Il bivio della scuola

“Una cosa sì e una no” per Renzi. Due idee: non smontare l’autonomia, non trasformare tutto in “inclusione”

Maurizio Crippa

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Il bivio della scuola

La mobilitazione di professori precari a Montecitorio (foto LaPresse)

Milano. Matteo Renzi ha deciso di chiedere a tutti gli italiani-utenti, non solo ai lavoratori della scuola, ma a studenti e famiglie, di indicare a lui e al Pd-forza di governo che va costruendo (del resto la ministra Valeria Fedeli è una dem, dopo l’esperienza tecnico-civica di Stefania Giannini) di “indicare un punto positivo e uno negativo tra quelli della riforma della scuola”. Tra le ragioni di una richiesta che fa molto bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, c’è l’ammissione di “avere sbagliato approccio”. Ma non è il punto essenziale. L’occasione da prendere al balzo per rilanciare sulla Buona scuola (Legge 107/2015) l’hanno fornita i dati dell’Ocse che hanno (avrebbero) “promosso” il sistema d’istruzione italiano per la sua capacità di creare uguaglianza, cioè di integrare e “ridurre lo svantaggio”, come si dice, degli alunni che provengono da famiglie poco istruite e socialmente disagiate. Che non sia questo – per quanto meritorio e soprattutto consustanziale all’esistenza stessa di un sistema di istruzione pubblico – l’unico obiettivo di una scuola che dovrebbe premiare e favorire il merito di studenti e docenti, lo ha scritto un editoriale del Foglio. Va solo precisato, senza entrare nel dettaglio, che lo studio Ocse-Pisa specifica che questa capacità di promozione, migliore che in altre nazioni, vale in sostanza solo per il ciclo dell’obbligo, che chiude a 16 anni. Gli svantaggi socio-culturali, se non colmati, riemergono e anzi si acuiscono con i livelli di istruzione superiori. Quelli che tra le altre cose influiscono maggiormente nel funzionamento dell’ascensore sociale, che infatti in Italia è da decenni assai frenato.

 

Cosa ci sia positivo o di negativo nella riforma del 2015, ancora in fase di attuazione, si giudicherà quando sarà a pieno regime, non dobbiamo essere noi a dirlo a Matteo Renzi. L’ex premier ha indicato tra i plus “il merito, l’alternanza scuola lavoro, la fine del precariato, il potenziamento degli insegnanti, la formazione, l’edilizia scolastica, il diritto allo studio”. In realtà anche qui ci sono luci e ombre (basterebbe considerare come si intende gestire, dopo i molti buoni propositi, l’assorbimento lavorativo delle liste dei precari).

 

Ma volendo indicare sinteticamente qualche linea interpretativa, ci sono alcuni aspetti che il Pd, il ministro e soprattutto l’onnipotente buro-struttura che governa il mondo della pubblica istruzione dovrebbero tener presente nell’infinito lavoro di “rilancio” dell’iniziativa riformista.

 

La prima cosa su cui riflettere è questa. L’ambizioso progetto della Buona scuola ha voluto tenere insieme un cambio “strutturale” – reclutamento, autonomia, edilizia, merito – e un impulso a un regime change del modo di insegnare e del modo di imparare – su programmi, orari e nuove materie, si è intervenuti meno. Dopo due anni, è sotto gli occhi di tutti che la prima parte della riforma è stata, o rischia di essere, smontata. Basti il dato sull’inserimento sindacalizzato dei precari e il rallentamento dei concorsi, e le zoppìe della famosa invenzione del “preside manager”. Qualcosa ovviamente s’è fatto, basti pensare che si sono riaperti ai giovani canali professionali ostruiti da decenni. Ma il “merito” docente è ancora al palo. Se il governo non riprenderà il timone di questa rotta, resistendo anche alle pressioni sindacal-populiste, tutto il resto si arenerà.

 

Sul secondo aspetto, il progetto della Buona scuola è “insegnare meglio e studiare meglio” (“una scuola non più novecentesca”, Giannini). Ma il progetto implicito è trasformare l’istruzione in una sommatoria di crediti, “competenze” il cui obiettivo è una non meglio specificata “inclusione” (che non è il “merito”). E “inclusione” è infatti la parola-mantra assoluta della scuola di oggi. Gli studenti devono essere “inclusi”, non indirizzati e premiati al merito. I docenti saranno i funzionari di pratiche tecno-pedagogiche per lo più astratte, ma saranno valutati su questo: dai “risultati” tabellari alle materie opzionali, alla frequentazione di aggiornamenti sulla “classe capovolta”, quella in cui, ma perché?, insegnano i ragazzi. Questo processo, al momento, non pare pensato né governato, se non da quella buro-struttura pedagogista che, in forza di una impostazione funzionalista (schede, tabelle, auto-valutazioni), ha tenuto in scacco e desertificato la scuola italiana per decenni. Il rischio di quid proprio della scuola, trasmettere cultura e assimilarla in un rapporto tra adulto e giovane, rischia di divenire un residuato del passato.

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