Botti renziani, perché il Pd romano ribolle

Tweet, stracci e sospetti. Bonaccorsi e Anzaldi contro Prestipino. In palio i posti in lista

Botti renziani, perché il Pd romano ribolle

Foto LaPresse

Gli stracci volano, i sospetti s’incistano, i tweet corrono. Il Pd romano ribolle, fra odi, cordiali antipatie e scivoloni tutti interni ai renziani. Come quello, ormai celebre, di Patrizia Prestipino, feudataria dell’Eur, dov’è stata presidente di Municipio in epoca veltroniana, già renziana della prima ora e poi boschiana della seconda mezz’ora: “Se uno vuole continuare la nostra razza, se vogliamo dirla così, è chiaro che in Italia bisogna iniziare a dare un sostegno concreto alle mamme e alle famiglie. Altrimenti si rischia l’estinzione tra un po’ in Italia”, s’è lanciata, spericolata, la prof di liceo, neo responsabile del dipartimento Difesa degli animali del Pd, ex assessora della giunta Zingaretti e a lungo compagna di Riccardo Milana, un altro dalle mille vite come un gatto, già parlamentare e già segretario del Pd romano prima di andarsene verso lidi centristi. Un’occasione irripetibile per Lorenza Bonaccorsi, deputata, renziana della primissima ora – a Roma un tempo era una rarità – vicina al gruppo Gentiloni. Le due non si prendono, anzi, come dicono nel Pd romano “si odiano proprio”. “Siamo al capitolo: dilettanti allo sbaraglio #senzaparole”, twitta la deputata, che poco dopo retwitta pure Michele Anzaldi, deputato della commissione di vigilanza Rai, ex spin doctor di Renzi al recente congresso: “Cara @patriziaprestip, faresti bene a smentire subito uso termine razza. Emozione ti ha tradita, Pd da sempre guida contro questa ignoranza”. In allegato, seguono interventi anzaldiani sul suo blog su HuffPost. “Caro ministro Boschi, cambiamo la parola ‘razza’ nell’art.3 della Costituzione”. “E’ possibile che nel 2014 il Tg1 usi la parola ‘razza’ per parlare di colore della pelle?”.

 

Da Rutelli a Gentiloni, da Nobili a Casu

Insomma, giù botte da orbi, anzi, da renziani. Perché i protagonisti di queste sportellate sono sostenitori dell’ex premier. Certo, con storie e traiettorie diverse. A Roma il gruppo originario dei renziani è costituito dai rutelliani, da Paolo Gentiloni a Roberto Giachetti, da Luciano Nobili all’attuale segretario del Pd Andrea Casu, con qualche aggiunta esterna alla Margherita, come la Bonaccorsi, ex Ds. Poi ci sono anche altri renziani della prima ora, come appunto la Prestipino, che si candidò alle primarie romane per scegliere il candidato sindaco nel 2013 e arrivò agli ultimi posti. Solo che tra i candidati c’era anche Gentiloni, a dimostrazione del fatto che le rivalità interne ai renziani sono presenti da tempo. Adesso però si avvicinano le elezioni politiche e le rivalità sono destinate ad aumentare (il capolista alla Camera chi lo fa? Eppoi, eh già, ci sono le preferenze!). Mentre la Prestipino è in quota Boschi fra le aspiranti senatrici e partecipa agli incontri informali che l’ex ministra organizza fin da quando era titolare del dicastero delle Riforme (i famosi tè con Maria Elena) e sui social network ostenta l’amicizia boschiana (“Piacevolissima visita di mezz’ora a una amica. Nonostante l’austerità del luogo”. Segue cuoricino), la Bonaccorsi gentiloneggia. I maligni dicono che è colpa della Boschi se la deputata non ha assunto alcun ruolo nell’attuale esecutivo. Non solo, non è entrata né nella segreteria né nella direzione del partito. La bomba sul Pd romano sarebbe dunque la Boschi, che potrebbe candidarsi alla Camera proprio a Roma, dove però servono parecchi voti. La Prestipino, intanto, potrebbe garantirle i suoi. Già è accaduto al recente congresso: la Boschi si è candidata all’assemblea nazionale del Pd in un collegio molto grande che comprende il IX e X Municipio, cioè anche l’Eur dove c’è il circolo di cui la Prestipino è stata segretaria. Un circolo, peraltro, come ricorda Mattia Diletti, professore della Sapienza e co-autore del rapporto Barca sullo stato del Pd romano, che nel 2014 fu inserito tra i 27 da bollino rosso, “da grave anomalia di gestione, diciamo così. Fa piacere sapere – dice Diletti su Facebook – che quel nostro rapporto fu viatico di tali e fulgide carriere”. Prestipino, aggiunge, “è potere, non è folklore. La Prestipino ‘possedeva’ un circolo ai tempi del Rapporto, oggi ha i voti per far eleggere Maria Elena Boschi all’Assemblea nazionale Pd, allo scopo di avere lasciapassare per essere eletta al Senato (si, la Boschi è stata eletta all'Eur e a Ostia, non ad Arezzo). Questa l’operazione di potere, questo il personaggio. Mica solo ‘la razza’…”. Diletti, che oltre a vivere con sofferenza le vicende del Pd fa il politologo di mestiere, decifra così questi scontri interni al renzismo. “E’ l’evoluzione italica della forma partito. Alleanze tra leadership nazionali e notabilato locale, la nostra via alla leadership forte (in assenza però di un quadro di valori e di obiettivi condivisi, a parte finire al governo). Direi che le primarie all’italiana sono state la pietra tombale delle organizzazioni collegiali, persino di quelle correntizie più scafate. Tutto si risolve nell'agone della vittoria senza prigionieri, che dirime ogni relazione e ogni conflitto nei rapporti di forza sanciti dalle primarie. Per vincere carichi chiunque, infatti, purché ti dia questa forza di contrattazione. La stortura è a monte, nella forma partito in franchising che permette questo rapporto tra notabili locali e notabile-in-capo nel livello nazionale. Un modello così, a Roma deflagra (ma forse non solo a Roma)”.

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