La grande storia del Dna

“Dna il grande libro della vita” è la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma che si concluderà al 18 giugno

La grande storia del Dna

Foto di Carlo Alberto Stefanini

“È nel nostro Dna”, è un modo di dire che ormai si è diffuso a qualsiasi cosa: a un piatto, a un tipo di musica, a un malcostume o a un know how, per definire caratteristiche e comportamenti dell’essere umano che derivano dall’ambiente, piuttosto che da quell’eredità genetica effettivamente trasmessa con l’acido desossiribonucleico. Ma anche l’imprecisione rivela come il Dna, col suo simbolo della doppia elica, sia ormai diventato un’icona e un puntello della nostra epoca. In questa chiave a “Dna il grande libro della vita” è dedicata una grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, dal 10 febbraio al 18 giugno.

 

Sette sono le sezioni espositive. E nella prima si ricorda come tutto sia iniziato con Gregor Mendel: un moravo figlio di mezzadri poveri ma con molto talento e molta passione con la scienza, che per poter studiare si fece frate agostiniano. In realtà non si dedicò solo alla botanica: aveva un grosso istinto matematico, e nella sua epoca fu conosciuto soprattutto come meteorologo. In effetti le tre leggi della genetica che scoprì esaminando il modo in cui i tratti ereditari giallo o verde e liscio o rugoso si trasmettevano nei piselli all’epoca passarono quasi inavvertite, e la prima sezione espositiva definisce il “monaco nell’orto” come “uno scienziato troppo in anticipo sui tempi”, tra l’altro abbastanza sfortunato da farsi scappare un incontro intellettuale e anche personale col contemporaneo Darwin che avrebbe potuto accelerare il corso della scienza. Ma Mendel non si scoraggiava: “verrà il mio tempo”, amava ripetere. Vengono mostrati i suoi strumenti: dal microscopio al telescopio, passando per l’erbario e una ricostruzione della serra. C’è anche una copia della lettera che lui e gli altri monaci scrissero per difendersi quando l’arcivescovo di Vienna iniziò a dire che nell'Abbazia di San Tommaso a Brno si trascurava la religione per la scienza. A quanto pare, il Vaticano si convinse davvero. 

 

Come spiega la seconda sezione, fu solo attorno al 1900 che le leggi di Mendel furono “riscoperte” da diversi scienziati. A quel punto in compenso si affermarono rapidamente, tant’è che già nel 1910 a Brno Mendel venne celebrato con una piazza e un museo. Fu un successo a volte eccessivo, se si pensa al modo in cui in molto Paesila genetica degenerò in un’eugenetica dai risvolti razzisti. Al contrario, nell’Urss di Stalin la genetica fu bollata come “falsa scienza borghese”, punita col Gulag. La seconda sezione documenta anche questi opposti estremi inquietanti, ma resta spazio per gli “arnesi del mestiere” usati e spesso creati ad hoc da Nazareno Strampelli: il grande agronomo il cui lavoro sul grano diede all’Italia degli anni Trenta l’autosufficienza cerealicola e anticipò quella Rivoluzione Verde che avrebbe sfamato il mondo. 

 

La scoperta del Dna fu però annunciata al mondo nell’aprile del 1953. Come ricorda la terza sezione, Francis Crick e James Watson ne ricavarono il Nobel per la Medicina del 1962, ma in realtà un ruolo fondamentale per il loro successo era stato reso possibile grazie alle straordinarie immagini ricavate da Rosalind Franklin, anch’esse esposte. 

  

Nell’immaginario di molti il Dna è collegato soprattutto al sogno della clonazione dei dinosauri fatto nel 1993 nel kolossal di Steven Spielberg “Jurassic Park”. Appena tre anni dopo la fantasia divenne realtà, con la pecora Dolly. Dedicata agli animali clonati, la quarta sezione espone varie reperti della stessa Dolly: da un calco del suo volto a varie sue osse fino a un maglione fatto con la sua lana.

 

Assieme all’ebrea britannica Rosalind Franklin, un’altra donna morta giovane di cancro (a 31 anni) e che è passata alla storia della genetica è la nera statunitense Henrietta Lacks. Deceduta nel 1951, si scoprì che le sue cellule tumorali uterine riproducevano un’intera generazione in sole 24 ore. Cioè, sono “immortalizzate”, e possono dunque essere trasmesse in vitro senza morire. Ne è nata una linea cellulare di nome HeLa da cui sono stati ricavati 74.000 articoli scientifici e 11.000 brevetti, e che è stata utilizzata per un vaccino contro la poliomielite, per la ricerca sul cancro, l’Aids, lo studio degli effetti di radiazioni e di sostanze tossiche, la mappatura di geni. Perfino la sensibilità umana a nastro adesivo, colla e cosmetici è testata grazie alle cellule della povera Henrietta.

  

Un altro importantissimo impiego del Dna è quello che oggi fanno gli investigatori: una realtà che ha ispirato più di una serie tv. Oltre che per la ricerca dei criminali da parte dei poliziotti di cui ci vengono mostrasti strumenti e filmati, oltre all’identificazione dei genitori ignori da parte dei figli, la genetica può oggi essere usata dai paleontologi per scoprire chi erano i nostri antenati. I Cro Magnon facevano sesso con i Neanderthal? La scienza aveva ormai concluso che se pure fosse stato così l’eventuale prole sarebbe stata sterile come i muli, e la genetica ha invece a sorpresa accertato che tutti noi esseri umani non africani abbiamo in noi un po’ di Neanderthal. Ossa di entrambe le specie umane sono esposte fianco a fianco. Un frammento di mignolo trovato in Siberia ha mostrato che esisteva anche una terza specie di cui non si era mai sospettata l’esistenza, e che è stata ribattezzata Uomo di Denisova. Talmente è limitato quel resto che non possiamo neanche ricostruire che volto avesse, ma grazie al dna sappiamo che i denisovani si mescolarono con molti popoli di Asia e Oceania, dando ad esempio agli eschimesi la resistenza al freddo e ai tibetani quella all’altezza. Ma sono molte le possibilità di attività interattive qui possibili, e da una scopriamo ad esempio che né l’arancia né il limone esistono in natura. Come altri agrumi derivano da incroci tra mandarino, cedro e pomelo, i tre “modelli” originari.

 

“Leggere il codice, riscrivere il codice: io sono davvero il mio genoma?” è infine il tema della settima sezione. Alla fine del percorso, la ricostruzione di una mummia di mammut ritrovata in Siberia nel 2007 ci ricorda un dibattito in corso tra gli scienziati russi, se clonarla o meno.  Insomma, “Jurassic Park” è sempre meno fantascienza…

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Giovanni

    11 Febbraio 2017 - 12:12

    Aggiungo a questo bell'articolo la mia inesausta ammirazione per Darwin il quale senza essere ancora a conoscenza delle leggi della genetica e quindi delle consuete mutazioni genetiche che avvengono regolarmente nel DNA di qualsiasi specie vivente, aveva intuito che qualcosa rimescolava le caratteristiche organiche e/oppure caratteriali e/o morfologiche degli invidui. E aveva capito che queste modifiche erano alquanto indipendenti dall'ambiente come invce aveva supposto il Lamark il quale invece supponeva, sbagliando, che l'ambiente costringesse gli individui a mutare persino la loro morfologia (la giraffa a collo corto allunga il suo collo per raggiungere le foglie più alte e trasmette poi questa modifica ai figli. Aveva ragione e alla grande Darwin e qualche anno dopo la pubblicazione della sua Teoria dell'evoluzione delle specie, furono pubblicate le ricerche di Mendel.

    Report

    Rispondi

Servizi