E mentre ce lo beviamo, dal lago di Bracciano affiorano ville romane

Oggi tra siccità, i prelievi abusivi e quelli forzosi di Acea, la situazione sta lentamente regredendo a quella dell’antica Roma. Ma il cambiamento di 2000 anni fa fu dovuto a un evento catastrofico che avvenne in un giorno o due

E mentre ce lo beviamo, dal lago di Bracciano affiorano ville romane

Il lago di Bracciano nell'agosto 2017, durante l'emergenza idrica (foto LaPresse)

La nobiltà della Roma antica amava villeggiare e far vendemmia sulle sponde di quello che chiamavano Sabatia stagna, il lago di Bracciano. Sulle sue rive molti aristocratici avevano costruito le loro ville, ignari che un improvviso innalzamento delle acque le avrebbe sommerse. Infatti, fu proprio sotto l’impero di Nerone, 2000 anni fa, che il lago di Bracciano divenne quello che conosciamo oggi.

    

Poi, pochi anni fa, durante un periodo di secca, alcune ville sono riemerse. Giuseppe Cordano, docente di storia greca dell’università di Siena, ha iniziato così insieme alla sua equipe a scavare tutti i 31,5 chilometri di costa che circondano il lago, scoprendo 22 ville (molte delle quali hanno parti fuori dall’acqua a prescindere dal livello del lago) dove i nobili avevano anche un interesse economico. E gli stessi toponimi lacustri (vigna Barberini, vigna di valle) lo lasciano credere. “La fonte che testimonia la crescita del lago – spiega Silvia Cavilgioni, archeologa della squadra di Cordano – è un giureconsulto che ci informa che una matrona di nome Rutilia Polla fece richiesta per avere tre metri di spiaggia in più perché i suoi erano finiti sott’acqua”.

    

Oggi tra siccità, i prelievi abusivi e quelli forzosi di Acea, la situazione sta lentamente regredendo a quella dell’antica Roma. E così dopo l’emersione delle ville, iniziano a intravedersi anche i sassi che componevano la strada dell’antico e romano lungo lago. All’allarme ambientale, si è associato così quello dello sciacallaggio sui reperti archeologici. La suggestione è forte: il lago che ritorna alla forma del passato, un cambiamento ciclico, altro che disastro ambientale.

  

Una versione che di certo farebbe comodo alla sindaca Raggi che a metà agosto ha ottenuto dal tribunale delle acque la sospensiva dell’ordinanza regionale che bloccava le captazioni di Acea dal lago. Secondo l’ecologo Mattia Azzelli però “questa ipotesi è tanto affascinante quanto fuorviante perché il cambiamento di 2000 anni fa fu dovuto a un evento repentino che avvenne in un giorno o due”. Non fu insomma il frutto di un processo naturale millenario.

   

Gli fa eco l’archeologa Cavilgioni: “In una villa abbiamo ritrovato un armadio rovesciato e delle preziose suppellettili rotte: solo un evento catastrofico e improvviso può avere impedito di salvare beni tanto preziosi”. Secondo Azzelli, è possibile che si sia trattato di un terremoto, “stiamo parlando di una cosa tipo la diga del Vajont. Fu una catastrofe dalla quale l’ecosistema si riprese solo dopo molti anni. E l’abbassamento meno repentino, ma altrettanto importante di oggi rischia di causare gli stessi danni”. L’ecologo li identifica così: “Una grande perdita di biodiversità e la compromissione della capacità autodepurativa del lago causata dalla scomparsa di diverse alghe, la cui conseguenza sarà un’acqua molto meno pulita di quella che abbiamo conosciuto e bevuto”. Un danno sì, ma reversibile: “È come per gli incendi: non è che se ne avviene uno l’esito sarà una sempiterna landa bruciata; in 50 – 60 anni tornerà un bel boschetto e in 200 anche una foresta, ma noi quanto viviamo?”.

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