Se noi insegnanti la smettessimo di abdicare al nostro ruolo saremmo più credibili quando protestiamo

Su Facebook i miei colleghi, anziché investire il tempo a preparare le lezioni, sono insorti alle parole del giurista

Se noi insegnanti la smettessimo di abdicare al nostro ruolo saremmo più credibili quando protestiamo

Sono sempre andato a scuola a piedi senza pormi interrogativi sulle implicazioni etiche di questa mia abitudine, tanto più che è determinata dal volgare ma ineluttabile caso che io non abbia mai preso la patente né, di conseguenza, mai comprato un’automobile. Le cose sono cambiate quando mi è capitato di ascoltare le parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro; ospite della sede regionale della Rai per presentare un libro, Gratteri ha detto che gli studenti vedono passare “il ragazzetto con la macchina di grande cilindrata e lo considerano un mito, poi vedono l’insegnante con una utilitaria e lo considerano un morto di fame”. Io che nemmanco ho l’utilitaria, chissà come mi considerano (se perdonate l’anacoluto). Dopo le parole di Gratteri, sono tornato a casa piuttosto avvilito.

 

Su Facebook i miei colleghi, anziché investire il tempo a preparare le lezioni, sono insorti alle parole del giurista. La più rapida, un minuto netto dopo la pubblicazione della notizia, ha commentato con un generico “Ma fammi il piacere”, che va bene per tutte le stagioni. I più ponderati invece si sono equamente suddivisi fra quelli che concordano col magistrato nel ritenere che noi docenti siamo sottopagati, ma che accusano il magistrato stesso di far parte della casta responsabile dei nostri scarsi emolumenti (mah); e quelli che hanno ascritto a Gratteri medesimo la mentalità che intendeva stigmatizzare, rinfacciandogli di reputarci degli sfigati per il solo fatto che non abbiamo il macchinone (mah mah). Nessuno di loro ha pubblicato una foto del libretto di circolazione per comprovare la propria rabbia.

 

Non vorrei però che l’affermazione di Gratteri nasconda un sottotesto più complesso, e che magari finisca per ottenere l’effetto opposto a quello che magari si proponeva. Messa così, parrebbe proprio che l’auto di grossa cilindrata sia appannaggio esclusivo del delinquente, e che l’insegnante – in quanto svolge un lavoro utile alla società – trasformi la propria utilitaria nello stemma nobiliare della propria onestà. Di conseguenza, i ragazzi dovrebbero commiserare il ragazzetto con l’auto di lusso e porre al vertice dei propri miti me, che ho come unico mezzo di locomozione delle scarpe, per giunta piuttosto vecchie. Mai sia: significherebbe condannarci al pauperismo e a venire guardati con sospetto al minimo acquisto sopra le righe. Significherebbe anche comunicare ai nostri studenti l’idea erronea che la sola vita onesta è una vita di stenti, e che tutto ciò che la ricchezza può comprare sotto sotto puzzi di zolfo. Significherebbe anche, in effetti, dover sperare che la nostra paga non venga mai aumentata per timore di non venire fraintesi nelle nostre ottime intenzioni.

 

Secondo me i colleghi si sono lasciati fuorviare dal dettaglio automobilistico tralasciando il resto di ciò che Gratteri ha detto: “La mattina bisogna prima studiare, poi incontri e dibattiti sulla legalità si possono organizzare di pomeriggio”. Non credo sia un tentativo di indebita pressione della magistratura sulla fabbricazione dell’orario delle lezioni; mi sembra una esortazione a riportare la scuola al proprio compito centrale, che consiste nell’insegnare non l’etica ma i contenuti delle materie. Nel momento in cui le lezioni abdicano cedendo tempo ad attività volte a convincere gli alunni della necessità di essere buoni, automaticamente si mette in secondo piano il ruolo specifico di noi insegnanti: siamo in cattedra per le competenze che abbiamo acquisito, non per dare il generico consiglio di non delinquere. In tal caso, al posto nostro potrebbe esserci chiunque altro, e tanto vale allora non pagarci più di professionisti molto meno qualificati di noi. Quando invece si riconoscerà la precedenza delle nostre lezioni su qualsiasi evento pro-legalità, forti del successo del nostro lavoro potremo magari permetterci automobili più ammirevoli o, io, delle scarpe un po’ più costose.

 

Inviate le vostre esperienze da insegnanti a professoremisterioso@ilfoglio.it

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    16 Settembre 2017 - 12:12

    Ma oggi la scuola deve insegnare non più conoscenze, bensì "competenze"... Il risultato è che si fa di tutto tranne che studiare contenuti di spessore. Aggiungiamoci poi la solita insegnante militante che fa la maestrina per parlare di "attualità" piuttosto che insegnare il latino. Teniamo poi presente che la scuola è un enorme parcheggio, finalizzato ad aumentare le iscrizioni per non perdere cattedre, e abbiamo un quadro realistico dell'attualità. P.s.: sono un docente e non uso Facebook, Whatsapp e roba simile. Sono ancor più marziano di quello che non ha la macchina. Parliamone.

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  • nromeo46

    15 Settembre 2017 - 18:06

    Concordo pienamente. Gli insegnanti prima di tutto devono ritrovare la dignità del loro ruolo, a prescindere dal riconoscimento economico che viene loro attribuito. Purtroppo oltre quaranta anni di assalti continui alla funzione formativa e profondamente democratica della scuola hanno portato al disastro attuale, se è vero che soltanto una piccola minoranza dei nostri giovani è in grado di comprendere un testo appena complesso. A mio avviso non c'è nulla di più antidemocratico di una scuola pubblica che rinunci alla funzione di creare persone formate e capaci di una consapevole autodeterminazione.

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