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I turbolenti del Pdl

Ecco quelli che il Cav. dovrebbe farsi da parte alla fine della legislatura

Alfano designato, Formigoni sfidante, Alemanno insofferente, Tremonti ci spera ancora. Ambizioni e debolezze

“Primarie a ottobre e dimissioni degli attuali vertici del Pdl. Berlusconi? Ha lasciato intendere che nel 2013 non si ricandiderà più”. A parlare è Roberto Formigoni e non in un’intervista forse rubata (e parzialmente smentita) a Repubblica, bensì in un colloquio con Luigi Amicone su Tempi, il settimanale più letto da Comunione e liberazione. Come altri, il governatore ciellino della Lombardia pensa che tra Pdl e Pd il primo partito che mostrerà il coraggio di rinnovare la leadership sarà anche quello destinato a vincere le elezioni. E’ l’idea che dall’esterno del Pdl coltiva Roberto Maroni, ma è quanto pensano (senza confessarlo nemmeno a se stessi) anche tutti gli altri dirigenti del partito berlusconiano: dal fedelissimo segretario Angelino Alfano agli irrequieti Gianni Alemanno e Claudio Scajola passando per Raffaele Fitto, Mariastella Gelmini, e i membri della guardia: Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri… Insomma tutti, chissà forse persino Sandro Bondi, pensano quello che soltanto Formigoni – da mesi in campagna elettorale interna – ha detto: “Berlusconi è il leader del Pdl e il solo pensiero di sue dimissioni in questa legislatura è fuori di ogni razionalità”, ma il 2013 è un’altra storia.

Il Cavaliere a volte si diverte ad accennare al proprio ritiro, gli piace parlarne (un po’ meno sentirne parlare). L’ultima volta lo ha fatto con Repubblica l’8 luglio scorso: “Nel 2013 sarà Angelino Alfano il candidato premier”. Un’intervista che, al di là della formale rettifica, nel particolare e delicato contesto delle inchieste giudiziarie (aggravatosi con la crisi economica) era sembrata assumere toni particolarmente veritativi. Chissà. Il Cav. dunque ha già designato Alfano, ma attorno al neo segretario del Pdl ci sono anche altri (noti) pretendenti. Gli stessi che, dopo le parole con le quali Berlusconi investiva il suo ex assistente della toga di successore, avevano precisato con una certa premura che “non ci saranno nomine dall’alto”. Erano le voci di Formigoni e di Alemanno che, assieme a Giulio Tremonti, rimangono ancora gli unici a coltivare (o ad aver coltivato fino a ieri) la massima ambizione di sostituirsi all’inventore di FI, all’unto del consenso. Tutti costoro, tuttavia, compreso Alfano, appaiono oggi come dei successori un po’ claudicanti. Si avvicinano con passo incerto alla meta.

Alemanno e Formigoni si assomigliano, si corteggiano (ieri il sindaco di Roma è stato ospite del governatore al Meeting di Rimini), condividono la stessa premura (allargare i rispettivi territori d’influenza), hanno gli stessi amici (in questa fase Scajola), ma sono in definitiva anche entrambi vittime della stessa debolezza. Formigoni dopo vent’anni non può più scegliere: deve mollare la Lombardia. Non è più ricandidabile. Come per Alemanno, macerato da questi anni passati in Campidoglio tanto da considerare Roma una posizione paludosa e una possibile prigione, quello della leadership nazionale è anche per Formigoni un azzardo quasi obbligato. Si accompagnano l’uno con l’altro sapendo di essere alleati, eppure anche rivali. Si fanno forza, pur mantenendo qualche riserva: il posto di capo è uno solo, e solo uno di loro potrà farsi interlocutore di Pier Ferdinando Casini e dell’Udc all’interno dello schema che entrambi perseguono: liberarsi di Umberto Bossi e della Lega. Sono tanto vicini da sommare i loro handicap. Su Formigoni pesa l’incognita dei voti al centro e al sud, il ricordo dello scandaluccio Oil for food (che riguardò un suo collaboratore, e che ogni tanto i leghisti antipatici riperticano), per non citare le malizie che lo vogliono in conflitto con un pezzo del suo popolo ciellino (che gli preferirebbe il più giovane Maurizio Lupi). Ma se Formigoni lascia un bacino di consensi consolidato, per Alemanno la situazione è persino più complicata: pessimi i sondaggi, deludente la stagione amministrativista. E la minaccia evanescente delle inchieste giudiziarie sulla sanità alla regione Lazio (mai partite ma sempre oggetto di chiacchiere) agita il suo gruppo dirigente, alleanze storiche e romane. Un sistema di potere, compresi i rapporti con gli ex camerati di An (gli rimane solo Altero Matteoli), meno solido che in passato.

Restano Alfano e Tremonti, Sondrio e Agrigento, così diversi per origine territoriale e carattere, ma anche così simili: entrambi non hanno una struttura attorno a sé né voti sulle loro sole persone; entrambi difettano di carisma. Il giovane segretario del Pdl si trascina dietro le stigmate del designato, dell’uomo di transizione. Ha un rapporto solido con Renato Schifani ed è affettuosamente legato al Cavaliere, ma nel Pdl dicono che la sua sia una condizione di “minorità confidenziale. Non a caso – dicono – si chiama ‘Angelino’”. Talvolta diffida di quanti nel partito gli si presentano come amici, ma poi sorridono di quella pernacchia con la quale Bossi pochi giorni fa lo ha voluto insolentire: “La mediazione di Alfano con la Lega? Prrrrr…”. Per Tremonti è un po’ la stessa cosa: oltre Bossi e Roberto Calderoli sembra non avere amici. “Ha un ruolo ambiguo e non positivo”, ha detto Sandro Bondi. Come potrà raccogliere attorno a sé il Pdl se, oltre alla fama di intrattabile, da qualche mese deve fare i conti anche con l’affaire Milanese?

di Salvatore Merlo   –   @SalvatoreMerlo

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