Il disastro dell'università italiana ha origini nell'incapacità di fare riforme

Dall'addio al numero chiuso alla mancanza di competitività

Il disastro dell'università italiana ha origini nell'incapacità di fare riforme

Test medicina all'università Vita e Salute San Raffaele (foto LaPresse)

Non credo che sia inopportuno rilevare che la recente sentenza del Tar del Lazio contro il numero chiuso nei corsi di laurea umanistici dell’Università di Milano, è solo l’ultimo capitolo di una lunga e sciagurata politica delle nostre classi dirigenti verso l’Università italiana. Proviamo a richiamare le tappe essenziali di tale politica. Ne ricaveremo dei ragguagli utilissimi. Nel 1969, su proposta del parlamentare socialista Tristano Codignola, fu completamente liberalizzato l’accesso all’università: qualunque diplomato poté iscriversi a qualunque facoltà. Si innescò così un processo a catena, disastroso sia sotto il profilo quantitativo che sotto quello qualitativo. Tra il 1970 e il 1975 gli iscritti crebbero da 681.000 a 936.000, e raggiunsero il milione nel 1980-81. Le Università, con le strutture e le risorse di cui disponevano, non erano assolutamente in grado di accogliere una tale massa di studenti. Il livello dei corsi dovette abbassarsi notevolmente (furono avanzate richieste, in taluni casi accolte, di svolgere corsi di greco e di latino su testi in italiano: molti studenti, infatti, provenivano da scuole in cui non venivano insegnate le lingue antiche). La maggior parte dei nuovi studenti si indirizzò verso le facoltà umanistiche, ritenute più facili (Lettere, Scienze politiche, Giurisprudenza, eccetera). Col risultato di conseguire lauree inutilizzabili sul mercato del lavoro: donde un aumento assai cospicuo della disoccupazione intellettuale, e un disagio e una frustrazione sempre crescenti fra i giovani e le loro famiglie. Ma “l’Università per tutti” era una idea penetrata profondamente in larga parte della nostra classe politica, in contrasto, oltre che col buon senso, anche con la tanto celebrata nostra Costituzione, che all’art. 34 sancisce il diritto di raggiungere i più alti gradi degli studi per “i capaci e i meritevoli”.

 

Naturalmente, alle centinaia di migliaia di studenti disadattati e impreparati dovettero essere affiancati migliaia di docenti improvvisati (i cosiddetti “precari”): assistenti volontari, assegnisti, borsisti, ecc. ecc., per far fronte almeno al numero sterminato di esami. Il livello scientifico di questi docenti improvvisati era assolutamente inadeguato nel maggior numero dei casi. Ma grazie a leggi compiacenti (volute dai sindacati e dai partiti di sinistra soprattutto) questa massa di docenti improvvisati entrò nei ruoli (con “concorsi riservati”, “giudizi di idoneità”, e altri marchingegni), chiudendo l’accesso all’università agli studiosi più giovani (già nel 1975 i professori ordinari erano 5.209, i professori incaricati “stabilizzati” 8.645, gli assistenti e assimilati 28.000; ed erano numeri destinati a crescere rapidamente). Nel 1970 l’on. Tristano Codignola chiese e ottenne dal governo e dal Parlamento l’abolizione della vecchia “libera docenza”: “Un titolo – è stato detto – per certi versi superiore al moderno dottorato di ricerca, e in parte corrispondente all’abilitazione tedesca”. La richiesta di soppressione fu motivata con gli scandali cui dava luogo il rilascio delle libere docenze nelle facoltà di Medicina. “Ma la scelta di eliminare un filtro – ha osservato giustamente Andrea Graziosi – che in altre Facoltà funzionava bene, perché aveva dei difetti, senza preoccuparsi piuttosto di riparare questi ultimi, aprì una falla che condizionò negativamente tutta la successiva politica di reclutamento”. (E si pensi quanto sarebbe importante la libera docenza oggi, quando si danno spesso contratti di insegnamento universitario al primo che capita). In realtà l’università italiana ricevette dai provvedimenti di “riforma” del 1969-70 un colpo così grave, che non si sarebbe più ripresa. E fu l’ennesima conferma della completa assenza di capacità riformatrice (seriamente intesa) del centrosinistra.

 

Dunque, c’è da meravigliarsi che, nonostante tutto, nelle nostra università ci siano ancora delle buone facoltà e delle isole di eccellenza. E’ un miracolo! In una situazione come questa, è più che giusto che le facoltà migliori programmino il numero di studenti che possono accogliere per dare a essi una formazione adeguata. Ma vallo a dire ai Tar e a molti esponenti della nostra classe politica! Per loro conta solo il “pezzo di carta” in quanto tale, non ciò che esso contiene. Allo stesso modo l’idea della competitività fra le singole università (e ce n’è una ormai per ogni campanile, in seguito al processo di elefantiasi di cui abbiamo detto), è un’idea considerata come minimo blasfema. E giacché siamo in argomento, possiamo aggiungere: quando riprenderemo il tema dell’abolizione del valore legale delle lauree? Ne parlò, con molta passione, un certo Luigi Einaudi. Perché in questo paese, in cui si parla tanto di riforme liberali, non si può riprendere questa proposta einaudiana?

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    14 Settembre 2017 - 12:12

    Condivido molte considerazioni, compresa quella dell'abolizione del valore legale del titolo, ma l'Università deve essere accessibile a tutti. Tra l'altro l'Università non è da considerare solamente come sbocco lavorativo, ma anche come fatto culturale. Poi siamo sempre nelle polemiche sul livello degli studi, anche se , sul piano culturale, gli studenti italiani , non è che siano inferiori a quelli delle Università Usa o anglosassoni in genere.

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  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    14 Settembre 2017 - 12:12

    Non si puo' riprendere la proposta di Einaudi perche' si sgonfierebbero un mare di sedi universitarie i cui titoli non sono realmente equivalenti a quelli delle migliori. Di tutta la massa di votanti (disoccupati organizzati e rumorosi, studenti "esiliati" e relative famiglie) che si creerebbe nessuno vuole la responsabilita' politica.

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