango che non rende giustizia al Pd. “Lo hanno fatto perché così Berlusconi salva Radio radicale”.

Leggi Elogio di una ridotta garantista

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

Sito certificato Audiweb

Web Design: Vai al sito di Area Web     Hosting: Vai al sito di Bluservice     Advertising: Vai al sito della divisione WebSystem del Sole 24 Ore

Se preferisci vedere questa pagina ottimizzata per iPhone clicca qui