La campagna antidepilazione delle donne non è femminista ma regressista

Confusione sessuale e corpi super bio che appartengono alla preistoria

La campagna antidepilazione delle donne non è femminista ma regressista

Preferirei accarezzare un trans perfettamente depilato piuttosto che una donna barbuta. Mai dire mai, ovvio, essendo Eros un demone contro il quale gli esorcismi ben di rado funzionano, ma la donna la voglio liscia. E mi pare che le mie predilezioni personali coincidano con un’urgenza universale: rilanciare la santa differenza sessuale. La donna villosa è come l’uomo vellutato: motivo di confusione. Poi magari la prima è molto femmina e il secondo molto virile ma le apparenze contano, eccitano, e i caratteri sessuali secondari sono proprio quei dettagli che spingono alla ricerca dei caratteri sessuali primari. Siamo (stati) fatti così.

 

Arvida Bystrom, la modella e attivista svedese che ha fieramente mostrato il pelo del polpaccio nella pubblicità Adidas, e senza la quale non esisterebbe la presente riflessione tricologica, per volgere a suo favore le auspicate polemiche l’ha buttata in politica anzi in femminismo. Fare la vittima è stato il primo passo, molto breve perché sui social un pitecantropo che ti minaccia di stupro lo trovi sempre. A questo punto (dovrei virgolettare intere pagine di René Girard per dettagliare il meccanismo) si è sentita autorizzata a fare l’accusatrice, puntando il dito sulle persone contrarie all’esibizione del pelo in quanto piene di pregiudizi e di paure. Magari semplicemente hanno altri gusti ma i gusti personali non sono contemplati in queste avanguardistiche, militaristiche pubblicità-progresso alla Oliviero Toscani (qui solo nume ispiratore), che si chiamano giustamente “campagne” come le guerre di Napoleone, che mettono in marcia un esercito di consumatori verso il sol dell’avvenire. Un futuro, come sempre più spesso accade, regressista.

 

La giovane donna di Stoccolma dice di voler promuovere “il corpo delle donne così com’è” mentre il risultato minaccia di essere “il corpo delle donne così com’era”. La natura è sempre stata un po’ aiutata, trucco e parrucco non sono invenzioni della modernità, la depilazione la praticavano gli antichi Egizi. Per essere sicuri di trovare un corpo femminile del tutto indenne da abbellimenti, del tutto al naturale, bisogna risalire alle palafitte, alle caverne, e chissà. La campagna antidepilazione sa di ritorno alla preistoria. Dunque se fosse una cosa seria, e magari lo è, rischierebbe di essere pericolosa: non si evoca Neanderthal impunemente, insieme alla donna scimmia potrebbe riapparire anche l’uomo con la clava. Non so se Adidas e Arvida ci hanno pensato, credo di no, lei mi sembra una povera untorella, strumento in balia dello Zeitgeist. Che soffia fortissimo in direzione bio e il pelo è più ecosostenibile della ceretta, figuriamoci del laser e della luce pulsata. Non è una moda, dunque, è l’incombere di un durevole cambio di paradigma.

 

Come il cosiddetto vino naturale (altro fenomeno regressista in forte crescita) sa di aceto, e se bianco vira presto al marrone, e già da subito offre al naso esalazioni degne di un pollaio, la cosiddetta donna naturale non la prevedo né molto pulita né molto profumata. Il corpo delle donne così com’è (ma pure il corpo dell’uomo così com’è, il corpo di qualsiasi animale così com’è) è sporco e puzza. Per la millesima volta in un breve volgere di anni tocca tirare in ballo Rousseau: Arvida Bystrom è la buona selvaggia, pelo a parte anche attraente (è pur sempre una svedese di ventiquattro anni), che mira a redimerci dalla civiltà rendendoci più spontanei e più veri. Non vorrei in futuro dover rimpiangere i corpi artificiali di Photoshop, il fotoritocco che in Francia hanno appena regolamentato ovvero messo sotto tiro (in nome della pancetta e del baffetto Arvida avrà applaudito). Ancora una volta si sta passando da un estremo all’altro, l’aurea via di mezzo mai.

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