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La dottrina Petraeus applicata alla Guantanamo dell’Iraq

Per la prima volta un giornalista entra a Camp Cropper, che è come un centro di disintossicazione da Al Qaida

Baghdad. Camp Cropper è il carcere di massima sicurezza in Iraq. E’ stato costruito dagli americani all’interno del complesso gigantesco che confina con l’aeroporto internazionale di Baghdad, per levare di mezzo e isolare dal campo di battaglia gli avversari più pericolosi. La leadership di al Qaida in Iraq di regola non si fa catturare viva, come è successo con Abu Mussab al Zarqawi, Abu Osama al Tunisi e Abu Omar al Kurdi, ma quando succede finisce qui dentro, chiusa in questa replica di Guantanamo. Poche differenze. A cinquecento metri dal perimetro di guardia non ci sono le acque del mare cubano, ma le prime rotatorie della periferia della capitale irachena – dove gli irriducibili circolano ancora, mimetizzati nel resto della popolazione – e fino a sei mesi fa colpi di mortaio sporadici piovevano sul campo. Un dirigibile ancorato al suolo staziona a qualche centinaio di metri d’altezza, fuori della gittata di armi automatiche e razzi. Nella pancia ha abbastanza telecamere per sorvegliare gli spostamenti e ogni pochi secondi lampeggia per avvertire il via vai di elicotteri della sua presenza lattiginosa.

Prima di superare il cancello di Camp Cropper bisogna indossare occhiali di plastica per evitare che i detenuti gettino urina e altro negli occhi. Dentro la struttura è fatta di normali compound abitativi, come ce ne sono migliaia nelle basi dell’esercito americano in Iraq, calati però dentro a un alveare verticale di reticolo metallico. Rete fatta con tondino d’acciaio da almeno due millimetri che permette di osservare tutto, ma blocca gli spostamenti. Sopra le teste dei detenuti passano i camminamenti e le garitte delle guardie. Al livello del suolo, ogni zona è separata da corridoi di passaggio, anche quelli chiusi da griglie metalliche. Sulla destra c’è l’area degli irriducibili, i detenuti più ideologizzati che applicano il takfiriat: “Chi non la pensa come noi merita di morire”. E’ nascosta da un telo verde per tutta l’altezza della barriera divisoria per evitare che quelli vedano e influenzino il resto dei prigionieri. Poi altre tre aree, una per i detenuti meno fanatici, separati  per grado di buona condotta, una per i detenuti minorenni e una per i detenuti non iracheni. Quest’ultimo gruppo di prigionieri è il più piccolo, sono circa duecentocinquanta, in maggior parte egiziani, poi siriani, sauditi e altre nazionalità minori. Libia, Sudan, Giordania. In realtà il numero ridotto dei detenuti stranieri non rispecchia con precisione la forza, la composizione e la gerarchia di al Qaida. Gli stranieri sono i più ideologizzati – più del 90 per cento di tutti gli attacchi suicidi in Iraq è compiuto da loro – e occupano tutti i posti di comando. Il leader ancora in libertà è Abu Ayyub al Masri, “l’egiziano”.

I cancelli della base si aprono e chiudono di continuo. Una fila, con la tuta gialla addosso, aspetta accovacciata di essere portata a indossare gli abiti civili per uscire. Un’altra, ogni uomo bendato e con la mano stretta alla maglia dell’uomo dietro, arriva dall’entrata. Nel 2007, quando è cominciato il piano di sicurezza a Baghdad con l’arrivo di altri soldati americani ed è montata anche la rivolta dei sunniti contro al Qaida, il numero dei detenuti a Cropper e nel campo gemello più grande di Camp Bucca, vicino a Bassora, è salito fino a 26 mila. Oggi la tendenza si è invertita bruscamente, in parallelo con il diminuire del livello di violenza. Negli ultimi due mesi di nuovo Iraq sono più i detenuti in uscita che quelli in entrata. A gennaio sono stati liberati più di 700 detenuti e il numero a Cropper, rispetto all’estate scorsa, è passato da 8.900 a 4.000.

