Corsa allo spazio, business, politica. Chi era John Glenn, l'altro Gagarin

La storia del primo americano che viaggiò in orbita nello spazio, scomparso a 95 anni. Personaggio epico della storia statunitense, figlio del confronto tra oriente e occidente negli anni della Guerra fredda

Giulia Pompili

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John Glenn

John Glenn tornò nello spazio una seconda volta, all'età di 77 anni (foto LaPresse)

Ora che la corsa allo spazio è tornata prepotentemente nelle cronache geopolitiche, e oggi come allora vede i due blocchi contrapposti rappresentati dall'America (e dall'Alleanza atlantica) e dalla Russia più la Cina, la storia di John Glenn, scomparso stanotte a 95 anni, sembra quantomai attuale. Alla fine degli anni Cinquanta, Glenn era un veterano della guerra di Corea, a differenza di Jurij Gagarin, l'eroe russo che fu scelto per sbaglio, e non tanto per le sue qualità di aviatore, per compiere il primo viaggio nello spazio che sancì la vittoria sovietica nella corsa dell'uomo verso il cosmo. Allora era una questione di vita o di morte, di prestigio politico, di capacità belliche e ingegneristiche. Un sogno, e come in tutti i poemi epici la narrazione aveva bisogno dei suoi eroi. John Glenn, dunque, e Jurij Gagarin.

 

Glenn fu lanciato in orbita il 20 febbraio del 1962, dopo che la missione era stata rimandata di qualche mese. Gagarin aveva visto la Terra ("E' bellissima da quassù", la sua celebre frase) quasi un anno prima, il 12 aprile del 1961. Perfino i due programmi spaziali, quello americano e quello russo, avevano due nomi profondamente diversi: quello statunitense per mandare l'uomo nello spazio, iniziato nel 1958, si chiamava Mercury, come il dio Mercurio, che nella mitologia romana è il dio del commercio. In Russia il programma spaziale era il Vostok, "est", una parola che evoca l'appartenenza della Santa madre Russia all'oriente del mondo. Quel 20 febbraio del '62, quando Glenn fu lanciato in orbita, milioni di americani seguivano l'impresa alla televisione, alla radio, in diretta da Cape Canaveral. Quando tornò a casa, Glenn era stato trasformato in un eroe e l'allora presidente John Kennedy capì che proprio lui, l'americano nello spazio, avrebbe potuto essere il migliore spot per il programma statunitense (per questo, si dice, Glenn rassegnò le sue dimissioni dalla Nasa: nessuno lo voleva più su una navicella, nessuno voleva più mettere in pericolo la vita di un eroe nazionale). Le celebrazioni riservate a Glenn negli anni Sessanta sono, in un certo senso, le stesse della sua nemesi russa, Gagarin.

 

Il cosmonauta russo non entrò in politica, come invece capitò a Glenn che divenne senatore per il Partito democratico, eletto nello stato dell'Ohio, nel 1974. Gagarin continuò a volare e morì giovane, nel 1968, soltanto sette anni dopo aver cambiato la storia delle missioni spaziali. Morì schiantandosi con un aereo caccia, e ancora oggi non sono chiari i motivi di quella avaria. Le parole del discorso ufficiale di Gagarin dopo il viaggio in orbita (che erano state registrate prima, ma non importa, perché in certi casi l'epica ha bisogno di illusioni) potrebbero essere state pronunciate da Glenn.

 

Russia e America oggi sono costrette a collaborare per far vivere la Stazione spaziale internazionale, ma controvoglia. La pressione politica sui programmi spaziali convive stabilmente con i sogni di conquista che fanno parte della natura umana. In fondo, tra cosmonauta e astronauta, le differenze si notano appena: "Vale la pena parlare di tutto ciò che ho provato quando mi fu chiesto di compiere questo volo, il primo della storia. Gioia? No. Non era solo semplice gioia. Orgoglio? No. Non era solo orgoglio. Provai un’enorme felicità. Essere il primo uomo nello spazio, andare da solo a uno storico duello con la natura è magnifico. Si può forse sognare qualcosa di diverso?".

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