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La diplomazia delle armi

Obama fornisce missili e droni per stabilizzare le relazioni mediorientali

Le aspirazioni statali della Palestina messe nero su bianco da Abu Mazen e inviate al Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno l’effetto di esaltare la debolezza diplomatica dell’Amministrazione Obama, stretta fra l’alleanza inossidabile con Israele e un medio oriente arabo che reclama appoggio nell’insurrezione popolare contro autocrati e dittatori. L’ambivalenza di un Obama che con una mano firma l’appoggio incondizionato alle ragioni della primavera araba e con l’altra assicura il veto onusiano per difendere Israele è bilanciata da una diplomazia parallela, sottile nei modi e muscolare nella sostanza, quella degli armamenti.

La Casa Bianca ha sbloccato la vendita a Israele di una partita di missili anti bunker – perfetti per distruggere le installazioni nucleari dell’Iran –, operazione a lungo rimandata dall’Amministrazione Bush; nel frattempo l’America sta perfezionando con la Turchia un passaggio di droni che serviranno al governo di Erdogan per contrastare gli attivisti del Pkk, strumento persuasivo con cui l’Amministrazione spera di ottenere quella riconciliazione turca con Israele e i paesi dell’area che non è riuscita a cavare da una settimana di dialoghi serrati a New York.

In nome della diplomazia militare l’America continua a passare equipaggiamenti all’alleato saudita e s’inoltra in un sentiero apparentemente inadeguato a quello che una volta era il presidente del soft power e delle mani tese. Dopo le batoste del multilateralismo ciarliero e inconcludente, ora Obama s’affida con decisione ai generali per gestire la diplomazia e agli armamenti per renderla efficace.

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