Il Tar ricorda che la geografia è una scienza (Di Maio e Grillo prendano appunti)

Al tempo degli svarioni grillini il tribunale restituisce dignità a una materia che, dicono i giudici, va insegnata da docenti specializzati. Una lezione per chi confonde Cile con Venezuela 

Il Tar ricorda che la geografia è una scienza (Di Maio e Grillo prendano appunti)

Una scena tratta dalla serie tv "The young Pope"

A scuola la geografia va insegnata da docenti di geografia. Potrebbe apparire un principio ovvio eppure evidentemente non lo è, se per stabilirlo c’è stato bisogno di un pronunciamento del Tar del Lazio e se, in linea ipotetica, il Miur potrebbe impugnarlo e ricorrere al Consiglio di Stato per conservare lo status quo. Al momento, infatti, stando a un decreto ministeriale del maggio 2016, negli istituti tecnici e professionali la geografia può essere insegnata anche da docenti di italiano o di scienze, ovvero “pur in assenza di requisiti e abilitazione”. C’è qualcosa di più di una vertenza sindacale nel ricorso avanzato dal comitato “SOS Geografia” – primo firmatario l’ex deputato progressista Riccardo Canesi, finalista all’ultimo Italian Teacher Prize – onde ottenere che il Tar bloccasse gli effetti del decreto ministeriale. È forse, auspicabilmente, segno di un’inversione di tendenza.
Anzitutto, per quel che concerne la didattica spiccia. A partire dalla riforma Gelmini la geografia è stata sacrificata tagliando il numero di ore settimanali d’insegnamento e finendo per essere ridotta, nei bienni dei licei, a terribile ircocervo: la geostoria, materia che non è storia e non è geografia ma che fa convivere l’Impero romano e l’Unione europea nelle stesse pagine di manuale, con autori ed editori alla disperata ricerca di collegamenti brillanti fra lo svolgersi del passato e la struttura del presente. Non è sorprendente che gli studenti non si affezionino né all’una né all’altra e, cosa ben più grave, non riescano ad acquisire un metodo di apprendimento specifico né per l’una né per l’altra. Devono aspettare il triennio per studiare la storia in sé, mentre per la geografia possono aspettare in eterno in quanto, nei successivi anni di scuola, non la incontreranno più.
Probabilmente la geografia viene ritenuta materia da scuola elementare, forse sulla scorta di incubi nozionistici simili al mesto esame di licenza nel film “Totò e i re di Roma”, in cui un Alberto Sordi giovin professore stronzo domandava: “Qual è il lago più grande d’Italia? Lo dice anche il nome!”. No, non è il lago Maggiore. Gli affluenti di sinistra del Po, il capoluogo di regione della Calabria, lo stato di cui è capitale Antananarivo e – per i più sofisticati – le minacciose mappe mute su cui collocare puntini alla spera in Dio devono avere operato una pressione psicologica nella memoria collettiva tale che la scrematura, se non l’abolizione, della geografia è stata salutata sulle prime con un certo sollievo da un mondo della scuola fin troppo propenso a gettare la zavorra dell’apprendimento mnemonico in favore delle competenze liquide, del coding, delle soft skills, della valorizzazione dello studente come persona: sarebbe a dire, come persona che non studia. Ne è derivata la retrocessione della geografia a materia di complemento che, per destare interesse, deve addossarsi alla storia, all’italiano, alle scienze: una materia parassitaria che si cerca di debellare.

 

È segno di un comune sentire. Senza voler fare bassa politica, non è un caso che un Di Maio confonda il Cile col Venezuela, che un Grillo non sappia che la capitale della Nigeria è cambiata da un quarto di secolo, che un Trump sostenga che il Belgio sia una città e resti convinto dell’esistenza, in Africa, del Nambia. O della Nambia. Non sarà il Tar del Lazio a renderci eruditi ma, se non altro, il pronunciamento denota un mutamento nelle velleità. Certifica che la geografia sta su da sé e le restituisce lo status di scienza anche nella sua versione basilare, insegnabile agli adolescenti; come tale, va praticata da specialisti. Con l’aria che tira, è una scelta controcorrente. La geografia è rimasta vittima anche della diffusione di Google Maps, ossia della convinzione che sia inutile conoscere la disposizione del mondo nel momento in cui è possibile ricostruirla istantaneamente con uno strumento che non solo ci dice dove diavolo sta Winnipeg, ma anche che ora sia e che tempo faccia nel momento preciso in cui ci documentiamo.

 

Questa concezione àncora la geografia a materia utile tutt’al più al Trivial Pursuit, sperando che le nuove versioni la includano ancora. Non considera invece la geografia come scienza dell’insediamento dell’uomo, ossia della lotta e del compromesso fra la nostra specie e la natura. Non riconoscerlo significa sradicarsi, pertanto ci conviene ripassare: il lago più esteso d’Italia è il lago di Garda, Antananarivo è la capitale del Madagascar, il capoluogo della Calabria è Catanzaro, gli affluenti di destra del Po non me li ricordo più.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    07 Novembre 2017 - 23:11

    Quante storie. Non appena al potere la Casaleggio emanerà le direttive per la nuova geografia. Cile e Venezuela uniti - così Di Maio non sbaglia aereo - come Russia e Ucraina. Grafiche a cura di Sputnik e Nuova Russia fornitori abituali.

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