Il governatore dell'Illinois sfida il regime della scuola pubblica

Il repubblicano Bruce Rauner è riuscito a introdurre un programma di borse di studio legato a crediti fiscali che permetterà agli studenti meritevoli e bisognosi dello stato di iscriversi a scuole private

Il governatore dell'Illinois sfida il regime della scuola pubblica

New York. Il giorno in cui il sindacato degli insegnanti di Chicago dichiara furibondo che il partito democratico dello stato ha “superato una soglia che nessuno spin e nessuna finzione sul ‘compromesso’ potrà mai cancellare” è evidentemente un ottimo giorno per chi ama la libertà di educazione. Dopo una battaglia estenuante, figlia di una guerra decennale fra scuola pubblica e privata, giovedì il governatore dell’Illinois, Bruce Rauner, ha aperto una breccia nel feudo dell’immobilismo dell’istruzione retto da un patto nemmeno troppo tacito fra i sindacati e i democratici che stradominano la legislatura dello stato. Rauner, repubblicano che governa in partibus infidelium, è riuscito a introdurre un programma di borse di studio legato a crediti fiscali che permetterà agli studenti meritevoli e bisognosi dello stato di iscriversi a scuole private. L’Illinois vive da decenni in uno stato di perenne emergenza educativa: i costi dell’istruzione pubblica aumentano, la qualità dei servizi diminuisce e i sindacati mantengono il loro smisurato potere negoziale. Per molti versi, il sistema scolastico dello stato è un modello negativo, un laboratorio di idee sbagliate. Il provvedimento controfirmato giovedì non è una rivoluzione copernicana, ma introduce per la prima volta un elemento di novità in un regime monocolore che si perpetua a forza di bailout finanziati con aumenti delle tasse.

 

Il fatto politicamente notevole è che il sistema che apre le porte delle scuole private anche a chi non potrebbe permetterselo, generando un clima di parziale competizione, è stato approvato con i voti del partito democratico. Rauner ha condotto una battaglia astuta. All’inizio dell’estate ha messo il veto sulla richiesta di altri 300 milioni di dollari da dirottare nel budget dell’educazione pubblica, e quando i democratici sono tornati alla carica per tentare di aggirare il veto, il governatore ha posto una condizione: approvare un piano di scolarship da cento milioni di dollari. I liberal sono stati costretti ad accettare, facendo perdere la trebisonda al sindacato degli insegnanti.

 

All’iniziativa possono accedere tutte le famiglie con un reddito fino al 300 per cento della soglia di povertà, ovvero 73 mila dollari all’anno per una famiglia di quattro persone, e la borsa non viene revocata se durante il percorso scolastico le entrate della famiglia aumentano, fino al 400 per cento della soglia di povertà. Nella graduatoria fra i richiedenti, le famiglie più povere hanno la priorità. Si tratta insomma di un’iniziativa pensata per le famiglie con reddito basso e medio basso che sono intrappolate in un sistema scolastico dove spesso l’incolumità fisica degli studenti è un obiettivo difficile da perseguire. Di educazione nemmeno si parla. Con la legge di Rauner, per la prima volta nello stato il pubblico e il privato entrano in qualche modo in contatto, dialogano dopo una storia di radicale segregazione: non è poco per un pezzo d’America segnato da profonde ferite sociali.

 

Tutte le donazioni a favore del fondo per le borse di studio godono di sgravi fiscali al 75 per cento, incentivo di cui Rauner, businessman e filantropo, conosce bene l’efficacia. I critici, a partire dal sindaco di Chicago, Rahm Emmanuel, fanno notare che a dispetto delle promesse di tagliare la spesa, il piano di Rauner alloca al settore pubblico le stesse risorse proposte dai democratici “e anche di più”, ma si tratta del prezzo necessario per avviare un processo di rinnovamento nel regno della stasi. Cento milioni di dollari non cambieranno il destino di un sistema che costa oltre 8 miliardi l’anno, ma si tratta del più grande investimento di questo genere in tutti gli Stati Uniti, un esperimento replicabile concepito e approvato da un governatore che vuole presentarsi alle elezioni il prossimo anno con l’etichetta di “education governor”.

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