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Berlusconi condanna in contumacia Tremonti a una maggiore collegialità

Vertice della maggioranza, la regia economica passa a Palazzo Chigi. Pronte le norme sul processo Mills

Enrico Letta raggiunge il Transatlantico, si lamenta perché il sistema elettronico non ha conteggiato il suo voto, poi allarga le braccia: “A questo punto mi sembra chiaro che la crisi non può partire dal Parlamento”. La maggioranza regge, contro la Borsa, lo spread, la Confindustria. I peones del Pdl si danno delle pacche sulle spalle, Marco Milanese, a differenza di Alfonso Papa, non è stato consegnato al carcere. Ma i volti distesi si fanno duri quando ai deputati si chiede di Giulio Tremonti, l’ingrato, il freddo Tremonti che ha preferito partire per Washington nel giorno in cui Montecitorio decideva il destino del suo ex braccio destro. “E’ umanamente vergognoso”, dice Daniela Santanchè. Così la tremonteide si arricchisce di un nuovo capitolo anche perché di Tremonti (assente) si è parlato molto a casa del premier, poche ore dopo il voto alla Camera, tra dirigenti e ministri di Pdl e Lega. Di fronte al Cavaliere lo hanno condannato in contumacia alla collegialità: saranno Palazzo Chigi, cioè Gianni Letta, e i gruppi parlamentari – non il ministero dell’Economia – a guidare l’agenda sullo sviluppo che già il prossimo Consiglio dei ministri potrebbe varare.

A Milanese salvo, sorride anche Fabrizio Cicchitto,
il capogruppo del Pdl. Perché Berlusconi non ha esultato?, gli si chiede.  Silenzio e ancora un sorriso. Il Cavaliere viene beccato dal sito di Repubblica mentre commenta con Ignazio La Russa l’esito del voto: “Solo sette voti?”. Sette voti di scarto hanno separato il Milanese libero dal Milanese in manette (per la verità sei, perché il sistema elettronico non ha registrato il voto di Enrico Letta). E’ poco. Il premier si aspettava di meglio. Ma la maggioranza tiene; e poi a Berlusconi viene spiegata una cosa che in realtà il Cavaliere sa benissimo: troppo forte era la tentazione di vendicarsi con Tremonti per tre anni di scortesie altezzose.

L’assenza di Tremonti ieri è stata la presenza più avvertita, prima a Montecitorio e poi anche a Palazzo Grazioli, intorno al tavolo in cui si sono seduti i ministri e i capigruppo della maggioranza. E’ stato un vertice economico con un ampio capitolo sulla giustizia (e sulla riforma elettorale). Il Cavaliere è da alcuni giorni incline a fare buon viso al suo ministro dell’Economia, ancora molto protetto da Umberto Bossi e Roberto Calderoli. Ma ieri Berlusconi ha stabilito che le politiche per la crescita, e l’abbattimento del debito, saranno dirette dalla presidenza del Consiglio. Non è l’idea che il premier aveva dato a Maurizio Gasparri, Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello il giorno prima, nel corso di un incontro cupo e notturno, che i presenti definiscono “di incomprensibile impronta tremontiana”. Il voto su Milanese, e la sua natura in parte antitremontiana (lo scarto di soli sei voti) ha contribuito a rafforzare le argomentazioni di quanti, tra cui Pasquale Viespoli, hanno spiegato al Cavaliere che se “tira troppo dalla parte di Tremonti rischia di perdersi pezzi del Pdl”. Proprio com’è accaduto questa estate, con la rivolta dei parlamentari contro una manovra che Tremonti aveva compilato da solo negli uffici del ministero.

La maggiore preoccupazione del Cavaliere
è tenere in piedi il governo (“completeremo la legislatura”) e per questo non intende assecondare nemmeno i suoi stessi umori (neri) nei confronti di Tremonti: togliere un solo mattone potrebbe fare crollare la casa. Eppure, questo ragionamento, valido per Tremonti, è anche valido nei confronti dei Guido Crosetto, dei Claudio Scajola, dei Gianni Alemanno, degli Antonio Martino: cioè degli antitremontiani. Deve stare in equilibrio, Berlusconi. E dunque Tremonti resta dov’è, malgrado tutto, alla guida del Tesoro; ma alla fronda va anche data l’idea che il superministro da oggi è un po’ meno super e un po’ meno decisionista. Collegialità. (O Renato Brunetta al suo posto?).

Solo le parole “intercettazioni” e “Mills” in queste ore hanno la forza di distogliere il Cav. dai problemi con Tremonti e con i mercati. E infatti, ieri, a Palazzo Grazioli si è parlato molto di giustizia. A brigante, brigante e mezzo: il Parlamento andrà speditissimo sul cosiddetto processo lungo. Se il tribunale di Milano ha tagliato i testimoni della difesa sul caso Mills rendendo possibile una sentenza di condanna entro novembre, il Cavaliere intende allungare per legge i tempi del dibattimento e raggiungere così – come sarebbe altrimenti comunque accaduto – la prescrizione a gennaio. Altra novità rilevante: il Pdl è favorevole a una riforma elettorale alla spagnola, con indicazione del premier e preferenze. Se ne occupa Denis Verdini.

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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