IL FOGLIO .it - Direttore Giuliano Ferrara
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Gli elettori francesi hanno ancora una settimana di tempo prima di decidere se consegnare l’Eliseo al socialista François Hollande o se confermare Nicolas Sarkozy. Nel frattempo, per questo fine settimana, dopo avervi spiegato perché per Foreign Policy la caduta di Sarkozy sarà un duro colpo all’Europa, vi facciamo conoscere l’astro nascente della diplomazia americana: Susan Rice. Infine, un aggiornamento sulle imminenti elezioni per il Sindaco di Londra.

Dopo di me, il diluvio da Foreign Policy
Nicolas Sarkozy aveva assicurato che dopo di lui non ci sarebbe stato il caos. Anche nell’ipotesi più tragica per la destra francese, vale a dire l’ingresso all’Eliseo del secondo presidente socialista nella storia della Quinta repubblica dopo François Mitterrand, il mito della grandeur continuerà. Non così convinto è James Poulos, che su Foreign Policy riprende la frase di Luigi XV, “dopo di me il diluvio”, per provare a descrivere cosa sarà l’Europa se Sarko dovesse perdere le elezioni. Pur con tutti i suoi difetti, con l’arroganza e la megalomania di cui si è reso protagonista durante il suo primo mandato, il presidente uscente è riuscito a tenere in pugno il timone di un continente esasperato dalla più grave crisi economica degli ultimi ottant’anni. Insieme ad Angela Merkel, Sarkozy ha imposto ai partner una politica fiscale rigorista e ha evitato che l’Unione si disintegrasse sotto la spinta del quasi fallimento greco. Con l’ottimo risultato di Marine Le Pen, inoltre, il rischio di spinte nazionalistiche sempre più forti è reale. Anche gli Stati Uniti dovrebbero temere, secondo Foreign Policy, un cambio di leadership a Parigi: Sarkozy è stato la miglior spalla possibile per Obama, e lo si è visto sia in Libia sia in politica monetaria, con il presidente francese spesso impegnato a mitigare le inflessibili posizioni tedesche. Hollande, con la sua volontà di rinegoziare gli ultimi accordi economici siglati a Bruxelles e con il proposito annunciato di ricalibrare la politica estera francese, non darà (almeno nell’immediato) le stesse garanzie date da Sarko. Infine, sostiene Poulos, il mondo senza le bizze della coppia Nicolas&Carla sarà di sicuro più noioso.

L’altra donna della politica estera dal New York Magazine
Hillary Clinton ha già detto e ripetuto che questo sarà il suo primo e unico mandato come segretario di stato americano. Se Barack Obama sarà rieletto, dovrà conseguentemente cercarsi un nuovo ministro degli esteri. In pole position c’è sempre John Kerry, l’ex candidato alla presidenza nel 2004 che aspira da tempo a entrare al dipartimento di stato. I bene informati, però, giurano che Obama abbia in mente un identikit ben preciso: quello di Susan Rice, attuale ambasciatore all’Onu. Giovane diplomatica, fu vice segretario di stato per gli affari africani durante il secondo mandato di Bill Clinton. Caparbia, tenace e combattiva, Rice ha avuto modo di mettersi in mostra al Palazzo di Vetro per le sue qualità e la sua grande competenza sui dossier internazionali. Ha difeso fino alla fine le sanzioni economiche all’Iran, ha convinto (così si dice) Obama a intervenire in Libia. E’ stata lei, inoltre, a evitare il riconoscimento dello stato palestinese all’Assemblea Generale dell’Onu con un capolavoro riconosciuto anche da diplomatici non propriamente amici. Susan Rice è oggi la donna incaricata dal suo presidente di studiare come affrontare in sede internazionale la crisi siriana. Si è permessa anche di correggere Hillary Clinton a proposito delle misure da adottare nei confronti di Assad: quando tutti parlavano di corridoi umanitari e di zone cuscinetto, lei ha preso la parola e ha detto che “per fare i corridoi umanitari sono necessari i soldati, è bene capirlo subito”.

Livingstone è un candidato debole, ma questo è ancora il momento del Labour da New Statesman
Il 3 maggio gran parte della Gran Bretagna andrà alle urne per rinnovare i consigli municipali. I sondaggi sono tutti unanimi e dicono che vincerà il Labour di Ed Miliband con un’unica, grande eccezione: Londra. Nella capitale infatti, dove si terrà il test più significativo di questa tornata, dovrebbe spuntarla l’uscente conservatore Boris Johnson. Ancora una volta gli elettori londinesi sembrano essere pronti a bocciare Ken Livingstone, storico sindaco rappresentante dell’ala più sinistra della formazione laburista. La campagna elettorale, come nota New Statesman, è stata triste e poco entusiasmante. Più che i progetti per Londra, i dibattiti sono stati monopolizzati dalla rivalità profonda tra i candidati. Il problema è che Livingstone, definito dalla rivista britannica “il politico di sinistra di maggior successo della sua generazione”, non affascina più: è un uomo fuori dal tempo, narcisista, polemico e rancoroso. Dovrebbe capire che non è più tempo di quelle guerre culturali di cui lui stesso fu protagonista tra gli anni Sessanta e Settanta e girare di più la città in bicicletta o in metropolitana, come il suo avversario. Capirebbe che il mondo è cambiato.

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