Gli atenei e la trasformazione dell'Anac in garante della moralità

Le autorità giudiziarie e i confini spericolati della lotta alla corruzione spiegati da chi lavora nelle università

Gli atenei e la trasformazione dell'Anac in garante della moralità

Raffaele Cantone (foto LaPresse)

La magistratura in Italia rischia di assumere il ruolo di garante della moralità collettiva, pronta a sconfinare dai propri ambiti di competenza per disciplinare ogni aspetto della vita pubblica. A lanciare l’allarme, dalle pagine del Foglio, è stato il giudice emerito della Corte costituzionale Sabino Cassese. Il professore si è riferito in particolare all’irrefrenabile ascesa dell’Autorità nazionale anticorruzione presieduta dal magistrato Raffaele Cantone.

 

Anche il cittadino più disinteressato, in effetti, fatica a negare il protagonismo assunto dall’Autorità dal 2014, anno di nomina dell’ex sostituto procuratore della Dda di Napoli. Da allora, il presidente Anac si è infatti occupato di molti temi, tirato spesso per la giacchetta da politica e media: Expo, Giubileo, ricostruzione post terremoti, abusivismo, gestione rifiuti, centri di accoglienza per i migranti, ius soli, droghe leggere (“Il proibizionismo ha fallito”, sono state le parole di Cantone), lobby, nuove norme del codice antimafia e persino la scomunica di mafiosi e corrotti annunciata dal Vaticano. L’ultimo intervento del presidente dell’Anac è giunto, nel clima “emergenziale”, nei riguardi del mondo dell’università e della ricerca, in seguito alla vicenda della combine tra docenti di Diritto tributario per il rilascio delle abilitazioni all’insegnamento ai propri allievi. Il giorno dopo lo scoppio del caso, Cantone era sulla prima pagina di Repubblica a illustrare la sua ricetta per porre rimedio ai mali dell’università italiana (con tanto di annuncio in pompa magna: “Pronto uno specifico focus del Piano anticorruzione sull’università”) in qualità di presidente dell’Autorità anticorruzione, anche se nessun reato corruttivo era, ed è, ancora stato accertato dai giudici.

 

C’è dunque un istinto interventista che va al di là della lotta alla corruzione, e al di là anche della regolamentazione di storture accertate sul piano giudiziario. Un istinto che assume vesti moralizzatrici nel momento in cui si analizzano, come ha fatto Cassese, i contenuti del tanto sbandierato “Aggiornamento 2017 al Piano nazionale anticorruzione” predisposto dall’Anac per il settore universitario. Un testo in cui si fa riferimento (pag. 34) a una “necessaria istanza di vigilanza” del sistema universitario, e si propone (pag. 39) nientedimeno che una “cabina di regia politica”, alla quale siano riconosciuti “compiti di indirizzo strategico sull’attività di ricerca del sistema Paese definendo, ad esempio, le principali destinazioni delle risorse pubbliche di finanziamento della ricerca”. E’ evidente il paradosso di chi propone di porre rimedio al consociativismo accademico, spesso fondato su lottizzazioni politiche, con una “cabina di regia politica”. Ma al di là del merito, stupisce, come ha sottolineato Cassese, il modo con cui l’Anac anche in questo caso si spinga a dettare princìpi su tutte le fasi della procedura di ricerca, nonostante non ne abbia alcuna competenza (tantomeno quando l’inchiesta fiorentina, ancora tutta da accertare, non sembra riguardare la ricerca in senso stretto).

 

Ma anche i docenti e gli operatori universitari non sembrano affatto felici, per usare un eufemismo, di essere finiti nell’ultima morsa moralizzatrice dell’Anac. Tra questi, la professoressa Luisa Torchia (Università degli Studi di Roma Tre), tra i più illustri docenti di Diritto Amministrativo in Italia, che al Foglio dice: “Nel piano anticorruzione 2017 dell’Anac, l’università viene individuata come un ‘comparto’ al quale dovrebbero essere applicate misure draconiane e minute, una specie di codice militare di guerra che giunge fino alla proposta di ‘attuare accertamenti’ (chi ha scritto il piano probabilmente aveva un voto piuttosto basso in italiano) da parte di esperti (esperti di cosa? scelti da chi?) nel corso dello svolgimento delle lezioni. L’oggetto degli accertamenti non è chiarito, così come non è chiarito perché e come dovrebbe essere punita la ‘scarsa partecipazione agli organi collegiali di cui si è membri di diritto’, né come potrebbero mai applicarsi tutte le misure proposte in materia di conflitti di interesse e di incompatibilità, la moltiplicazione di codici etici e di condotta, di elenchi, albi, verifiche sui requisiti personali che porterebbero alla paralisi di tutte le attività didattiche e di ricerca”.

 

Insomma, aggiunge Torchia al Foglio, “che l’attività didattica e di ricerca si svolga non interessa affatto all’Anac, che giunge fino a proporre ‘indirizzi’ sulla ricerca, controlli di ogni tipo in ogni momento della ricerca, addirittura a partire dalla elaborazione dei progetti di ricerca: come se elemento essenziale della ricerca, garantito dalla Costituzione, non fosse la libertà”.

 

Siamo di fronte all’ennesimo sconfinamento – o “eccesso di potere”, come lo definisce Cassese – dell’Anac: “E’ un tipico esempio di come si possa estendere un potere anche se la norma non lo prevede – spiega Torchia al Foglio – L’Anac è titolare di moltissimi poteri di regolazione, vigilanza, controllo, sanzione che le sono stati attribuiti dalla legge. Ma il potere, si sa, non basta mai, e nessuno è più vorace di potere di un’autorità che non deve rispondere a nessuno di come lo esercita. Per estendere il suo potere anche a terreni che la legge non le attribuisce, l’Anac ha escogitato un espediente molto semplice: insegue le possibilità di corruzione. E poiché qualsiasi attività umana è sospettabile di ipotetica corruzione, non c’è attività umana che si possa sottrarre al censore anticorruzione, cioè l’Anac”. “L’università italiana ha molti difetti – prosegue Torchia – ma per correggerli occorre partire da un’analisi che individui i problemi reali e non li nasconda dietro la cortina fumogena della corruzione sempre in agguato. L’università, in tutto il mondo, è costituita come comunità scientifica libera e non come un’amministrazione burocratica. Se si vuole davvero migliorare l’assetto dell’università e della ricerca occorrerebbe, ad esempio, istituire un’Agenzia della ricerca che assegni i finanziamenti sulla base del merito e valuti i risultati in base a criteri scientifici. Sarebbe utile cancellare la miriade di norme incomprensibili prodotte negli ultimi anni ed eliminare l’inutile impalcatura messa su dall’Anvur. E, soprattutto, occorrerebbe restituire all’università la percentuale di finanziamento che ha perso negli ultimi dieci anni, così da poter dare ai giovani migliori la possibilità di restare. La nostra università forma ottimi laureati e ricercatori che poi vanno a cercare fortuna all’estero perché in Italia non ci sono opportunità. Di questo sarebbe utile forse cominciare a parlare”.

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