Non esageriamo con gli allarmi: in Italia la mortalità infantile scende ogni anno di più

Solo un quarto dei morti nel primo anno di vita muore nel primo giorno dopo la nascita, quello ch’è in assoluto il giorno più denso d’incognite di tutta la vita umana

Non esageriamo con gli allarmi: in Italia la mortalità infantile scende ogni anno di più

E così siamo entrati, secondo gli ultimi dati Istat riferiti al 2014, nel ristrettissimo club dei paesi con una mortalità infantile inferiore al tre per mille: meno di 3 bambini che muoiono nel primo anno di vita – il più duro, il più pericoloso – ogni 1.000 nati vivi. Tanto per rendere l’idea, questa mortalità era il 230 per 1.000 all’indomani dell’Unità, il 130 per 1.000 un secolo fa e il 40 per 1.000 ancora cinquant’anni fa. C’erano tante ragioni per usare, allora, per quanti si apprestavano a nascere, l’espressione “lotteria della vita”, entrare nella lotteria della vita. Quei tempi sono passati, la temibile mortalità infantile è scesa in Italia addirittura sotto i 2,8 morti ogni 1.000 nati, e continua a scendere. Negli ultimi dieci anni ha perso un punto ogni 1.000 nati: era sotto il 4, oggi è ben sotto il 3 per 1.000. La differenza potrebbe sembrare minima ma non lo è perché significa, con il mezzo milione di nascite che abbiamo oggi, che 500 bambini di quel mezzo milione vivranno anziché morire – e questo lo possiamo dire con certezza perché superato il primo anno di vita la mortalità si abbassa vertiginosamente a meno di un morto l’anno ogni 10 mila bambini di 1-14 anni d’età.

 

Ora, se c’è un indicatore che fa, da solo, strame di tante balordaggini che si sentono circolare a proposito della salute e del benessere dei bambini italiani e dei rischi che salute e benessere dei nostri bambini – sempre descritti come sul punto di esplodere in chissà quali catastrofi – correrebbero, bene questo indicatore è proprio quello della mortalità infantile. E questo perché un tale indicatore riflette ben tre stadi della vita dell’essere umano, tutti delicatissimi: quello prenatale, vissuto con la gravidanza della madre; la nascita e i primissimi giorni del bambino; lo svezzamento. In questi stadi contano molti fattori: salute e benessere della madre, qualità dei servizi sanitari dedicati alla maternità e all’infanzia, salubrità delle abitazioni, contesti socio-ambientali. Solo un quarto dei morti nel primo anno di vita muore nel primo giorno dopo la nascita, quello ch’è in assoluto il giorno più denso d’incognite di tutta la vita umana, e altresì il più legato alle condizioni materne. Un altro quarto muore tra il secondo e il sesto giorno di vita, i giorni più segnati dall’assistenza ospedaliera. L’altra metà dei morti si verifica dopo la prima settimana di vita, quando i bambini sono ormai nelle loro case e famiglie, e tuttavia ancora sotto un controllo assai stretto dei servizi sanitari e sociali. Per questo convergere di fattori, situazioni, servizi, ambienti la mortalità infantile non mente sulle condizioni generali di un paese, e non soltanto su quelle di salute di madri e bambini. Dunque è assai confortante, e rivelatore, la discesa della mortalità infantile sotto la soglia di 3 morti ogni 1.000 nati vivi, ch’è considerata la soglia dell’eccellenza.

 

E c’è, a ben guardare, un altro motivo di soddisfazione, in questo dato: quello del contrarsi dello svantaggio del Mezzogiorno d’Italia rispetto al centro-nord. La contrazione della mortalità infantile è stata infatti più netta al sud di uno 0,2 di punto (equivalente a 2 morti in meno ogni 10 mila nascite) rispetto al centro-nord. Poco, certo, ma non così poco da non dover essere salutato come un fatto positivo, una piccola novità che fa ben sperare e che, oltretutto, si muove in controtendenza in un quadro di distanze che crescono tra un’area e l’altra del paese. Il Mezzogiorno resta di quasi mezzo punto oltre la soglia del 3 per mille, ma le situazioni critiche si restringono pressoché a due sole regioni: la Sicilia (4,1 per 1.000) e soprattutto la Calabria (4,7), il cui tasso di mortalità infantile è doppio di quello del centro-nord. Un divario, specialmente quest’ultimo, sul quale dovrebbe essere posta un’attenzione più mirata e decisa.

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