I nuovi arrivi passano per un corridoio stretto, in fila, sono spogliati, i soldati scattano cinque foto, prendono le impronte digitali e l’immagine scannerizzata della retina e prendono nota di tutti i possibili segni di riconoscimento fisici, tatuaggi, cicatrici, malformazioni. Su una parete c’è un manifesto che spiega le regole di base del campo: non urinare in giro, non sputare, come comportarsi con i compagni, e una fila di interpreti ripete tutto. Il 60 per cento di loro è analfabeta, e questo spiega perché credono ciecamente nell’interpretazione del Corano che viene data loro dai maestri di al Qaida e dalla propaganda antioccidentale. Non hanno altre fonti di informazione. Ai detenuti è consegnata una tuta giallo canarino. Poi sono fatti passare in un ambulatorio, per scoprire chi ha problemi medici, separarlo dagli altri e curarlo. Scabbia, tubercolosi, malattie infettive. Per loro c’è una sezione speciale di quarantena. “Hanno l’assistenza medica migliore di tutto il paese – dice un traduttore – Una volta avevo bisogno di un farmaco speciale io e non me l’hanno dato: ‘Non sei mica un detenuto’”. Poi è consegnato loro il kit da campo: asciugamani, biancheria, rotolo da preghiera e Corano. Se si chiede di poter vedere una copia del Corano consegnato ai detenuti, gli americani fanno arrivare un iracheno. Si rifiutano di toccarlo, perché il Corano può essere dato ai detenuti solo da “mani islamiche”. “Sbagliano – dice un altro interprete – stanno assecondando una regola mai esistita, la regola vera dice che il Corano non può essere toccato dalle mani di chi è impuro di cuore, non dalle mani di un non islamico. Sono diventati ipersensibili”.

Camp Cropper non è un carcere. Non c’è un giudice che ti manda dentro, una pena, non c’è soprattutto una misura punitiva come corrispettivo della violazione di una legge. C’è ovviamente una procedura. I detenuti non possono restare più di 40 giorni presso l’unità che li ha arrestati ed entro 90 giorni dalla cattura un comitato misto iracheno e americano decide sulla loro pericolosità. Contro tutti i detenuti si potrebbe raccogliere un fascicolo di accuse canoniche, terrorismo, omicidi, violenze, stragi. Ma Camp Cropper, e questo è il senso più generale di che cosa è diventata la guerra degli americani in Iraq, è piuttosto un centro di riabilitazione. Una clinica di disintossicazione da al Qaida e dall’estremismo guerrigliero. Gli americani stanno tentando in piccolo, con i singoli detenuti, di correggere la furiosa deriva ideologica che il più delle volte è stata iniettata da fuori, da lontano, nei cuori degli analfabeti iracheni per trasformarli in carne da macello da consumare nella guerra antioccidentale. L’obiettivo originale dei centri di detenzione americani era quello di levare dal campo di battaglia i nemici più pericolosi, responsabili degli attentati e capaci di indottrinare gli altri. Ma è stato sostituito da quest’altro, più ambizioso. Si vuole convincere il nemico che combatte da posizioni sbagliate. Non soltanto ti abbiamo catturato, ma ti vogliamo anche convincere che hai torto. Che il tuo odio digrignante, che per ogni americano ha ucciso almeno trenta civili iracheni innocenti, è infondato.

