Inizia la scuola. Che cosa va e non va in quella italiana. Parola ai presidi

Quattro domande a Donatella Preti, dirigente scolastica del liceo internazionale per l’impresa “Guido Carli” di Brescia, per capire la situazione dell'istruzione in Italia

Inizia la scuola. Che cosa va e non va in quella italiana. Parola ai presidi

Quattro domande alla prof. Donatella Preti, dirigente scolastica del liceo internazionale per l’impresa “Guido Carli”, Brescia

 

Cosa cambierebbe della riforma della buona scuola?

Il reclutamento dei docenti continua a conservare l’ottica meramente quantitativa del numero di posti: non percepisce i docenti come una risorsa professionale e non investe sul loro sviluppo professionale, che non può essere realizzato che all’interno delle istituzioni scolastiche; ignora totalmente il reclutamento e la formazione dei docenti di scuola paritaria, che è parte del sistema nazionale dell’istruzione. L’alternanza scuola-lavoro, esperienza già presente nella riforma della scuola, è stata inutilmente irrigidita nella durata e ingabbiata nelle procedure. Sarebbe stato meglio lasciarne la libera gestione alle scuole e curare invece, sul modello duale tedesco, che ci sia il lavoro, incentivando le aziende a metterlo a disposizione. Senza il lavoro l’alternanza si riduce nella migliore delle ipotesi a un semplice stage. L’autonomia delle istituzioni scolastiche, proclamata a parole, subisce nei fatti ulteriori riduzioni sui due aspetti chiave della gestione del personale e delle risorse finanziarie.

 

Cosa conserverebbe della riforma della buona scuola?

La proiezione triennale del piano dell’offerta formativa è stata una modifica opportuna del regolamento dell’autonomia. Condivido la necessità di introdurre in tutti i percorsi formativi delle scuole secondarie superiori l’insegnamento del diritto e dell’economia. Noi l’abbiamo anticipato nel piano di studio di tutti gli indirizzi del nostro innovativo Liceo internazionale per l’impresa. Approvo l’accelerazione sull’integrazione strutturale dell’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’attività scolastica, con il superamento dei perduranti sospetti nei loro confronti. Forse manca ancora la consapevolezza della necessità di radicali cambiamenti delle metodologie di insegnamento e apprendimento: occorre un investimento sulla formazione e sull’aggiornamento sul modello del progetto e-ducazione del 2011, dell’Ufficio scolastico regionale per la Lombardia.

 

Quale prerogativa dirigenziale vorrebbe avere, che invece, allo stato attuale, non ha?

Ora sono preside di un liceo paritario ma provengo dal ruolo dirigenziale statale. Risponderei con una semplice affermazione: i dirigenti scolastici vivono un rapporto inversamente proporzionale fra responsabilità e poteri; tutte le responsabilità, poteri scarsissimi. Per loro la stagione feconda dell’autonomia scolastica e della dirigenza (dal 1997) si è dissolta, con la progressiva sottrazione di autonomia delle scuole da parte delle burocrazie ministeriali e sindacali centrali. Un dirigente non può non controllare le leve del personale (ora eterogovernato) e delle risorse finanziarie (decise dal centro).

Se potesse dare un consiglio al ministro Fedeli, quale sarebbe?

Le suggerirei di ritornare allo spirito della legge Bassanini, ampliando l’autonomia delle istituzioni scolastiche, aggiornandone contestualmente la governance, oggi sbilanciata sulla componente docente. Sul tema della timida apertura alla durata quadriennale della scuola secondaria superiore, che è un punto di forza del nostro liceo innovativo, Le suggerirei di accogliere la proposta, avanzata in un recente convegno a Milano dall’ex direttore generale dell’USR Lombardia, prof. Giuseppe Colosio, di permettere alle scuole di intervenire, in contesti ben delineati e fermi restando gli obiettivi finali delle indicazioni nazionali, anche sulla durata degli studi. Il terzo suggerimento riguarda il riequilibrio, anche finanziario, della scuola paritaria con quella statale, come fattore di innovazione e di qualità.

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