Ogni giorno imam, guide religiose, operatori sociali e insegnanti intavolano discorsi e ragionamenti e prediche con i detenuti. Il loro obbiettivo e il loro mestiere è smontare passo dopo passo la mitologia jihadista, svelarne i trucchi, le contraddizioni irrisolvibili, la fame di sangue. I soldati americani non sono tutti cristiani ed ebrei, come credono i soldati semplici di al Qaida. Non è nemmeno vero che l’America sta combattendo per estirpare l’islam dal mondo e che vuole fare la guerra ai paesi islamici. Anzi, all’America non importa nulla se uno crede in Allah o in qualche altro dio o anche se non crede. Certo, in America c’è completa libertà religiosa, si possono costruire moschee (per i prigionieri è difficile da mandare giù). L’Iraq, paese musulmano, ha aggredito il Kuwait, altro paese musulmano, e chi è intervenuto in sua difesa? Un collaboratore culturale misto iracheno-texano, Max Ali, dice al Foglio che le reazioni sono diverse. C’è un nucleo di duri a cui piace considerarsi refrattari a qualsiasi approccio. “Li vedi i video che abbiamo su Internet? Vedi come ammazziamo la gente? Faremo la stessa cosa prima con te e poi con tutta la tua famiglia. Vi sgozziamo. E se non lo faremo noi ci penseranno quelli fuori”. Ci sono quelli che cambiano idea. Un detenuto minorenne, davanti ai suoi assistenti, ha detto che la prima cosa che avrebbe fatto una volta riguadagnata la libertà sarebbe stata accoltellare sua madre. “Perché quando prega non lo fa nel modo corretto, come ci è prescritto dalle leggi musulmane. E se prega male offende Dio, e quindi merita la morte”. Con alcuni di loro ci vuole tempo, dice Ali, è gente che a Fallujah ha costretto l’intera città a non bere più acqua ghiacciata, “perché non c’era ai tempi del Profeta”. Ma si ottengono risultati: un anno dopo lo stesso detenuto ha confessato: “Che fortuna che non mi avete lasciato andare, avrei fatto una cosa orribile”. In seguito è stato scarcerato.

Non ci sono soltanto i fanatici sunniti, ci sono anche gli sciiti dell’esercito del Mahdi, che credono che Moqtada al Sadr debba guidare per diritto divino tutta la nazione islamica. Tutti i prigionieri sono separati secondo il loro grado di fanatismo, per evitare che i più duri influenzino gli altri, ma la convivenza è tesa. “Facciamo finta di pregare, perché gli altri ci obbligano e molte volte con loro siamo costretti a non dire quello che pensiamo o a nascondere il nostro passato”, dicono i prigionieri ai loro consulenti. Molti nascondono di appartenere alle Brigate Badr, il corpo sciita rivale delle squadre di Sadr. Come fa il campo a classificare e a separare i suoi detenuti per la loro gradazione ideologica? C’è una procedura standard, risponde il colonnello dei marine  Mike Callaghan, c’è un formulario che permette di capire che cosa pensa un prigioniero. Callaghan è un metro e settanta, senza una piega, non si siede mai, non muove le mani quando parla. E’ un ingranaggio di mezzo della macchina organizzativa americana. Dateci buone procedure dall’alto e noi vi dimostreremo che sappiamo applicarle al millimetro. Li interrogate? “No, qua non si interroga nessuno. In generale, qua in Iraq il mestiere di chi deve interrogare e di chi deve sorvegliare è separato”.

Separazione delle carriere. “In modo che non si possano commettere abusi per strappare informazioni”. Ma qua non se ne occupano. “Facciamo un’intervista per sapere chi abbiamo davanti. Potrebbero anche fare scena muta,  ma non lo fanno”. E se un carcerato insiste che vuole ammazzarvi, che cosa fate, lo spedite dritto nel braccio degli irriducibili? No, cominciamo con lui un programma di discussioni, di almeno sei settimane, per ingaggiarlo sul piano delle sue credenze e delle sue motivazioni. “Tutti quelli che sono qua volevano ammazzarci, per una ragione o per l’altra, ma detention is a battlefield”. La detenzione è un campo di battaglia. “Ogni detenuto appartiene a una rete sociale di 100, 150 persone. Se riusciamo a far cambiare idea a lui e se lo trattiamo con correttezza, lui influenzerà tutte quelle persone. Moltiplicato per 25 mila persone fa due milioni e mezzo di iracheni, calati nei contesti più a rischio, che avranno qualche motivo in più per ricredersi. E’ la counterinsurgency del comandante Petraeus applicata alle prigioni. “Abbiamo imparato da Abu Ghraib, il peggiore errore di questa guerra”. La violenza nel carcere, grazie al programma di udienze e dialogo, è scesa del 90 per cento.

Da Camp Cropper si esce dopo il parere di una commissione di tre membri che si riunisce tutti i giorni, ogni detenuto ha un’udienza almeno una volta ogni sei mesi. Il comitato valuta pericolosità e carica di cattiva ideologia del detenuto. Quindi in teoria se Zarqawi fosse qui e cambiasse idea in modo convincente, non ci sarebbe alcuna ragione per tenerlo in questo campo? Il capitano e avvocato della marina Hamel annuisce. “Esatto. Noi non facciamo soffrire una pena, non eseguiamo una sentenza. Ci occupiamo di ridurre il livello di minaccia contro di noi e contro gli iracheni”. Se il parere è a favore, entro tre settimane i detenuti lasciano il campo, a bordo di quello che loro chiamano l’Happy Bus, il bus della felicità, dopo aver firmato un impegno a non riprendere le armi. Dal luglio del 2007 sono stati liberati 6.000 detenuti, ma ci sono stati soltanto cinque casi di ritorno a Camp Cropper.

Ogni giorno un bus parte da Camp Cropper e va poco lontano, in un’altra struttura superprotetta, Dar al Hikma: la Casa del Sapere, come il centro di Baghdad dove nel medioevo i sapienti erano impegnati nella colossale opera di traduzione di tutti i libri dell’umanità in lingua araba per tramandarli ai posteri. La Casa fu distrutta durante l’invasione mongola, “e il Tigri divenne nero per l’inchiostro dei libri”. A Dar al Hikma i prigionieri minorenni di Camp Cropper, da dieci a diciasette anni d’età, frequentano la scuola. Diciotto classi, trenta alunni per classe. Arabo, scienze, matematica, geografia, inglese, educazione civica, pittura e musica. La scuola è stata aperta lo scorso agosto, quando i combattimenti erano ancora nel mezzo, e tra i catturati c’erano molti giovanissimi. Il generale Douglas Stone, un collaboratore stretto di Petraeus che crede nella possibilità di riabilitazione dei bambini di al Qaida, parla arabo e studia il Corano, fermò nei corridoi del comando il colonnello Callaghan: “Abbiamo bisogno di un centro di riabilitazione soltanto per i minorenni, e ne abbiamo bisogno in due settimane”. Fu allestito in tredici giorni.

Sulla porta c’è il responsabile, il capitano Robert Warden, un militare enorme, che in America faceva l’insegnante di scuola media, nello Utah. “Nessun problema di violenza, sono come i ragazzi di tutte le scuole del mondo, del resto nessuno è forzato a venire qui”. Anche la preside, Dayle Clarke, è come in tutte le altre scuole del mondo: minuta, libri in mano e occhi inquisitori. Fa il giro delle classi. Anche se alcuni detenuti-studenti sono stati presi perché hanno sparato ai soldati o perché hanno piazzato bombe, e alcuni di loro hanno già un figlio a 14 anni, potrebbe essere una scuola italiana. In una classe insegnano matematica. Quello chiamato alla lavagna, alla presenza di estranei, s’imbarazza. In prima fila un compagno di scuola, cieco “ma dotatissimo”, alza invano la mano per rispondere. In un’altra classe stanno imparando l’inno iracheno. Quando il maestro, che per un lavoro così rischia la vita come “collaborazionista”, allarga le braccia e intona l’attacco con una nota lunga, la classe lo segue. Fuori, il capitano Warden mostra il campo da calcio in terra. La settimana scorsa è arrivata in visita la nazionale irachena, fresca di Coppa d’Asia, a portare regali. L’idolo è Nashat Akram. E poi, chi altro consola le ex reclute di al Qaida? In un paese dove ai posti di blocco basta gridare “Totti!” per ottenere sventolii festosi di kalashnikov, si va sul sicuro: “Totti, Del Piero, l’Inter e la Giuventus”.

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